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Myrta Merlino nominata ambasciatrice dell'Unicef: “Guai all'indifferenza davanti alle atrocità”

"Ho letto il rapporto sui rifugiati e ho pianto molto", ha detto la conduttrice

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Myrta Merlino è commossa e anche preoccupata. Il nuovo incarico di Ambasciatrice di Buona Volontà dell’Unicef la tocca profondamente e la pone davanti a compiti importanti. Perché, come ha ricordato il direttore generale dell’Unicef in Italia Paolo Rozera ufficializzando la nomina con una cerimonia molto semplice ma toccante nella sede romana dell’organismo, «Questo non è un riconoscimento ma un impegno», impegno preso a favore dei più deboli, dei bambini. Stringendo tra le mani la sua «Pigotta», la bambola di pezza che ognuno può adottare e che reca in cartolina il nome di chi l’ha creata, dipinta, vestita e che nel mondo in 20 anni ha fatto raccogliere 25 milioni di euro, Merlino ha raccontato con sincerità il suo stato d’animo: «Quando mi fu rivolto questo invito d’istinto pensai: “Ma io che cosa c’entro?”, non ho esperienza sul campo, sono inadeguata, non mi consideravo all’altezza del compito. Poi è arrivato tra le mie mani, provvidenziale, il rapporto della Woman Refugee Commission, in cui vengono descritte con dovizia di particolari i trattamenti a cui i rifugiati vengono sottoposti all’indomani della loro fuga dalla città natale. Ero in aereo per andare a New York dove avrei incontrato, per intervistarla, la senatrice Liliana Segre. L’appuntamento era all’Onu davanti a migliaia di ragazzi lei avrebbe parlato della sua vita. Una concomitanza di eventi non casuale che mi ha portato in aereo ad astrarmi da tutto e a leggere quelle pagine tutte d’un fiato. Poi ho pianto, ho pianto tanto: abusi, violenze sessuali su chi inizia la migrazione e tutto questo a danno dei giovani. Ho imparato che esistono campi ufficiali e non ufficiali e in questi ultimi accade qualcosa che ha come unica tragica similitudine i campi di concentramento. Fatti che si consumano di fronte casa nostra, in Libia, dove cinquecento mila bambini restano nelle zone a rischio. Arrivata all’Onu sentii Liliana Segre raccontare che ancora bambina fu cacciata da scuola solo perché ebrea e non ne capiva il motivo. La maestra le spiegò che non era colpa di nessuno e che le cose andavano così. Non era cattiva la maestra, una brava persona che girava la testa dall’altra parte. Allora mi sono detta che l’indifferenza è gravissima e che anch’io che non c’entravo niente dovevo fare il mio meglio per questi ragazzi. Tragedie di questa portata ti costringono a pensare. Mi sono detta: “Se se solo faccio passare attraverso di me o attraverso il programma che conduco anche solo una goccia di tutto questo mare, allora il mio incarico avrà avuto un senso”».

Notizia e foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
17/04/2019 14:17:51


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