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I centri storici snobbati dalle logiche della vita di oggi. Perche’ non rivalutarli?

Commercio e socialità lasciano il posto a chiusure e lento abbandono

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I centri storici, le relative problematiche e i sistemi per rivitalizzarli e rilanciarli: un problema, questo, che accomuna città più o meno grandi, alle prese con una sorta di autentico dilemma. Nel senso che il centro storico è più bello e può andare bene nei giorni di relax per una passeggiata, mentre la periferia è più accessibile, più comoda e più economica per la spesa, ma anche – ad esempio - per un semplice rituale giornaliero: il caffè. Molto più semplice parcheggiare l’auto sul lato della strada e prenderselo “volante” nel bar che in quel contesto è più a portata di mano. Un comportamento sostanzialmente “figlio” dei tempi di oggi, in cui la frenesia è diventata la tacita parola d’ordine fedelmente rispettata, perché spesso la battaglia contro l’orologio impedisce persino di alzare la testa. Di certo, anche questa logica non sta giovando ai centri storici, luoghi che per la loro bellezza e per le loro caratteristiche meriterebbero ritmi decisamente più “slow”. Il traffico è una delle discriminanti che gioca a svantaggio dei centri storici, anche se in qualche caso non esiste assolutamente una regola ferrea, per cui si vedono transitare veicoli autorizzati con una certa frequenza, ma è noto che ztl e la mancanza di parcheggi scoraggino chi voglia fare le cose in maniera più veloce, magari perché ha i minuti contingentati. Eppure, se un centro storico è gradevole e ben arredato riesce ugualmente ad attrarre persone, pur dovendo fare qualche metro in più a piedi perché le auto sono tolte di mezzo. Nel nostro bacino di utenza, che abbraccia tutta l’Alta Valle del Tevere e l’Alto Savio, i problemi dei centri storici sono esattamente gli stessi: la tendenza dei commercianti, esclusi coloro che per un motivo o per l’altro chiudono a causa della cessazione dell’attività, è quella di trasferirsi da dentro a fuori le mura, dove c’è già la grande distribuzione che sta soppiantando il commercio tradizionale. Risultato: chiusura di attività che hanno persino fatto la storia in alcune realtà; presenza sempre maggiore di contenitori vuoti, ovvero di locali con scritto “affittasi” o “vendesi” e di conseguenza un movimento di persone progressivamente minore, o che adopera le strade del centro per trasferirsi da un ufficio all’altro. In parallelo con l’impoverimento commerciale (per non dire consequenziale), viaggia anche un altro risvolto preoccupante: lo spopolamento dei centri storici, che li priva in automatico di una forma di presidio, prestando il fianco a vandalismo e criminalità più in generale. Lo svuotamento demografico dentro le mura di un qualsiasi centro finisce con il rendere esclusiva o quasi la permanenza al suo interno degli extracomunitari, che possono usufruire di opportunità abitative a più basso costo. Fatta comunque questa premessa, è altresì importante sottolineare che la tattica del lamento non serve, da parte sia dei commercianti che dei residenti; troppo facile arrendersi davanti a una grande distribuzione che impera in periferia e fare vittimismo alla maniera di chi si sente impotente davanti a un fenomeno economico e di costume che sta prendendo campo; i centri storici debbono essere rilanciati e riqualificati perché sono da sempre la parte più antica e suggestiva di ogni città e le pubbliche amministrazioni possono fornire un aiuto determinante con politiche mirate o di agevolazioni fiscali, ma tutto ha un senso se anche i cittadini stessi diventano attori della situazione.

IL SENSO DELL’APPARTENENZA ALLA BASE DI TUTTO

Ho letto qua e là suggerimenti di vario genere e “ricette” ritenute efficaci, che mi trovano in piena sintonia, perché ciò che ho trovato scritto è quello che già avevo avuto in mente e allora non faccio altro che scriverlo anch’io. Il primo fattore è la gestione dello spazio urbano: riducendo l’area a disposizione delle vetture, si può intanto favorire una maggiore godibilità dei centri e aumentarne il grado di fruizione, ideando possibilmente un qualcosa di originale, che può essere un parco giochi o – per esempio – un luogo per installazioni artistiche. Piazze e strade che si liberano dal traffico per recuperare le vecchie funzioni di luogo di aggregazione per eccellenza e in questo caso una città di dimensioni più piccole ha maggiori chance di riuscita nell’obiettivo, rispetto a una più grande. Non ha senso individuare la soluzione nella riapertura al traffico come sostengono molti, in nome della comodità; un progetto attraente può sconfiggerla e persino invogliare l’automobilista a farsi qualche passo a piedi. Secondo fattore: la qualità del commercio e parlo non solo degli esercenti tradizionali, ma anche degli artigiani, perché comunque debbono vendere i loro prodotti e quindi essere commercianti anche loro. Se si pensa di far concorrenza alla grande distribuzione oppure ai cinesi, proponendo prodotti similari, non esiste nulla di più sbagliato: i negozi dei centri storici debbono intanto essere caratterizzati da un particolare culto anche per l’estetica e quindi farsi apprezzare già per l’allestimento della vetrina e poi vendere merce che, oltre ad essere di ottima fattura, sia anche originale o comunque non facilmente reperibile altrove. Vale per abbigliamento e calzature, ma vale anche per le produzioni artigianali, che non possono essere seriali, così come per gli alimentari e per la frutta e verdura, facendo in modo che determinate specialità si trovino solo in questo o in quel negozio. Numerosi piccoli centri stanno puntando anche sul mantenimento dei negozi di prossimità e sulla valorizzazione di attività come birrerie artigianali e bar con dehors: spazi all’aperto e tavolini trasmettono la percezione di un posto attrattivo e vivibile. E passiamo al terzo fattore, ovvero all’argomento più spinoso: l’uso delle auto e dei veicoli in generale. Perché è noto che nei centri storici non circolino soltanto i residenti, ma anche i corrieri e coloro che trasportano le merci, al volante di mezzi più ingombranti. E in più di una circostanza, non esiste una regolamentazione oraria abbastanza rigida. È chiaro che, più le auto stanno fuori e più i centri storici diventano attrattivi, anche perché si previene l’inquinamento atmosferico. Al posto dei camion, le sperimentazioni dei cargo bike, più ecologici, sembrano avere il sopravvento. Per ciò che riguarda il fenomeno più in generale, il lavoro da fare è di natura “terapeutica”: tanta e tale è divenuta la dipendenza dall’automobile che a bordo di essa si entrerebbe anche dentro i negozi, se vi fosse la possibilità. E a volte, non magari nei centri storici, la pigrizia oramai radicata sconsiglia persino di percorrere 20 metri a piedi da un parcheggio se si trova un “buco” il più possibile vicino alla destinazione e poco conta che magari vi sia il divieto di sosta. In fondo, si pensa che siano sempre i 5 minuti buoni, ossia che il vigile urbano non arrivi per fare la multa. Quarto fattore: l’azione congiunta di due categorie, giovani e anziani, che sono quelle più attaccate ai centri storici. I primi non dispongono ancora dell’auto e quindi si identificano nel centro storico, a patto però che si ravvivi con attività di vario genere, altrimenti la tendenza diventa quella all’abbandono. Se pertanto si vuole che i giovani rimangano nel loro luogo di origine, la mossa più efficace è quella di coinvolgerli e di renderli protagonisti a pieno titolo, invitandoli a formulare proposte e azioni da mettere in campo. Stimolando la loro libertà, possono allestire gli spazi oppure creare particolari eventi. Gli anziani sono per un verso nella stessa condizione dei giovani: non hanno l’auto neanche loro (o la usano meno frequentemente), e allora hanno bisogno di un accesso agevole ai vari servizi, se non altro per eliminare problemi anche alle famiglie. Se dunque si favoriscono i legami fra diverse fasce di popolazione con iniziative che consolidano anche il senso di appartenenza a una comunità e a un luogo, è assai probabile che lo spopolamento venga combattuto e che anche la coesione sociale ne tragga giovamento. E siamo al quinto fattore, che coinvolge tutte le categorie demografiche: la fierezza per il luogo nel quale vivono. Rendere orgogliose le persone di partecipare allo sviluppo della propria comunità significa lavorare assieme per conferire la giusta visibilità al logo nel quale si vive.

ALLEANZA E CONDIVISIONE NELLE SCELTE PER RISOLVERE IL PROBLEMA

Come si può notare, quindi, occorrono il concorso di più persone e di più azioni per far sì che un centro storico possa riprendere vita. E’ persino assurdo che la parte più suggestiva di ogni città debba andare in preda a una progressiva desertificazione, con tutti gli annessi e i connessi. Un tempo, i centri storici erano il salotto buono e le periferie i luoghi più esposti alla criminalità; adesso, specie in alcuni Comuni, i ruoli sembrano essersi ribaltati, a causa del progressivo svuotamento. Un centro storico ricco di attività, di esercizi commerciali e di iniziative favorisce poi una maggiore frequentazione e socializzazione, anche perchè in ogni nucleo antico esistono una piazza e una strada principale nelle quali si concentra il passeggio o “struscio”, come si usa definire. Certamente, l’avvento dei social ha un po’ frenato questa consuetudine, perché è più facile ritrovarsi rispetto a prima (quando la tecnologia nei rapporti umani non esisteva), ma occorrerebbe rispolverare i vecchi rituali anche per ridimensionare nella giusta misura il rapporto uomo-apparecchio e riscoprire la bellezza del contatto diretto fra le persone. È triste vedere le strade pressochè vuote e fredde anche in quelle che una volta erano le ore di punta del passeggio: poche persone che, con la fretta addosso e spesso a ridosso dei muri, compiono un pezzo di tragitto per trasferirsi da un luogo all’altro. È logico tutto questo? Senza soffermarsi troppo in disquisizioni di natura sociologica, dico proprio di no. A questo, aggiungiamo il logorio della vita moderna, che ci impone di correre almeno fino al week-end, per cui in centro si va soltanto se vi è una necessità assoluta, altrimenti meglio evitare perché bisogna lasciare l’auto in un determinato punto (sempre che si trovi il posto) e poi andare a piedi. E’ più il tempo che si perde che altro. Quante volte avete sentito pronunciare una frase del genere, anche come forma di autoconvincimento a non farlo? Il centro storico vive non solo di negozi, ma anche e soprattutto decoro (deve presentarsi bene, insomma) e – perché no? - di spazi permanenti, dedicati principalmente all’arte e alla cultura. Individuare allora luoghi ed edifici per determinate destinazioni – immaginiamo una strada riservata agli artisti o a esposizioni - può senza dubbio essere un sistema efficace per riportare la gente dentro le mura. A immaginiamo anche spazi di mercato coperto, che magari riconducano alla vecchia maniera di fare commercio, più improntata sul rapporto diretto. Un altro contributo fondamentale può essere quello che viene dagli eventi, purchè alla fine non vi sia la finalità di far funzionare solo bar, ristoranti e pub. Non occorre una moltitudine di appuntamenti dal ritorno contenuto, quanto piuttosto una “rosa” ben definita e qualitativamente valida, che funga da richiamo per l’esterno e che riesca ad abbracciare l’arco dell’anno. Lo spirito propositivo e di appartenenza dei cittadini deve quindi essere il motore chiave; il livello del commercio deve fare la differenza e anche le pubbliche istituzioni sono chiamate a svolgere il loro compito, dopo un processo di condivisione con le categorie interessate e la popolazione. Certamente, non possiamo stare dalla parte di chi – per ragioni assurde o di comodo – vorrebbe trasformare i centri storici in dormitori o in luoghi privi di vita solo per godersi una forma di tranquillità personale, così come ci permettiamo di suggerire a chi amministra i Comuni di avere un minimo di riguardo – in termini di agevolazioni - nei confronti di chi ristruttura la facciata del proprio palazzo (più o meno storico come epoca) per rendere più gradevole l’aspetto complessivo, oppure di chi si ritrova sfitto il locale di proprietà sotto casa, perché non riesce più a trovare un commerciante come “inquilino”. Nei limiti del consentito, si potrebbe richiedere un cambio di uso e ricavare in esso una rimessa per la propria auto e questo sarebbe un incentivo per far rimanere i residenti all’interno del centro storico, dato che molti hanno deciso di stabilirsi fuori dalle mura anche per questo motivo. Chi amministra a il dovere di farlo da buon “padre di famiglia”, evitando di ascoltare i soliti “bischeri” che pensano solo ai loro interessi, spargendo fango a destra e sinistra, in particolare modo su chi vorrebbe mettersi al servizio di una città. Il nostro territorio è talmente piccolo che ci conosciamo un po’ tutti e non accettabile che in momenti questi si cerchi di strumentalizzare tutto e tutti da parte de “soliti noti”. A meno che, a chi amministra non facciano comodo certi comportamenti e se un centro storico muore, pazienza: su questo il tempo sarà garante. Tante implicazioni, quindi, ma le logiche di oggi non possono e non debbono relegare le parti più antiche e suggestive delle città a sostanziale punto di riferimento per i turisti. Senza dubbio – non lo neghiamo – il turismo è una voce importante e un aspetto degno della massima considerazione, ma non può assolutamente essere quella esclusiva.                                    

Domenico Gambacci
© Riproduzione riservata
26/04/2019 16:39:02

Punti di Vista

Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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