Economia L'Esperto

"La pressione fiscale reale è a livelli da record"

È arrivata al 48,3%, ben 6 punti in più di quella «ufficiale». Nel 2019 può salire ancora

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Anni e anni, diremmo decenni, nei quali il tema che decide la vittoria elettorale è quello della riduzione delle tasse. Decenni nei quali, sulla scia di Silvio Berlusconi, ogni partito politico ha promesso di ridurre le tasse. Eppure, ci dice analiticamente uno studio della Cgia di Mestre, «seppur in calo, il peso effettivo delle tasse sui contribuenti italiani è ancora al 48,3 per cento».

Il calcolo su cui si basa lo studio cerca di quantificare la pressione fiscale reale, che risulta così di 6,1 punti superiore a quella ufficiale (42,2%, secondo l'Istat che si basa sui protocolli Eurostat). E sebbene sia in calo dal 2014, la soglia raggiunta quest'anno rimane ancora ingiustificatamente elevata. «Se alle troppe tasse - dice il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo - aggiungiamo il peso oppressivo della burocrazia, l'inefficienza di una parte della nostra PA e il gap infrastrutturale che ci separa dai nostri principali competitori economici, non c'è da stupirsi, com'è emerso in questi giorni, che serpeggi un certo malessere soprattutto tra gli imprenditori del Nordest. Tra le altre cose, a causa di tutte queste criticità continuiamo a rimanere il fanalino di coda in Ue per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri». Secondo l'Ocse, infatti, lo stock di investimenti diretti esteri in Italia in rapporto al Pil era, nel 2017, al 21,4 per cento. Nessun altro paese europeo ha registrato un risultato inferiore al nostro. In altre parole continuiamo a non essere «attrattivi». Ma c'è anche dell'altro, sottolinea il segretario della Cgia, Renato Mason: «Oltre all'imponente sforzo economico che anche quest'anno i contribuenti sono chiamati a sostenere, gli italiani devono sopportare anche un costo aggiuntivo legato alle difficoltà nell' adempiere agli obblighi tributari. Secondo gli ultimi dati della Banca Mondiale, infatti, in Italia sono necessarie 238 ore all'anno per pagare le tasse, contro le 139 richieste in Francia e le 110 previste nel Regno Unito. Un gap che ci fa capire quanto la cattiva burocrazia abbia allungato ingiustificatamente i suoi tentacoli». L'Ufficio studi della Cgia, che da anni fa un monitoraggio attento sull'andamento della pressione fiscale reale, è giunta a questo livello (48,3%) ricordando che il nostro Pil nazionale include anche l'economia non osservata riconducibile alle attività irregolari che, non essendo conosciute al fisco, almeno in linea teorica non versano né tasse, né imposte e né contributi. Secondo l'Istat, infatti, nel 2015 l'economia non osservata ammontava a 207,5 miliardi di euro (pari al 12,6% del Pil); di questi, quasi 190,5 miliardi erano attribuibili al sommerso economico e gli altri 17 alle attività illegali. In questa metodologia di calcolo, comunque, non viene inclusa tutta l'economia criminale, ma solo quelle attività che si consumano attraverso uno scambio volontario tra soggetti economici. Se togliamo dalla ricchezza prodotta la quota addebitabile al sommerso economico e alle attività illegali che, almeno in linea teorica, non producono nessun gettito per l'erario, il Pil diminuisce (quindi si riduce il denominatore), facendo aumentare il risultato che emerge dal rapporto. Per il 2019, infine, la pressione fiscale potrebbe tornare ad aumentare sia perché la crescita del Pil è data in frenata da tutti gli organismi internazionali sia a seguito di un possibile aumento del prelievo fiscale.

Il Giornale.it
© Riproduzione riservata
31/07/2018 09:56:46


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