Opinionisti Leonardo Magnani

Si scrive sicurezza si pronuncia emarginazione

Sindaci, in rivolta contro il “Decreto Sicurezza” e il Ministro degli Interni

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Durante questi giorni di festa c’è stato uno scontro violento tra alcuni Sindaci, in rivolta contro il “Decreto Sicurezza” e il Ministro degli Interni, Matteo Salvini. Il motivo, l’applicazione delle norme riguardo la sicurezza e l’immigrazione. Bene fa l’esecutivo a volere sicurezza e a porre rimedio a tutto ciò che crea disagio, è un principio che deve essere un obiettivo per tutti. E’ opportuno però, che ciò che è perseguito sia anche possibilmente conquistato.

Proviamo, quindi, a evitare di addentrarci nello scontro e cerchiamo di realizzare un’epoché, una sorta di husserliana sospensione del giudizio, andando a fare una riflessione sul contenuto della cosiddetta Legge Salvini o Decreto Sicurezza come viene chiamata, per cercare di capire ciò che realmente stia accadendo e cosa ci sia realmente in gioco.

La legge abolisce la fattispecie di protezione umanitaria e nega ai detentori di Permesso di Soggiorno la possibilità di registrarsi all'anagrafe (art. 13 comma 2 del DL che modifica DPR 223/89 art. 6 comma 7 e DIGS 286/98 art. 7 comma 3).

Questi ultimi non potranno avere la residenza, non potranno essere assistiti dal Servizio Sanitario Locale (escluse emergenze) né iscriversi ai centri dell'impiego.

Da qui nasce la protesta dei sindaci.  “Il permesso di soggiorno di cui al comma 1 non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica”: così si esprime effettivamente la legge e questo è l’oggetto del contendere.

L’abolizione della fattispecie della protezione umanitaria creerebbe così condizioni in cui il legittimo diventa illegittimo, perché se il migrante richiederà un certificato di residenza, se lo vedrà negare anche con il permesso di soggiorno.  E se perdesse il lavoro non potrà riottenerlo perché mancherebbe di residenza, mentre prima aveva un margine, per cercare un nuovo lavoro, di sei mesi. Grave pericolo sembra esserci anche per i minori non accompagnati, perché al 18° anno diventerebbero automaticamente illegali. Il permesso di soggiorno di quanti avevano la protezione umanitaria, infatti, non basterà più per iscriversi all’anagrafe e quindi avere una residenza e i Comuni non potranno più rilasciare la carta d’identità e i servizi annessi, l’iscrizione al Servizio Sanitario o ai centri per l’impiego che saranno assicurati solo nel luogo di domicilio e quindi di residenza.

Così stante le cose, chiunque fosse inserito in quella determinata casistica si ritroverà a essere escluso da altre posizioni legali riguardo al tema migrazione e finirà per essere considerato illegalmente presente nel territorio, anche se fino all’entrata in vigore della legge era inquadrato nella precisa disposizione migratoria di “migrante con protezione umanitaria”. Una persona, anche se assunto e quindi a tutti gli effetti lavoratore, si ritroverebbe a non poter essere iscritto all’anagrafe e a non avere residenza. Le conseguenze sembrerebbero essere preoccupanti: senza residenza non ci può essere un conto corrente perché la banca richiede dove il correntista risieda, non ci può essere quindi accredito dello stipendio e non potrebbe esserci lavoro legale. Non si potrebbe fare richiesta per i servizi scolastici dei figli: a quale comune posso richiedere l’iscrizione se non ho una residenza? e nemmeno la possibilità di accedere ai servizi sanitari sempre per la medesima ragione. Inoltre, quanti erano all’interno del cosiddetto Sprar, il progetto del ministero degli Interni sono, di fatto, fuori dal percorso e dagli alloggi previsti, perché il medesimo progetto è decaduto. Questo porterà persone che già avevano iniziato un percorso d’integrazione a trovarsi senza appigli e al di fuori di qualsiasi ipotesi integrativa all’interno della società italiana.

Passiamo poi alla diminuzione dei fondi destinati a quanti lavoravano per creare l’integrazione: questo taglio riguarda anche l’insegnamento della lingua italiana ai migranti, lasciando nella precarietà relazionale e nell’incapacità di comunicare, gruppi di persone che prima studiavano la lingua, primo elemento d’integrazione sociale.

Il rischio che s’intravede è evidente: chi aveva lavoro, quanti avevano iniziato un percorso d’integrazione, saranno lasciati a loro stessi rischiando di relegarli a sacche di emarginazione sociale a forte rischio di criminalità diffusa. E’ addirittura l’ISPI (Istituto per gli studi di politiche internazionali) che parla del rischio reale di un aumento di 70.000 irregolari entro il 2020 per effetto dell’abolizione della protezione umanitaria. In assenza di alternative è immaginabile pensare che un esercito d’irregolari possa essere facile preda della criminalità organizzata. Tutte le risorse che la comunità ha speso per l’integrazione attraverso corsi lavorativi, professionalizzanti e linguistici saranno buttate al vento, per creare magari maxi centri di raccolta di migranti che potrebbero diventare bombe a orologeria sociali. Non si può pensare che chiudendo le frontiere sparisca il problema migratorio, così come ha affermato qualche esponente della maggioranza, sarebbe come pensare che chiudendo gli ospedali spariscano gli ammalati. Si spera, come auspica l’Anci, in modifiche e correttivi utili, del resto lo stesso sito del Viminale nella serata del 3 Gennaio scorso ha diffuso, un vademecum che sembra attutire gli effetti della mancata iscrizione all’anagrafe.

Insomma, una legge fatta per creare sicurezza sembra essere destinata ad avere effetto contrario. Non è la prima volta, c’è una sorta di recidiva in questo, soprattutto sul tema delle migrazioni. Già la Legge Bossi-Fini, attualmente in vigore, ha creato più problemi di quanti ne voleva risolvere.

Tutto questo non genera sicurezza, al contrario alimenta precarietà, emarginazione e criminalità diffusa. E chi ne sconterà le conseguenze? Molto probabilmente “prima gli italiani”.

Redazione
© Riproduzione riservata
06/01/2019 12:40:53

Leonardo Magnani

Leonardo Magnani è nato e vive a Sansepolcro. E’ laureato in filosofia e in scienze religiose. Insegnante di professione, da anni collabora con l’Associazione Cultura della Pace e si interessa di mediazione dei conflitti e di nonviolenza.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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