Opinionisti Giacomo Moretti

Fermiamoci.

Eravamo capaci di stringerci intorno, insieme

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Da qualche anno a questa parte, durante il mese di Agosto il nostro amato Paese si trova, in un certo senso, sconvolto da eventi che ci colpiscono nel profondo.

Non è la sede per fare l’elenco degli avvenimenti che si sono susseguiti nel tempo, basti pensare al terremoto che ha colpito il centro Italia e il recente crollo del ponte Morandi di Genova.

Di solito, quando ci trovavamo davanti ad eventi di questo genere, eravamo capaci di stringerci intorno, insieme.

Un popolo diviso su tutto e capace di esprimere il proprio tifo solo davanti ad eventi sportivi (per lo più di stampo calcistico), per qualche giorno si trovava unito davanti al televisore a fare il tifo per cose più importanti.

Tutti a seguire in diretta il sempre straordinario lavoro delle nostre donne e dei nostri uomini in divisa.

Uomini e donne capaci, anche dopo ore e giorni di durissimo lavoro, a strappare alla morte ed alle macerie i malcapitati di turno.

Ogni volta che si assiste ad una vita salvata, come è giusto che sia, parte un applauso dei presenti, un applauso liberatorio anche per la tensione accumulata nelle ore di intervento, che è bene ricordare il più delle volte viene svolto a rischio e pericolo dei soccorritori.

Un applauso che parte dal cumulo di macerie per estendersi idealmente al tutto il Paese, un applauso alla vita che nonostante tutto continua, un applauso ad un lavoro svolto, un applauso di riconoscenza a chi, davanti a disastri simili, reagisce e lavora in modo talvolta eroico.

Un Paese che davanti a tragedie, sa essere unito.

Purtroppo, in occasione della tragedia di Genova ciò non è accaduto, o è accaduto in maniera molto più blanda, molto più sottile.

Fin dalle prime ore si sono scatenate polemiche di ogni risma.

Mentre i “nostri eroi” cercavano ancora di strappare alla morte chi si trovava ancora sotto le macerie nei social impazzava di tutto.

Odio, tifo da stadio, per una volta molti hanno deciso di lasciare al chiodo la maglia della nazionale per indossare quella della tifoseria politica.

Una tragedia, un evento sconvolgente che ha colpito tutti noi e che ha certamente dei responsabili che devono essere individuati e chiamati a rispondere del loro operato.

Su questo non ci possono essere tentennamenti né titubanze.

Ma, anche davanti ad altri eventi vi era questo aspetto, cioè quello fondamentale della ricerca dei responsabili.

Insomma dopo il terremoto abbiamo visto crollare edifici ristrutturati e/o costruiti da pochi anni, abbiamo visto che anche in simili terribili occasioni vi sono comunque delle responsabilità da individuare.

Eppure, nonostante tutto si riusciva ad essere un popolo solidale.

Un popolo che sapeva reagire, un popolo che nelle proprie bacheche di Facebook postava la bandiera italiana e non l’ultima polemica contro Tizio o Caio o l’ennesima teoria basata sul nulla ma utile da utilizzare per offendere questo o quello.

In Italia, davanti a tragedie immani, tragedie che purtroppo la storia non ci ha risparmiato, e mi riferisco a tragedie dovute non solo ad eventi naturali o crolli, ma anche a tragedie costruite da mani ben precise con obbiettivi politici ben chiari, gli italiani rispondevano uniti.

Oggi non più.

Oggi il germe della strumentalizzazione politica sta entrando nel nostro corpo sociale, ogni occasione è usata per dividere, per creare situazioni che più che unire dividono e lacerano una società già sull’orlo di una crisi di nervi.

Su questo solco abbiamo assistito a dei funerali di stato del tutto inediti.

Funerali che invece di essere momento di riflessione e dolore sono diventati apice e sfogo per le rispettive tifoserie.

Abbiamo assistito a vertici del Governo che si sono fatti selfie, applausi, fischi, schiamazzi.

Non voglio qui attribuire responsabilità di tutto questo, siamo tutti grandi e ciascuno è bene si faccia le proprie riflessioni.

Io però mi sento di condividere la mia, ma davvero non ci indigna più che davanti a delle bare si possa generare uno “spettacolo” indecente come quello al quale abbiamo assistito?

Ma davvero possiamo accettare che ci siano delle persone che si recano ad un funerale con 43 bare (anche se non erano presenti tutte le vittime per scelte familiari più che legittime, era comunque un evento idealmente riferito anche a chi ha ritenuto di non partecipare), al solo fine di fischiare o applaudire qualcuno?

Ripeto qui non c’entrano nulla le attribuzioni di responsabilità, in tal senso spero che la magistratura genovese faccia presto.

Un funerale è il luogo adatto per simili vergognose sceneggiate?

Al netto della tifoseria di ciascuno, sarebbe accettabile per noi sentire fischi e applausi al funerale di una persona a noi cara?

Mi sono posto queste domande in quei giorni, domande che penso possano far riflettere.

Domande che a me hanno fatto riflettere e che forse ci chiedono di fermarci.

 

 

Redazione
© Riproduzione riservata
02/09/2018 17:59:34

Giacomo Moretti

Nato ad Arezzo – Dopo aver assolto agli obblighi di leva comincia subito a lavorare, dalla raccolta stagionale del tabacco passa ad esperienze lavorative alla Buitoni e all’UnoaErre. Si iscrive “tardivamente” all’età di 21 anni alla Facoltà di Giurisprudenza di Urbino dove conseguirà la laurea in corso. Successivamente conseguirà il Diploma presso la Scuola di Specializzazione per le professioni legali. Assolta la pratica forense, nel 2012 si abilita all’esercizio della professione forense superando l’esame di stato presso la Corte d’Appello di Firenze. Iscritto all’Ordine degli Avvocati di Arezzo esercita la professione forense fino al dicembre 2016. Attualmente si è sospeso volontariamente dall’esercizio della professione di avvocato per accettazione di incarico presso un ente pubblico a seguito della vincita di un concorso. Molto legato al proprio territorio, Consigliere comunale ad Anghiari per due consiliature consecutive. Pur di non lasciare la “sua” Anghiari vive attualmente da pendolare. Attento alla politica ed all’attualità locale e non solo, con il difetto di “dire”, scrivere, sempre quello che pensa. Nel tempo libero, poco, ama camminare e passeggiare per la Valtiberina e fotografarne i paesaggi unici.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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