Opinionisti Claudio Cherubini

La cultura pacifista dei lavoratori

Un aspetto non affrontato nell’incontro con Damilano e il suo “Un atomo di verità”

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Sabato 21 luglio scorso, nel chiostro di Palazzo della Laudi a Sansepolcro, il Partito Democratico ha organizzato un incontro per presentare il libro di Marco Damilano intitolato “Un atomo di verità” edito da Feltrinelli. E’ stato un appuntamento piacevole e molto affollato. Oltre un centinaio di persone hanno ascoltato le tematiche trattate in cui l’autore ha collegato i tragici fatti del rapimento di Aldo Moro con la realtà politica italiana di oggi.

Interessante è stato l’inizio quando alcune persone di Sansepolcro hanno ricordato cosa stavano facendo e come hanno vissuto quel 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro. Così anche Marco Damilano ha iniziato il suo intervento ricordando cosa successe a lui in quella giornata: aveva nove anni e il pulmino che lo accompagnava a scuola passava proprio all’incrocio di via Mario Fani e via Stresa dove saliva un bambino; quel giorno quando quel bambino salì i terroristi erano già appostati dietro la siepe ad aspettare che passasse Aldo Moro e la sua scorta. Ovviamente gli scolari non si accorsero di niente, né fecero caso che il fioraio con il quale scherzavano tutte le mattine non ci fosse (i brigatisti gli avevano tagliato le gomme del furgoncino per impedire che quel giorno potesse lavorare). Poi Damilano ricorda che tutti i suoi compagni  vennero portati via dalla scuola dai loro genitori e lui invece tornò a casa da solo con il pulmino perché i suoi genitori non avevano potuto andare a prenderlo essendo l’una insegnante e l’altro giornalista e quindi impegnati su fronti diversi in quella concitata giornata.

Poi dal personale si è passati al politico e sono stati toccati diversi aspetti di quel giorno e di quei 55 giorni del sequestro che poi trovò l’epilogo nell’uccisione dello statista il 9 maggio.

Innanzitutto è necessario ricordare quale fosse il quadro socio-politico di quegli anni. Dal 1969 al 1975 vennero compiuti in Italia oltre 4000 atti di violenza legati tutti a un’esplicita matrice politica. Per la maggior parte le violenze si perpetrarono nelle principali città dove s’incentrava la vita politica ed economica del Paese. Oltre l’80% di queste violenze furono rivendicate dagli estremisti neofascisti o appartenenti alla destra radicale, e in alcuni casi collusi con settori deviati dei servizi segreti. L’inizio, di quella che venne chiamata la «strategia della tensione», viene fatto coincidere con lo scoppio di una bomba collocata in un istituto bancario di Piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969 e lo scopo doveva essere proprio quello di destabilizzare la situazione politica e favorire una svolta autoritaria. C’è chi identifica l’inizio della «strategia della tensione» con l’uccisione da parte della polizia di due braccianti agricoli, manifestanti di Avola (Siracusa) il 2 dicembre 1968, ma la finalità doveva essere la stessa: rovesciare l’organizzazione democratica dello Stato. Se l’ondata del terrorismo «nero» riempì le cronache della prima metà degli anni Settanta, nello stesso periodo comparvero le prime formazioni armate di estrema sinistra e nella seconda metà degli anni Settanta il terrorismo «nero» operò quasi in competizione con il terrorismo «rosso». Così il 1978 fu l’anno con il maggior numero di attentati e di atti di violenza di tutto il decennio. Invece il 1984 è considerato l’anno in cui terminò la stagione delle stragi e dei terrorismi perché dopo i fenomeni furono rari e isolati e non più riconducibili a un disegno politico.

Nel suo intervento Marco Damilano ha posto l’attenzione su tanti aspetti di allora che hanno cambiato definitivamente il modo di fare politica. L’autore del libro vede in quel 16 marzo 1978 e nella morte di Aldo Moro l’inizio dello spartiacque fra due modi di far politica: “la politica è diventata sempre più apparenza, retorica, spettacolo, ha smesso di essere un orizzonte di senso collettivo in cui identificarsi, non ha coltivato più una speranza, ma la paura dei cittadini e la loro rabbia” (cfr. www.letture.org). Il 1978 è un anno tra la contestazione giovanile del 1968 e la caduta del muro di Berlino del 1989. Secondo Damilano, Aldo Moro aveva indicato la strada per far uscire dalla crisi la democrazia e andare oltre la divisione tra blocco occidentale e URSS, superando il trattato di Jalta del 1945.

Un argomento non sufficientemente approfondito nell’incontro di Sansepolcro con Marco Damilano è stato quello legato al ruolo della piazza e dei lavoratori. Forse anche questo è un segno della distanza che oggi si è creata tra gli operai e il Partito Democratico. Damilano ha ricordato come lui, bambino di 9 anni, al comizio di Luciano Lama, leader della CGIL, rimase colpito dal sindacalista che gridava “assassini” contro i brigatisti che rapirono Moro e uccisero i 5 agenti di scorta. Il mondo del lavoro reagì prima al rapimento e poi all’uccisione di Moro con imponenti manifestazioni di piazza a difesa della libertà e della democrazia. Io facevo la terza liceo e, non ricordo se fu il giorno del rapimento o il giorno del ritrovamento del cadavere nel bagagliaio della Renault 4, ma ci permisero di uscire da scuola prima. Non tornai a casa e andai in piazza Torre di Berta dove incontrai mio padre, operaio della Buitoni, anche lui confluito lì insieme agli altri operai del pastificio. Con lo sciopero generale i lavoratori prendevano posizione di fronte a un fatto grave che minava la democrazia del Paese. Molti studenti erano al loro fianco.

I contadini e gli operai nella loro stragrande maggioranza per tutto il Novecento hanno ripudiato la guerra (fin dalla prima guerra mondiale), non hanno mai voluto lo scontro armato e tanto meno la guerra civile. I lavoratori degli anni Settanta erano una generazione che aveva vissuto la seconda guerra mondiale, il passaggio del fronte e la miseria, ma anche la guerra civile l’avevano già vissuta nel 1943-44 tra partigiani e fascisti e la provocazione dei terroristi portava l’Italia di fronte a un nuovo scontro fratricida. Gli operai rifiutarono decisamente questo scontro proposto dalle Brigate Rosse e dai neofascisti e reagirono di fronte al rapimento di Aldo Moro, così come avevano fatto in passato fin dal 1948, in occasione dell’attentato a Palmiro Togliatti. In merito a quest'ultimo, ricorda anche Marco Damilano che Giuseppe Di Vittorio venne informato appena sceso dall’aereo e subito organizzò la segreteria della CGIL per bloccare quelli che erano pronti a prendere le armi, che qualcuno non aveva riconsegnato alla fine della guerra e teneva nascoste per “fare come in Russia”. Ma la maggior parte dei lavoratori aveva quella cultura socialista e pacifista di inizio Novecento. Quello che successe negli anni del terrorismo in Italia era anche una conseguenza del patto di Jalta, era la conseguenza della guerra fredda e dello scontro tra URSS e USA. Due realtà che si contendevano l’egemonia sull’Europa, divisa in due blocchi, e sul Mediterraneo dove al centro in una posizione geografica strategica c’era una nazione, l’Italia, con una democrazia forte dal punto di vista istituzionale perché si era data nel 1947 una Costituzione ben organizzata e all’avanguardia. Marco Damilano ha ricordato come negli anni Sessanta l’Italia fosse l’unico Paese del Mediterraneo dove si tenevano libere elezioni perché in tutta l’area del nord Africa c’erano dittature militari, in Grecia c’erano i Colonnelli, in Spagna c’era Franco, in Jugoslavia c’era Tito e in Francia c’era il presidenzialismo di De Gaulle. Inoltre non va dimenticato che il Partito Comunista veniva da una tradizione filosovietica dalla quale Berlinguer in quegli anni si stava distaccando proponendo altre soluzioni, ma l’URSS aveva tutto l’interesse perché si rovesciasse la situazione politica italiana anche in maniera violenta, analogamente ai movimenti neofascisti italiani appoggiati da alcune frange deviate della massoneria, delle Forse armate e dei Servizi segreti (golpe Borghese del 1970).

Il rifiuto dei lavoratori alla «rivoluzione armata del proletariato» si manifestò ferma e decisa con l’opposizione alle Brigate Rosse e raggiunse la massima espressione con l’assassinio di Guido Rossa il 24 gennaio 1979, l’operaio sindacalista ucciso per aver denunciato un brigatista infiltrato in fabbrica.

Redazione
© Riproduzione riservata
23/07/2018 18:28:01

Claudio Cherubini

Imprenditore e storico locale dell’economia del XIX e XX secolo. Collabora con vari periodici locali dal 1978. Ha pubblicato oltre trenta saggi storici su «Pagine Altotiberine», quadrimestrale dell'Associazione storica dell'Alta Valle del Tevere; altri articoli e saggi sono stati pubblicati in opere collettive e su altre riviste scientifiche. Ha tenuto diverse conferenze su temi di storia locale. Ha finora pubblicato due libri: nel 2003 "Terra d’imprenditori" e nel 2016 "Una storia in disparte. Il lavoro delle donne e la prima industrializzazione a Sansepolcro e in Valtiberina toscana (1861-1940)". Nel 2017 ha curato la mostra e il catalogo "190 anni di Buitoni. 1827-2017" e ha organizzato un ciclo di conferenze sulla storia del pastificio di Sansepolcro con i più autorevoli studiosi universitari della Buitoni.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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