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I finti alibi di Sei Toscana, i limiti del Decreto Dignità e l'ingenuità di una classe politica

Prc Arezzo: i “carrozzoni” continuano a massimizzare i profitti sulla pelle dei lavoratori!

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La scelta di Sei Toscana di non riassumere gli interinali e di ricorrere alla manodopera delle cooperative è inaccettabile. Asserire di avere maturato questa scelta aggrappandosi all'alibi del Decreto Dignità è riprovevole e pretestuoso.  Allo stesso tempo, richiamarsi al fatto che l'azienda dovrebbe rispettare un codice etico che aderisca ad un provvedimento che vorrebbe ridurre il precariato, non ha senso e lascia trasparire tutta l'ingenuità di una classe politica che appare del tutto inadeguata a tradurre certi assunti teorici, talvolta pure condivisibili, in ricette concrete. Più che altro, le accuse mosse a Sei Toscana che DOVREBBE AVERE un altro tipo di atteggiamento fanno, seppur amaramente, sorridere. E' chiaro che l'azienda in questione dovrebbe avere un atteggiamento diverso, com'è altrettanto evidente che finché questa potrà avvalersi di un quadro normativo che le garantirà certe libertà, non lo farà.

Viviamo in un mondo in cui le imprese sono libere di muoversi in un raggio di azione globale per ricercare le migliori condizioni economiche, così da massimizzare i propri profitti: non a caso gli amministratori delegati o i vertici aziendali raggiungono il proprio obiettivo elaborando strategie capaci di seguire efficacemente questa logica. Le regole, anzi le non regole, sono queste, perciò se quando si redigono certe riforme non si vanno a porre delle limitazioni sulle azioni che un soggetto economico può compiere, diventa ridicolo aspettarsi da questo un atteggiamento diverso. Su questo il governo giallo-verde dovrebbe svegliarsi: le multinazionali, i grandi gruppi finanziari, o le società nate per volontà politica con il fine di favorire gli amici degli amici, perseguono solo e unicamente la logica del profitto. Fine.

Rifondazione Comunista da anni critica questa impostazione globale proprio perché va cinicamente e quotidianamente a ledere i diritti, calpestando la dignità delle persone.

Dopo anni di pessime riforme dettate da Confindustria ed economisti “illuminati”, il Decreto Dignità poteva essere un'occasione per mettere dei paletti rigidi a questo modello e rivedere tutte le precedenti riforme; ma così non è stato. E' stato fatto un tentativo, ma soltanto in maniera parziale. E quando c'è da costruire un argine non ha senso lasciare dei tratti scoperti perché questi andranno ad inficiare l'intera opera. Il decreto Dignità pone sì dei limiti sull'abuso dei contratti di lavoro a tempo determinato, ma lascia scoperto tutto il fronte della manodopera a basso costo che può facilmente essere reperita attraverso un sistema di appalti e sub-appalti a soggetti terzi (cooperative, finte cooperative, consorzi, ecc.) il cui funzionamento ricorda quello delle scatole cinesi. Una mancanza clamorosa, sul cui vuoto normativo andranno a confluire tutte quelle scelte aziendali volte ad aggirare le disposizioni sulla stabilizzazioni dei lavoratori attraverso un incontrollabile turn over della forza lavoro.

Oltre a tutto ciò, tanto per completare l'opera, l'articolo 18 rimane un miraggio, al contrario dei voucher, prontamente reintrodotti per meglio “tutelare” la dignità dei lavoratori.

Per riprendere dalle prime battute: se è vero che la Sei fa un uso strumentale delle disposizioni del Decreto Dignità, è altresì vero che il legislatore dovrebbe svegliarsi e maturare maggiore coscienza rispetto ad un modello economico che non si combatte a suon di slogan, ma sviluppando un pensiero politico e delle strategie che non possono di certo essere improvvisate on line.

Redazione
© Riproduzione riservata
10/08/2018 12:27:39


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