Opinionisti Alessandro Ruzzi

Quanto è difficile parlare dell'economia locale

Soddisfare più o meno parzialmente le promesse elettorali costa

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Me lo sollecitano gli amici di Saturno notizie, ma in generale parlare di temi economici in questo momento non è foriero di soddisfazioni. Gli osservatori internazionali hanno ulteriormente ritoccato al ribasso la previsione di crescita del prodotto interno lordo italiano per l'anno in corso: prevedono un risibile aumento dell'1,2%. Per la nostra provincia sarà addirittura inferiore. Drammatico.

Previsioni basate sul sentire diffuso che è legato alle politiche economiche del corrente governo in un contesto internazionale complesso. Soddisfare più o meno parzialmente le promesse elettorali costa, un costo che si riflette sul rallentamento dell'economia nazionale (come aveva già segnalato il recente declassamento delle prospettive da parte di una agenzia internazionale di rating): senza entrare sul merito del rapporto deficit Pil assegnatoci dalla Commissione europea, è ovvio che lo sforamento comporterà l'aumento dei tassi di interesse. Con seguente aumento del costo del denaro che si rifletterà sulla dinamicità della domanda interna, già affaticata, l'utilizzo di leve per il reperimento delle necessarie provviste al bilancio dello Stato italiano soffocherà taluni settori economici più di altri. Se la situazione non fosse così tragica, si potrebbe anche ridere di come verrà condiviso all'interno di questa compagine governativa quel reddito di cittadinanza che andando a sovvenzionare anche parte degli stranieri residenti in Italia dovrà obbligatoriamente scontrarsi con la politica di certa parte di quella maggioranza stessa.

Ma parliamo del nostro territorio, che vede una sua vallata -il Valdarno- luogo di pesanti tensioni circa il futuro di attività manifatturiere (solo per citare le più recenti: la ex Pirelli di Figline Valdarno, attuale Bekaert, con i suoi imminenti 320 licenziamenti; la Pratigliolmi con prossimi 55 licenziamenti). Dopo Casentino, ValTiberina, capoluogo e recentemente Chiana, ora tocca alla area più lontana da Arezzo. Il recente rapporto Ires segnala come il valore aggiunto provinciale sia praticamente immutato tra gli anni 2010-2017 (8.101-8.208 milioni€): assenza di crescita che sottolinea come il territorio fatichi a mantenere i propri risultati, nella incapacità di crescere. La perdita del 20% di esportazioni e del 30% di importazioni avvenuta nel 2013 è stata a malapena recuperata, il tasso di disoccupazione scende lentamente (è facile prevedere un suo importante aumento) come la cassa integrazione, ma le nubi che si stanno addensando a causa di specifiche crisi aziendali minacciano il riproporsi di un periodo davvero brutto. Infatti non vi è dinamicità in alcun settore che permetta di assorbire perdite così significative di posti di lavoro e di fatturato con ovvie ricadute nel settore di servizi e commercio locale. Un 2018 giocato in difesa fra la fragilità della nostra nazione in termini di peso internazionale per la tutela delle nostre produzioni dai dazi, perduranti crisi sociopolitiche ai confini dell'Europa, utilizzo delle sanzioni economiche che si dimostra un boomerang, governi alla ricerca del consenso elettorale attraverso promesse e non attraverso i fatti conseguenti alla crescita economica. Perché nel resto del mondo l'economia cresce, anche in quel settore cardine dell'economia aretina che è l'orafo argentiero. I miei amici nel settore orafo, contattati specificatamente per questa riflessione, confermano la difficoltà di questo anno, con sensazioni non positive riguardo agli ultimi mesi, e peggiori per quello che riguarda il 2019. Crollo di Dubai come hub verso il middle east, crisi turca, una Ue che sonnecchia, contraltare al risveglio tuttora perdurante degli Usa, occhi puntati al far east contemporaneamente sbocco e concorrente. Perdita di controllo sulle fiere orafe locali, date e costi che non aiutano i produttori aretini. Al calmierarsi dei prezzi delle materie prime preziose fa da bilancia la difficile situazione dei cambi valutari. Non c'è pace tra gli ulivi.

Ovviamente è l'intero sistema paese ad essere in crisi, ma a livello locale devo segnalare come pochi imprenditori abbiano saputo realmente ritagliarsi una nicchia nel settore dell'eccellenza produttiva o del marketing finendo troppe aziende aretine per essere sempre più marginali in un mercato globale dove l'efficienza del paese (o meglio la sua inefficienza) influiscono e tanto.

Le capacità manifatturiere intese come il vero saper fare bene sono appannaggio di un numero esiguo di imprese. Pare difficile poter facilmente risalire la china in un territorio in cui il lavoro nel manifatturiero è snobbato (vedi le difficoltà della formazione professionale): sarebbe bene puntare sugli asset che il nostro territorio e la nostra storia portano in dote, ma saprà la politica fare la sua parte?

Redazione
© Riproduzione riservata
21/09/2018 09:06:01

Alessandro Ruzzi

Aretino doc, ha conseguito tre lauree universitarie in ambito economico-aziendale, con esperienza in decine di Paesi del mondo. Consulente direzionale e perito del Tribunale, attento osservatore del territorio aretino, ha cessato l'attività per motivi di salute, dedicandosi alla scrittura e lavorando gratuitamente per alcune testate giornalistiche nelle vesti di opinionista. alessandroruzzi@saturnonotizie.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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