Opinionisti Giorgio Ciofini

Dal Castigli allo Scala

Una volta si chiamavano dottori solo s’erano curanti

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Questa è una storia che ho dentro come i batteri buoni, dei miei dottori e di una professione che sta per scomparire: quella dei medici condotti che curavano anche l’anima.

 

                Una volta si chiamavano dottori solo s’erano curanti. L’altri laureati eron professori, architetti, Ingegneri, avvocati, ma dottori no. Quello era ‘n titolo che spettava di diritto solo a chi svolgeva la professione di curare l’omini e le donne, che anche a l’epoca ce n’avevon sempre una, ma digià campavano de più del così detto sesso forte. S’era appena usciti da’la guerra e in tutta ‘Rezzo c’erono tre dottori: il Castigli, ‘l Cinelli e il Bigazzi ch’a momenti aveva più figlioli ch’assistiti. Con la Cristina s’è fatto anche il classico insieme e, quando ce s’artrova per il Corso, si rimpiange co’ lo sguardo i tempi belli, tanto l’occhi parlano da soli e dicono anche meno bischerate. Ho passato i sessant’anni anche grazie ai miei dottori che sono stati quattro, come quelli dell’Ave Maria. Primo fu il Castigli. Era il dottore dei Ciofini, dunque anche ‘l mio. Arivava al Tucciarello co’ la su’ Giardinetta, si lavava le mani ben binino, s’infilava ‘na palandrana bianca e lunga come la tonneca dei preti, visitava l’infermo, gli squadrava le pupille, l‘infilava ‘n bocca un cucchiaio per esplorare le tonsille, pu’ lo faceva sdraiare, lo pigiava con due dita dapertutto, l’armetteva a sedere e l’ascoltava con quel’aggeggio che i dottori infilon ne’l’urecchie. A la fine si lisciava pensieroso la barba lunga come quella di San Pietro, che l’aiutava a concentrasse e dava la diagnosi e la prognosi, co’ la platea che lo guardava com’il quadro de la Madonna sopra il letto. Prima d’uscire si levava ‘l pastrano, l’arpiegava, l’infilava ne la su’ borsa da dottore e s’arlavava le mani col sapone, mentre s’informava col mi’ zi’ Lino, ch’era cacciatore come lui, sul passo de le Lodole. Quando auscultava, con que la barba fori del normale, faceva ‘l solletico e si dice che più d’un suo paziente sia morto dal ridere. Così finiva uguale all’altro mondo, ma almeno era contento. Il Castigli per me è stato il dottore dell’infanzia e, quando lo vedevo entrare in camera, strillavo com’un ossesso. Dal Castigli passai al Merelli ne l’età ‘n cui  del dottore non avresti nessun bisogno. Ogni tanto entravo ‘n quello sgabuzzino di piazza Guido Monaco al canto con via Roma, ch’era sempre meglio che fare i compiti. Il Merelli unn’aveva la barba, non andava a caccia e era dimolto più sbrigativo del Castigli: ti dava ‘n occhiata di straforo e ti licenziava dicendo ch‘eri sano com’un pesce. Il terzo è stato ‘n dottore fiorentino, co’l’occhialini tondi che pareva Antonio Gramsci, ma è durato quanto Cecchi Gori a la viola. Roberto Scala è venuto, ch’era appena nata la Martina e è ‘n continuatore della grande tradizione dei dottori di famiglia. Per me è uno de l’ultimi esemplari viventi e andrebbe protetto com’i Panda. L’ha scoperto la mi’ donna, che per ‘ste cose cià ‘n naso da can da tartufi. Per essere paziente dello Scala, tuttavia, ce vole la pazienza d’aspettalo, ma lui è un paziente nato anche se fa ‘l dottore, cià la vocazione, è uno di quelli senza frontiere ch’esercita nella frontiera de‘Rezzo e i più ariveno nel suo ambulatorio col gommone. Ora io non so se crede o non crede, ma se c’è ‘n Paradiso quelli come Roberto Scala n’hanno diritto a prescindere e, fra cent’anni, m’immagino che ‘l Castigli, con que’la barba lunga e bianca che come San Pietro, scenderà a’prire la porta al suo collega e a digli che finalmente pol pigliare ‘n po’ di ferie perché tanto, da morti, un ce s’amala più.            

Giorgio Ciofini
© Riproduzione riservata
12/07/2018 10:20:20

Giorgio Ciofini

Giorgio Ciofini è un giornalista laureato in lettere e filosofia, ha collaborato con Teletruria, la Nazione e il Corriere di Arezzo, è stato direttore della Biblioteca e del Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona e della Biblioteca Città di Arezzo. E' stato direttore responsabile di varie riviste con carattere culturale, politico e sportivo. Ha pubblicato il Can da l'Agli, il Can di Betto e il Can de’ Svizzeri, in collaborazione con Vittorio Beoni, la Nostra Giostra e il Palio dell'Assunto.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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