Opinionisti Claudio Cherubini

Il Palio della morte e dell’illegalità

Maltrattamento di animali e affari milionari

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In Italia ogni anno si svolgono più di un centinaio feste in cui animali come asini, buoi, vacche, vitelli, cani, capre, cavalli, galli, galline, maiali, oche, pecore, rane, serpenti, ecc. vengono sottoposti a torture che provocano dolore e terrore, spesso fino alla morte. Lentamente nelle feste più violente vengono sostituiti gli animali veri con quelli finti e qualche sagra da qualche anno a questa parte non viene più celebrata: così il gallo di Sala Consilina (Salerno), presso a fucilate, non è più un gallo vero; finto è anche il tacchino a cui viene staccata la testa con un colpo di bastone  nella "Festa del pitu" a Tonco (Asti) oppure è già morto come nella "Sagra del pit" a Goito (Mantova); nel "Palio del viccio" a Palo del Colle (Bari) non si ride più del tacchino, che veniva ridotto a un ammasso di carne sanguinolenta e informe infilzata dai giostranti, perché sostituito da una borsa d'acqua; anche la “giostra del  maialetto” di Segni (Roma), dove un maialino chiuso dentro una cisterna veniva preso a bastonate da concorrenti bendati, dal 1993 è diventata meno cruenta con l’uso di scope di saggina e un animale spaventato che fugge qua e là; invece non esiste più la "Sagra del gatto" che si svolgeva in un paesino della Liguria, dove si cacciava e si mangiava il felino. D'altra parte, ancora purtroppo, sono molte le feste violente che vengono celebrate. Ad esempio: a Lacchiarella (Milano), la corsa delle oche che trainano carretti; a Fermignano (Pesaro), la corsa delle rane che messe sopra una carriola tentano di scappare finendo tra le ruote ed i piedi dei concorrenti, i quali le devono recuperare e rimettere sopra i carrettini, prima di riprendere la stupida corsa; a Cocullo (L'Aquila), per i festeggiamenti a San Domenico, protettore dai morsi di serpenti, diversi rettili, a cui una volta venivano strappati i denti, vengono gettati durante la processione sulla statua del santo e tra i fedeli e alla fine c’è anche chi li cucina; a Montenero Valcocchiara (Isernia), a Tarquinia (Viterbo), nella Maremma, in Sardegna, ecc., i rodei un po' all'italiana e un po' all'americana.

Ma la festa con animali più famosa in Italia e anche di maggior richiamo turistico è il "palio dei palii": il Palio di Siena, la nostra "corrida" che anziché usare tori usa dieci cavalli, talvolta drogati, e che, almeno rispetto alla corrida spagnola, si ripete solo il 2 luglio ed il 16 agosto (salvo palii straordinari, l’ultimo quest’anno e prima quelli più recenti sono stati nel 2000 e nel 1986). Tuttavia per i contradaioli il vero eroe del Palio è il cavallo, mica viene ucciso come il toro? Come il toro no, ma resta ucciso! La corrida ha infatti l'obiettivo dichiarato di uccidere il toro, mentre al Palio dal 1975 a oggi sono morti 51 cavalli che in 88 palii fa quasi un cavallo ogni volta che si corre il Palio, quasi come nella corrida spagnola. E non si dica che si vuole rispettare le tradizioni, perché come al solito la verità è che si vuole fare soldi, anzi business come si dice oggi con compensi ai fantini che arrivano anche 500.000 euro (e forse anche più) e con l’allevamento dei cavalli. Ad ogni palio c’è un giro di affari che supera il milione di euro.

Negli anni Ottanta e Novanta il Palio iniziò a essere corso da purosangue inglesi che percorrevano i tre giri di Piazza del Campo in poco più di un minuto. Qualche decennio prima invece era gareggiato con cavalli più massicci, più lenti ma più robusti che meglio resistevano a una pavimentazione che produce forti sollecitazioni, a un percorso fatto di angoli acuti e ristretti, a un piano stradale che talvolta pende verso l'esterno. Ma quei cavalli erano troppo lenti e la velocità è spettacolo e lo spettacolo porta la TV e i mass media fanno guadagnare bene. Nulla importa se lo spettacolo del Palio è violento: basta minimizzare come fanno i cronisti della RAI; le immagini restano a testimoniare ciò che accade. Poi con il nuovo millennio furono esclusi i purosangue inglesi e allevati cavalli mezzosangue e meticci con non più del 75% di sangue inglese in modo da risultare più idonei morfologicamente alle caratteristiche del percorso. Non sembra però che gli incidenti e le morti siano diminuiti e il rischio a cui sono sottoposti i cavalli resta alto perché a uccidere i cavalli è la velocità imposta dal fantino, i tanti soldi spesi per vincere o far perdere la contrada rivale. Un giro di denaro che conta centinaia di migliaia di euro, pagamenti e riscossioni di cui si potrebbero avere molti sospetti di legalità, se non altro fiscale, però tutti leciti in nome della tradizione.

Anche i politici, addirittura quei pochi Verdi di Siena, continuano a fare finta di niente e continuano a difendere il Palio perché bisogna essere pragmatici e non demagogici come gli animalisti. Meglio i voti dei senesi che qualche cavallo vivo: portano più potere e quindi più soldi. Fino al Palio del 1999 anche la Procura della Repubblica di Siena aveva continuato ad ignorare l'art. 727 del codice penale che sanziona il maltrattamento di animali sotto ogni forma, come spiegato ampiamente anche dalla Corte di Cassazione. Poi, per la prima volta, per la morte del cavallo della contrada dell'Onda avvenuta il 16 agosto 1999, sono stati condannati penalmente il capitano, il barbaresco e il veterinario.

Infine ci sono le responsabilità dei veterinari, ben evidenziate già vent’anni fa dal professor Giuseppe Zanetti, docente di Patologia Veterinaria all'Università di Parma, nelle pagine de "Il Progresso Veterinario", organo ufficiale della Federazione nazionale dell'Ordine dei Veterinari italiani: "Non c'è bisogno di essere esperti di psicofarmacologia e di medicina sportiva degli equini, [...], per accertare che le condizioni psicofisiche dei cavalli del Palio sono sempre visibilmente alterate già fra i canapi della partenza [...]. Quando scendono in piazza del Campo, dunque, i cavalli del Palio sono già stati oggetto di maltrattamenti prodotti dalla somministrazione di sostanze che ne modificano lo status psicofisico, già alterato dall'atmosfera di entusiasmo e di eccitazione collettiva che li circonda in quel momento. Se, tuttavia, manca una verifica attenta delle suddette alterazioni psicofisiche dei cavalli, se non c'è un reale controllo antidoping prima, durante e dopo la gara, che cosa fanno i veterinari del Palio, quelli della Commissione Veterinaria e quelli delle contrade, per proteggere i cavalli da questo stato di cose? Allo stesso modo, non è necessario essere esperti di cinematica equestre per comprendere che cavalli in  condizioni di grave eccitazione di origine ambientale e farmacologica e lanciati al galoppo su una pista in discesa e dal fondo precario non sono assolutamente in grado di seguire una traiettoria che consenta loro di percorrere la curva di San Martino senza sbandare, urtare con violenza contro le transenne e spesso cadere rovinosamente [...]. In queste condizioni i veterinari che vi sono coinvolti [...], violano i disposti fra i più vincolanti e qualificanti del Codice Deontologico in vigore [....]".

Così oltre ai cavalli morti in pista dovremmo contare anche quelli morti per essere stati sottoposti a sperimentazioni farmacologiche con uso di sostanze dopanti per aumentarne le prestazioni. Vi ricordate Tornasol, il cavallo della Tartuca, che anno scorso si era rifiutato di entrare fra i canapi e per permettere la corsa alla fine fu squalificato? Sottoposto ad analisi del sangue dai carabinieri forestali è risultato positivo a farmaci antinfiammatori e cortisonici e, anche se non considerati dopanti, il procuratore della Repubblica di Siena ha aperto un’indagine per maltrattamento.

Ma non sembra che i tentativi di far trasparenza sul flusso di denaro che gira intorno al Palio di Siena e le proteste degli animalisti per evitare maltrattamenti e la morte dei cavalli possano avere successo. Se tutto ciò accadesse nel sud Italia si parlerebbe di organizzazioni mafiose, invece a Siena si parla di contrade e tradizione perché prima e durante la gara tutto rimane lecito, perché l'importante è vincere, aggiudicarsi il Cencio... e costi quel che costi.

Claudio Cherubini
© Riproduzione riservata
26/10/2018 11:49:30

Claudio Cherubini

Imprenditore e storico locale dell’economia del XIX e XX secolo. Collabora con vari periodici locali dal 1978. Ha pubblicato oltre trenta saggi storici su «Pagine Altotiberine», quadrimestrale dell'Associazione storica dell'Alta Valle del Tevere; altri articoli e saggi sono stati pubblicati in opere collettive e su altre riviste scientifiche. Ha tenuto diverse conferenze su temi di storia locale. Ha finora pubblicato due libri: nel 2003 "Terra d’imprenditori" e nel 2016 "Una storia in disparte. Il lavoro delle donne e la prima industrializzazione a Sansepolcro e in Valtiberina toscana (1861-1940)". Nel 2017 ha curato la mostra e il catalogo "190 anni di Buitoni. 1827-2017" e ha organizzato un ciclo di conferenze sulla storia del pastificio di Sansepolcro con i più autorevoli studiosi universitari della Buitoni.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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