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Ducati MHR: nel nome del mito

MHR, più esattamente, Mike Hailwood Replica. Era il 1980!

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Tornare a correre dopo 10 anni lontano dalle gare, su uno dei percorsi più insidiosi al mondo, e vincere. La data è di quelle segnate col cerchietto rosso negli almanacchi del motociclismo: 2 giugno 1978. Mike Hailwood si aggiudicava la vittoria della classe F1 sul leggendario tracciato dell’Isola di Man.

UN’IMPRESA STRAORDINARIA, per Mike, all’epoca 38enne, il cui merito va al suo immenso manico, ma anche alla Ducati 900 SS (preparata dalla scuderia NCR), moto veloce e imprendibile sul Mountain. Ancora una volta, una creatura dell’ingegner Taglioni, il “papà” del desmodromico, faceva centro. Proprio come era successo alla “200 Miglia di Imola” alcuni anni prima con Paul Smart e la Ducati 750. E per festeggiare la prestigiosa vittoria al Tourist Trophy, a Borgo Panigale allestirono una versione stradale della moto di Mike, la MHR (Mike Hailwood Replica) che arrivò sul mercato solamente due anni dopo, nel 1980.

NON SI TRATTAVA DELLA COPIA FEDELE del bolide cavalcato da “Mike the Bike”, piuttosto di una 900 SS vitaminizzata con componentistica di maggior pregio. Le sovrastrutture, i cerchi, gli pneumatici e l’impianto frenante, di tipo racing marcaBrembo, erano completamente nuovi. Il telaio, invece, era lo stesso della 900 SS standard, ovvero il noto doppia culla in tubi di acciaio. 

ANCHE IL PROPULSORE restava lo stesso della SS, un bicilindrico longitudinale a V di 90°, con distribuzione desmodromica monoalbero in testa a coppie coniche e 2 valvole per cilindro, alimentato da carburatori Dellorto da 40 mm. Autentica “chicca”, gli scarichi a tromboncino della Conti, un “must” per i ducatisti più accaniti, con un “sound esettrizzante” che non lasciava dubbi sul carattere sportivo della moto. Una creatura sportiva e tremendamente affascinante, impreziosita da una livrea tricolore che richiamava i colori della bandiera italiana.

LA MHR, PERÒ, NON ERA UNA MOTO PER TUTTI. Stabilissima nei curvoni veloci e un po’ “impacciata” nel misto stretto, andava guidata con energia a causa della mole non indifferente. Per non parlare dell’erogazione possente sin dai bassi regimi, capace di spiazzare alla prima manata di ga motociclisti con meno esperienza.

DALLA MHR 900 ALLA MHR 1000. Fu l’ingegner Bordi ad occuparsi dello sviluppo del propulsore, lavorando sulle misure di alesaggio e corsa, sui carter, sui cilindri, sulla pompa dell’olio, sulla frizione e anche sull’albero motore (che diventava monolitico e con bielle scomponibili). Conseguenza dell’aumento di cilindrata, maggiore potenza e maggiore coppia, ma anche l’arrivo di qualche chilo in più rispetto alla precedente versione.

PRODOTTA IN OLTRE 7.000 ESEMPLARI (tra 900 e 1000) la MHR rimase in produzione fino al 1986 quando, a causa dell’eccessivo costo legato alla realizzazione e alla manutenzione della distribuzione a coppie coniche, fu mandata in pensione per lasciare spazio ai nuovi modelli sportivi con distribuzione desmodromica a cinghie dentate già in uso sulla serie Pantah.

InMoto.it
© Riproduzione riservata
27/09/2018 09:40:07


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