Opinionisti Giorgio Ciofini

Il Giugnoli un mito da studente e da preside

Ora ch’è andato in pensione, ci vorrà un bel po’ perchè quegli storici muri s’abituino al successore

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Il Gugnoli é armasto tutta la vita ne lo stagno del classico e quando scappa, ogni morte di papa, par’uscito da la batracomiomachia. Una volta vi faceva lo studente e cià fatto ‘l preside fino a l’altro ieri, che l’han mandato in pensione a viva forza. Ora come faranno il Liceo, via Cavour e anch’il Petrarca? Se fosse stato per lui, avrebbe fatto ‘l preside fino l’età di Laerte, co’ la stessa dedizione con cui il vecchio padre aspettò Ulisse e, per questo, fu anche ringiovanito da Atena. Dal su’ Liceo classico il Giugnoli usciva solo per respirare, essend’anfibio, ma non s’avventurava nella terra ferma e stava dimolto meglio sott’acqua. Ogni tanto, però, le bollicine salivano ‘n superficie, tradivano la su’ presenza e non li risparmiavano i seccatori. Fu un mito del Liceo Petrarca come ‘l Forzoni, ma per motivi opposti, quando correvano da matti l’anni sessanta i quali, tra Abbadessa, Micheli, Mogni, Bigazzi e Setti varie, non eron propio favolosi come si racconta oggigiorno. Tanto ‘l Giugnoli era gracilino, quanto il Forzoni era corpulento, tanto l’uno era ricettivo a la cultura classica, quanto l’altro refrattario, tanto il Giugnoli era latinista, quanto ‘l Forzoni era casinista. Insieme avrebbero formato ‘na sintesi hegeliana che, come noto, procede per antitesi. Opposti com’i poli della corrente, se solo si sfioravano, saltavano i circuiti e ‘l Liceo Petrarca restava al buio in saecula saeculorum amen. Va detto, tuttavia, che ‘l Giugnoli non corre mai siffatti pericoli, per la luce ch’emana di per sé la sua cultura classica e se anche, putacaso, saltasse la corrente, il su’ stesso fisico tant’è trasparente, farebbe lume fungendo da generatore di riserva. A parte il fatto che, ‘na volta, vi faceva lo studente e da ieri non vi fa il preside, è armasto spiccicato come la su’ schola, ch’a rientracce dopo quasi mezzo secolo è così identica, che te viene da rientrare ‘n aula e anche c’entreresti, se unn’avessi paura d’essere ‘nterrogato da la Buozzi, da la Bresciani, dal Gilardoni, dal Michele o dal Fatucchi. Si chiama Giampiero ma Giacomino, ‘l su’ poeta preferito, sarebbe stato l’ideale come Recanati a dagli la nascita. I capelli ancora nero corvini, stirati com’i colli di camicia da le donne d’una volta, l’occhi che un c’è verso di stare ne l’orbite anche quand’è rilassato, il che capita semel in anno, lo sguardo ‘nterrogativo di chi vive sempr’a l’erta nel suo mondo e ne vede sempre ‘n altro, ne l’eloquio il Giugnoli non è un Demostene, anche se nessuno conosce come lui le scienze del trivio e del quadrivio. Il fatto è che trascina le parole a strascico, com’i pescatori e pu’ le biascica come a mangiare il pesce ‘n un tegame co’ nsughino di pomodorini di Pachino. Insomma è ‘n po’ tattammeo e il tono della voce non valorizza l’altezza dei concetti che l’escono di bocca. Come nell’arte culinaria anche l’occhio vole la su’ parte così, in quella del dire, vole il suono e non ce sta una lagna da prefica ‘n un simposio. Degno erede del Silvio Abbadessa, in questa stagione di nuovi barbari e di disfacimento delle patrie lettere, ‘l Giugnoli ha praticamente fatto le veci de l’amanuensi nei conventi, dopo la fine dell’impero romano d’occidente e lo sfaldamento del mondo classico. Senza Giampiero, quel mondo antico oramai sarebbe morto e seppellito e oggi, sotto la spinta della civiltà del silicio, si sarebbe artorni a quella de la selce e de la pietra e ciarvorrebbero almeno centomila anni, per artonare al punto ‘n cui siamo. S’ancora, sia pur vagamente, ciarcordiamo d’Omero e di Cicerone, di Troia, d’Atene e di Roma caput mundi, lo dobbiamo al Giugnoli, che nell’etrusca Arezzo ha difeso da solo la classicità co le su’ armi, che non son quelle d’un Achille piè veloce, o d’un Ettore domatori di cavalli, ma piuttosto del temporeggiatore Quinto Fabio Massimo. Del resto, a sconfiggere Annibale, non fu l’arte de la guerra, ma quella ne la quale Giampiero è ‘mbattibile quasi quanto nel greco e nel latino ai tempi del Michele e del Forzoni, quando correvano da matti l’anni sessanta che, per noi, eron davvero favolosi non per le bischerate che ciarcontano oggigiorno, ma perché baciati dai doni della giovinezza. Poi ci si sparse per il mondo come l’atomi di Democrito, ma il Giugnolì no e, sotto la su’ guida temporeggiante, il Liceo Petrarca ha viaggiato fin’a oggi, spedito e ‘nesorabile come la tartaruga di Zenone Eleatico.    

Redazione
© Riproduzione riservata
11/01/2019 15:03:49

Giorgio Ciofini

Giorgio Ciofini è un giornalista laureato in lettere e filosofia, ha collaborato con Teletruria, la Nazione e il Corriere di Arezzo, è stato direttore della Biblioteca e del Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona e della Biblioteca Città di Arezzo. E' stato direttore responsabile di varie riviste con carattere culturale, politico e sportivo. Ha pubblicato il Can da l'Agli, il Can di Betto e il Can de’ Svizzeri, in collaborazione con Vittorio Beoni, la Nostra Giostra e il Palio dell'Assunto.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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