Opinionisti Giorgio Ciofini

La Casa Rossa

“Caput! caput! caput!”

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Nell’estate del 1944 i soldati tedeschi erano sbandati e in fuga di fronte all’incalzare delle forze alleate. Quella casa è ancora rossa di questa storia e di quel sangue.   

La Casa Rossa

                Era una bella sera dei primi di luglio del quarantaquattro. Quell’estate era stata lunga e calda in Italia. Poche volte, come in quegli anni, le Parche che filano la vita si erano divertite a giocare col destino degli uomini. Avevo ancora qualche anno a nascere, ma non sarei qui senza quell’estate, la più tremenda per i miei genitori che, a causa della guerra, persero mio fratello che aveva appena compiuto due anni. La mamma, quando nacqui sette anni dopo, disse che era tornato il suo Giorgio. La guerra era finita da sei, ma quell’intervallo non ha cancellato quello che era accaduto in quel tempo terribile, che vive nella parte più profonda di me. Quel tempo e le storie di quell’ultima estate di conflitto dove gli uomini, costretti da eventi e sentimenti estremi, furono protagonisti senza veli e mostrarono il meglio e il peggio di loro stessi, me li ha trasmessi mia madre come l’eredità più preziosa nei nove mesi che ho vissuto in lei. Quella sera di luglio, una famiglia si era appena messa a tavola alla Casa Rossa, lungo viale Santa Margherita, nei pressi dell’abitato di Ceciliano, a poche centinaia di metri dal Tucciarello, la località alle porte di Arezzo dove vivevano i miei nonni paterni e dove stavano per tornare i miei genitori che, dal novembre del 1943, erano sfollati a San Donato, quattro case con la torre sopra Sestino al di là della linea gotica, nella terra di nessuno. Gli alleati dall’8 settembre dell’anno prima non erano più nemici e, vinta l’ultima resistenza a Montecassino avanzavano inesorabilmente da sud, con l’esercito italiano allo sbando e i resti di quello tedesco in ritirata. Le ultime pattuglie rimaste in zona col compito di sabotare l’avanzata anglo-americana, si aggiravano per la campagna Toscana come branchi di lupi, puntando a nord dove anche la stella polare era sparita dal cielo. Una di queste quella sera, si fermò alla Casa Rossa ed entrò con le armi spianate sorprendendo la famiglia a tavola. Erano quattro soldati della Wermacht con due sidecar. Erano in fuga, stanchi, affamati. Volevano mangiare e portare via il cibo di cui avevano bisogno. Divorarono quello che era in tavola e arraffarono quanto poterono, il mitra puntato contro gli abitanti della casa, tra cui anche dei bambini. Si sentivano braccati e avevano una gran fretta. Avevano paura, come le loro vittime. Sentivano sul collo il fiato delle avanguardie alleate, e questa condizione li rendeva feroci come chi non ha più niente da perdere e a uccidere ha fatto il callo. La famiglia impotente, le mani alzate, piangeva e pregava. Per fortuna c’era poco tempo, anche per pensare. La vita e la morte, nella Casa Rossa, giocarono alla roulette russa per qualche manciata d’interminabili minuti. Uno dei quattro, quello che imbracciava il mitra, non si sedette a tavola. Restò per tutto il tempo in piedi, il mitra spianato col quale non aveva smesso un minuto di minacciare gli abitanti della casa, col dito sul grilletto affamato di sangue. Era ubriaco fradicio e non la smetteva di gridare: “caput! caput! caput!” Voleva uccidere tutti! Nella Casa Rossa si sentirono perduti. Erano pronti a morire e chiusero gli occhi per non vedere almeno la fine dei bambini. D’un tratto si riscossero. I tre si erano alzati da tavola e parlavano tra loro con voci concitate, incomprensibili. Il quarto era rimasto piantato davanti a loro, continuava a gridare come un ossesso: “caput! caput! caput!”  Non riuscirono a portarlo via, o forse lo lasciarono di proposito, perché era così malridotto che sarebbe stato di peso per la fuga. A quel punto gli abitanti della casa non ebbero il coraggio di guardare in faccia la morte. Ad occhi chiusi si fecero il segno della croce, rassegnati al loro destino, per un istante lungo quanto l’eternità. Sentirono il rombo delle motociclette che erano state messe in moto e si allontanavano, ma non ci fu alcuno sparo. Un silenzio di tomba regnò per un interminabile momento nella Casa Rossa. Forse erano già morti e non se n’erano accorti? Alla fine, trattenendo il respiro, riaprirono gli occhi e si presentò loro una scena incredibile: il sodato tedesco se ne stava appoggiato alla parete, immobile, la canna del fucile rivolta verso il pavimento. Era così ubriaco che si era messo a dormire in piedi! Il rombo delle motociclette si era spento del tutto, quando il capo famiglia imbracciò un’ascia di quelle per fare legna, che stava dietro al focolare e la lama affilata divise la testa del soldato tedesco come un tronco di legno, di quelli che i contadini mettevano nella stufa d’inverno. Il suo corpo fu poi gettato dietro la Casa Rossa, nella fossa delle acque nere. Il sangue e lo sterco degli uomini si mischiarono in un contrasto cromatico e fece giustizia. Ma sarà proprio così?  

Redazione
© Riproduzione riservata
05/06/2019 16:45:50

Giorgio Ciofini

Giorgio Ciofini è un giornalista laureato in lettere e filosofia, ha collaborato con Teletruria, la Nazione e il Corriere di Arezzo, è stato direttore della Biblioteca e del Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona e della Biblioteca Città di Arezzo. E' stato direttore responsabile di varie riviste con carattere culturale, politico e sportivo. Ha pubblicato il Can da l'Agli, il Can di Betto e il Can de’ Svizzeri, in collaborazione con Vittorio Beoni, la Nostra Giostra e il Palio dell'Assunto.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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