Opinionisti Claudio Cherubini

Pugni chiusi: un Sessantotto di periferia?

Il libro ha due sottotitoli, “Storia transnazionale di un Sessantotto di periferia”

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Sabato prossimo 9 febbraio alle ore 17,30 ad Anghiari, nella saletta della Biblioteca, sarà presentato l’ultimo libro del prof. Giorgio Sacchetti dal titolo “Pugni chiusi” uscito a fine 2018 per le edizioni Aska di Firenze.

L’occasione è data per tornare a parlare di quanto successe cinquant’anni fa: la contestazione giovanile che era partita dagli Stati Uniti qualche anno prima e che trovò il suo apice in Europa nel Maggio francese e arrivò anche ad Arezzo e nelle sue valli. E’ un periodo che inizia nel 1968 e finisce nel 1977, una stagione rivoluzionaria «che ha sovvertito in maniera profonda tutto il sistema di valori esistente, l’idea stessa di potere costituito, i modi di concepire il corpo, il sesso, i rapporti tra sessi, la famiglia, i linguaggi, i consumi, perfino i dress code», scrive Sacchetti (p. 113) che nel maggio del 2018 è stato relatore a Parigi al Colloque international “Empreintes étudiantes des années 1968 dans le monde”, tenutosi presso l’Istituto di studi politici di Parigi (SciencesPo/Sorbonne). Il professor Sacchetti è docente universitario a contratto di Storia contemporanea con curricula accademici significativi. Dal 2014 al 2018 ha insegnato all’università di Padova e oggi è docente all’Università Roma Tre. Si occupa di Labour history, culture libertarie del Novecento, storia dell’anarchismo e del movimento operaio. Gli ultimi studi si sono focalizzati sulle controculture del Novecento e sulla violenza politica.

Nel libro che verrà presentato ad Anghiari il prossimo fine settimana sarà presente l’autore e racconterà la propria esperienza di quegli anni nella scuola e nella società il dott. Giuseppe Martini, che è stato prima insegnante e poi direttore didattico in Valdarno e in alta valle del Tevere e amministratore pubblico.

Lo storico Sacchetti più volte si distacca dalla traccia classica del saggio storico e si appropria del metodo di analisi, che potremo dire era, della rivolta studentesca di quegli anni; un’analisi che parte dal basso e si fonda sul confronto e la condivisione di esperienze. Tant’è che il libro inizia con la Prefazione, scritta da Claudia e Silvia Pinelli, che si avvia con l’affermazione «C’è stato un tempo in cui il Noi è stato più importante dell’Io» e finisce con la testimonianza di Marco Noferi: «Poi quegli anni passarono, finì il “noi” e arrivò il ’77 anche in Valdarno, con le sue paure, il suo “io”, il sesso affrettato, le fughe, la fragilità».

Il libro ha due sottotitoli, “Storia transnazionale di un Sessantotto di periferia” e “Gauchisme, controculture e rivolta giovanile in provincia di Arezzo (1968-1977)”, che ci delimitano uno spazio geografico dove il giovane Giorgio vive quegli anni, conoscendo direttamente i protagonisti dei quali racconta le esperienze e ai quali fa raccontare la loro storia diventando il curatore di un’opera collettiva, come lui stesso la definisce, e nello stesso tempo dimostrando come in quello «scenario globale e temporalmente molto esteso» del lungo Sessantotto, non esistessero più né centro né periferie e i fatti locali appartenessero pienamente al «primo evento simultaneo dello storia, che ha coinvolto e sconvolto gli assetti di potere politico e sociale ai quattro angoli del mondo» (p. 12). Così il libro attraversa il periodo tra il 1968 e il 1977 leggendolo dalle esperienze dei vari protagonisti e non solo quelle delle dieci testimonianze, che occupano quasi un terzo del volume, «fiore all’occhiello del libro» come si legge nella quarta di copertina, ma anche le tante citate nei capitoli precedenti.

I temi trattati da Giorgio Sacchetti in questo libro sono molti perché il Sessantotto ha coinvolto la società in tutti gli aspetti della vita, è stato un momento di rottura che ha prodotto un’onda lunga di cambiamenti nella mentalità. Nella sua Introduzione Paolo Brogi traccia quelle che per lui sono le coordinate del libro: da un lato la psichiatria e antipsichiatria e dall’altro le lotte operaie e l’internazionalismo contro ogni forma di totalitarismo. Scrive Brogi: «Il ’68 infatti è stato forse prima di tutto questo, la potente voglia di aprire porte chiuse da sempre e di occuparsi fraternamente degli altri cercando di superare le strettoie barbariche della società in cui ci trovavamo a crescere. Una di queste tante porte era quella dei manicomi. Arezzo è stata in quegli anni una grande capitale del pensiero moderno. Dunque chi è periferia di chi?» In tutta la provincia di Arezzo negli anni Settanta l’azione del professor Agostino Pirella, direttore dell’ospedale neuropsichiatrico, come quella di Franco Basaglia a Gorizia del quale era stato collaboratore, trasformò l’approccio alla malattia mentale da curare nell’ambito delle relazioni umani e sociali senza violenza e senza emarginazione, una rivoluzione coronata con la chiusura del manicomio di Arezzo in forza della legge 180 del 1978, «certamente uno dei frutti maggiori del ‘68» chiosa Paolo Brogi. Un’altra porta che il Sessantotto spalancò fu quella dell’antimperialismo: iniziò contro gli USA con l’opposizione alla guerra in Vietnam e si completò contro l’URSS con l’opposizione alla prepotenza sovietica in Cecoslovacchia nel 1968. Anche a Montevarchi nel Valdarno si bruciò la bandiera rossa con la falce e il martello dell’Unione Sovietica «di fronte ad un allibito gruppo di comunisti ‘doc’», racconta Giovanni Cardinali (p. 45). Ovunque l’organizzato PCI si divise tra obbedienti e dissidenti perché ormai dopo il 1956 più niente è come prima. Quanto tutto fosse cambiato è evidente leggendo gli ordini del giorno del Consiglio comunale di Sansepolcro del 23 novembre 1956 e del 4 ottobre 1968 a seguito dell’invasione delle truppe del Patto di Varsavia rispettivamente dell’Ungheria e della Cecoslovacchia, votati a maggioranza dal PCI che guidava l’amministrazione comunale: nel 1956 auspica l’intervento dell’ONU per ristabilire la pace, mentre nel 1968 condanna l’invasione sostenendo il processo di rinnovamento socialista di Alexander Dubcek e chiedendo il ritiro dei carri armati dalla Cecoslovacchia così come l’esercito imperialista degli Stati uniti dal Vietnam. Poco tempo dopo, ci racconta Sacchetti (p. 131), l’avvocato Mario Ugolini, ex sindaco comunista di Sansepolcro che approva l’invasione sovietica, lascia il PCI.  «C’è allora un Sessantotto – scrive Sacchetti – che parte da molto lontano e che ha i suoi prodromi negli epocali sconvolgimenti che si registrano, sui versanti sociopolitico e culturale, già dal decennio precedente. E’ così che nascono e si consolidano vaste aree di dissidenza: a sinistra con i famosi fatti di Ungheria del 1956 e il disvelarsi, sempre più palese, del volto totalitario del comunismo; nel mondo cattolico con l’avvento di papa Roncalli e il conseguente rinnovamento conciliare; nelle nuove generazioni, quelle dei nati nell’immediato dopoguerra, con la rapida diffusione delle controculture e degli stili di vita “anglosassoni” e globalizzati, prima fra tutte la dirompente musica rock» (pp. 34-35) e poi con la generazione successiva al ’68, alla fine degli anni Settanta, quella punk che nella provincia aretina è vivace anche nelle vallate più periferiche del Casentino e della Valtiberina (p. 109). Entra in crisi il partito e prendono corpo due correnti di pensiero: quella marxista e quella socialista-libertaria; insieme alla matrice culturale cattolica sono i tre filoni che guidano il pensiero di quegli anni. Ma la «vocazione giovanile alla trasversalità ed alla rottura generazionale» (p. 43), la voglia di contrapporre il “popolo dei lavoratori” al partito o il “popolo di Dio” alle gerarchie ecclesiastiche mette sempre tutto in discussione, prima di tutto l’obbedienza: Sacchetti analizza le varie forme di dissidenza e le riporta nell’Aretino dove tra le tre correnti di pensiero è quella cattolica la prevalente, la più prolifica, la più eterogenea che genera l’opposizione alla leva obbligatoria (obiezione di coscienza) in nome della fratellanza dei popoli e del pacifismo e si oppone all’autoritarismo della scuola. Con il contributo dei “suoi” testimoni Sacchetti analizza le controculture generazionali degli studenti e le rivolte degli operai e dei gruppi e movimenti politici che si generano anche in provincia di Arezzo: dai Giovani Comunisti del PCI al PSIUP e alla Sinistra Comunista (i bordighisti), da Lotta Continua al movimento marxista-leninista, dai radicali di Marco Pannella ai socialisti del Circolo Salvemini, dagli anarchici ai cattolici “terzomondisti” che prendono come riferimenti don Milani, don Mazzi, Martin Luther King, l’Abbé Pierre, padre Balducci, don Camillo Torres. Tutti uniti contro il fascismo perché i valori della Resistenza sono i valori fondanti del ’68.

Redazione
© Riproduzione riservata
01/02/2019 12:12:46

Claudio Cherubini

Imprenditore e storico locale dell’economia del XIX e XX secolo. Collabora con vari periodici locali dal 1978. Ha pubblicato oltre trenta saggi storici su «Pagine Altotiberine», quadrimestrale dell'Associazione storica dell'Alta Valle del Tevere; altri articoli e saggi sono stati pubblicati in opere collettive e su altre riviste scientifiche. Ha tenuto diverse conferenze su temi di storia locale. Ha finora pubblicato due libri: nel 2003 "Terra d’imprenditori" e nel 2016 "Una storia in disparte. Il lavoro delle donne e la prima industrializzazione a Sansepolcro e in Valtiberina toscana (1861-1940)". Nel 2017 ha curato la mostra e il catalogo "190 anni di Buitoni. 1827-2017" e ha organizzato un ciclo di conferenze sulla storia del pastificio di Sansepolcro con i più autorevoli studiosi universitari della Buitoni.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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