Opinionisti Giacomo Moretti

Tutta una questione di numeri

Il numero più citato è quello relativo allo “spread”

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Diciamoci la verità, in questi ultimi tempi siamo letteralmente “bombardati” di numeri.

Numeri inerenti la nostra vita e la nostra società, numeri che volenti o nolenti influenzano la nostra vita.

Il numero più citato è quello relativo allo “spread”, un numero che influenza i nostri portafogli, mutui, conti correnti, interessi, risparmi, investimenti ma non solo.

Un numero che influenza anche la politica, sia quella interna che estera, al punto da creare liti e conflitti tra forze politiche.

Chi si  proclama super europeista a prescindere, chi si proclama contro l’Europa sempre a prescindere.

Ci sono, nel nostro presente, dei numeri che sono insopportabili. Mi riferisco a chi perde il lavoro, al numero dei poveri che è aumentato vertiginosamente in questi anni, all’immigrazione talvolta clandestina e in alcuni periodi del tutto fuori controllo.

Per non parlare dei disoccupati, di coloro che addirittura vengono classificati come “inattivi” ovvero persone che perdendo ogni stimolo e fiducia hanno smesso di cercare lavoro e che non studiano.

Numeri su numeri che ci devono far riflettere ma che, a mio parere, non possono farci perdere una visone.

Numeri che segnano la vita e le esistenze delle persone e che per questo sono intollerabili, specialmente quando sono frutto di politiche errate, di un esercizio del potere volto più a tutelare le solite caste, o come diremmo noi “i soliti noti”, piuttosto che la popolazione, ovvero quelle fasce sociali che avevano riposto la propria fiducia in una Europa che ha tradito il proprio mandato.

Come dicevo, numeri odiosi in quanto dietro a quei numeri ci sono le esistenze delle persone.

Ma che numeri ci proponeva l’Europa prima di diventare quella che è oggi?

Ne propongo alcuni, riferiti alle nazioni di competenza: Germania 2.000.000, Austria e Ungheria 1.110.000, Turchia 770.000, Bulgaria 87.000, Russia 2.000.000, Francia 1.400.000, Inghilterra 1.115.000, Italia 650.000, Serbia 370.000, Romania 250.000, USA 116.000.

A questi numeri sopra citati va aggiunta una quota ripartita tra le nazioni (esclusi gli USA) di circa 7.000.000.

Da questa mia ultima frase si capisce bene a che numero mi riferisco, sono i numeri dei soldati morti (stima per difetto) durante il primo conflitto mondiale, 7.000.000 furono i morti civili.

In poche parole l’Europa da campo di battaglia si trasformò nel più grande cimitero all’aperto mai conosciuto.

Sono numeri che fanno spavento.

Durante il primo conflitto mondiale l’Italia conoscerà la sua “Caporetto”, in due settimane saranno circa 400.000 le persone che morirono, tra soldati e civili.

Non so che effetto fa leggere questi numeri ma mentre scrivo ho dei brividi lungo la schiena.

Non sto parlando di millenni fa. Il 4 novembre in Italia ricorderemo il centenario dalla fine di questa immonda guerra che ha segnato la fine di milioni di persone nei modi più atroci e la sofferenza di milioni di uomini e donne che non hanno potuto più rivedere i propri cari.

Scrivo questo perché in modo troppo leggero vedo uomini politici andare in TV a dire che stiamo vivendo una guerra.

No, non stiamo vivendo nessuna guerra.

La mia generazione, come quella dei nostri genitori, non ha vissuto quegli orrori e chi nelle nostre famiglie li ha vissuti (mi riferisco agli orrori ancora più atroci prodotti dalla II guerra mondiale), oggi molto spesso non è più tra noi per poterceli raccontare ancora.

Siamo alle prese con dei numeri che non vanno bene, con dei numeri che la politica aveva il dovere di non produrre e che ora deve lavorare per cambiare. Ma per favore, non paragoniamo i numeri con i quali abbiamo a che fare oggi con quelli con i quali hanno avuto a che fare i nostri nonni e bisnonni.

Non paragoniamo la nostra incertezza sul futuro, alla quale va posto rimedio, con l’incertezza che hanno vissuto loro.

Incertezza vissuta non davanti alla Tv ascoltando un telegiornale prima di cena sul divano, ma magari in qualche rifugio arrangiato sotto un bombardamento o fermati da soldati stranieri che ti puntano il fucile contro.

Dobbiamo reagire rispetto alle cose che non vanno, lo dobbiamo fare per noi e per le generazioni future ma non possiamo dimenticare da dove veniamo.

Dal settembre del 1945 nessun fucile di guerra ha sparato nel nostro territorio, non sono tanti anni, sono “solo” 73 anni.

Per risolvere i nostri problemi di oggi non buttiamo via tutto, io sono comunque grato di far parte di quella generazione che per la prima volta dopo millenni è nata nel più lungo periodo di pace che il nostro Paese e l’Europa abbia mai conosciuto.

Facciamo i conti con i numeri di oggi cercando di evitare di ritornare ai numeri del passato, rispetto ai quali anche in famigerato “spread” conta meno che nulla. 

Giacomo Moretti
© Riproduzione riservata
19/10/2018 15:50:51

Giacomo Moretti

Nato ad Arezzo – Dopo aver assolto agli obblighi di leva comincia subito a lavorare, dalla raccolta stagionale del tabacco passa ad esperienze lavorative alla Buitoni e all’UnoaErre. Si iscrive “tardivamente” all’età di 21 anni alla Facoltà di Giurisprudenza di Urbino dove conseguirà la laurea in corso. Successivamente conseguirà il Diploma presso la Scuola di Specializzazione per le professioni legali. Assolta la pratica forense, nel 2012 si abilita all’esercizio della professione forense superando l’esame di stato presso la Corte d’Appello di Firenze. Iscritto all’Ordine degli Avvocati di Arezzo esercita la professione forense fino al dicembre 2016. Attualmente si è sospeso volontariamente dall’esercizio della professione di avvocato per accettazione di incarico presso un ente pubblico a seguito della vincita di un concorso. Molto legato al proprio territorio, Consigliere comunale ad Anghiari per due consiliature consecutive. Pur di non lasciare la “sua” Anghiari vive attualmente da pendolare. Attento alla politica ed all’attualità locale e non solo, con il difetto di “dire”, scrivere, sempre quello che pensa. Nel tempo libero, poco, ama camminare e passeggiare per la Valtiberina e fotografarne i paesaggi unici.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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