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I tartufi rischiano di scomparire?

L'aumento della siccità e delle temperature è probabile che porti al collasso della produzioni

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Nel mondo esistono più di 200 varietà di tartufi. Anche se sono tutti originari dell’emisfero settentrionale, oggi i tartufi sono diffusi anche in altre zone del mondo, come l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sud Africa e il Cile, dove vengono coltivati. L’Italia resta però “certamente uno dei paesi con la maggiore diversità in specie e storicamente uno dei paesi più produttivi assieme ad altri in Europa per quello che riguarda le specie più pregiate come il Tartufo bianco e nero pregiati, lo scorzone, il bianchetto”, spiega Mirco Iotti, ricercatore al dipartimento di scienze Ambientali dell’Università dell’Aquila ed esperto di tartufi.

In Italia non esistono dati certi di produzione e fatturato, come si legge nel Piano nazionale del tartufo realizzato nel 2017 dal Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste (Mipaaf) , dal momento che per il 97% il mercato di questi funghi che crescono sotto terra si basa su raccoglitori, i tartufai, non professionisti. Una stima di oltre dieci anni fa realizzata sulla base di dati Istat indicava una produzione attorno alle 100 tonnellate, considerato però un dato “fortemente sottostimato”. Altre stime parlano di 31 tonnellate per la Spagna, 30 per la Francia e 18 per l’Italia per il solo tartufo nero (tuber melanosporum).

Almeno da dieci anni gli scienziati hanno cominciato a studiare i possibili effetti del cambiamento climatico sulla produzione di tartufo. Un lavoro di François Le Tacon, dell’Università della Lorena, ricorda che l’aumento della CO2 nell’atmosfera favorisce la crescita degli alberi e quindi dell’ambiente più favorevole ai tartufi, ma che invece la diminuzione delle precipitazioni nell’area del Mediterraneo e l’aumento delle temperature possono creare danni alla crescita dei tuberi. Secondo Mirco Iotti “sicuramente il cambiamento climatico si candida ad essere, per il futuro, il principale responsabile del declino produttivo il quale però sembra essere iniziato già da molti anni a causa anche di altri fattori dovuti all’eccessivo sfruttamento della risorsa tartufo”.

Uno studio appena pubblicato dal dottor Paul Thomas, dell’Università di Stirling, in Gran Bretagna, e da Ulf Büntgen, dell’università di Cambridge, arriva a conclusioni molto più drastiche. I due ricercatori hanno analizzato dati della produzione di tartufi di oltre trent’anni, dal 1970 al 2006, per Spagna, Francia e Italia e li hanno messi in correlazione alle condizioni climatiche dei diversi periodi.

La loro conclusione è che l’aumento della siccità e delle temperature è probabile che porti al collasso della produzione almeno di alcune specie di tartufo nell’Europa meridionale per la fine di questo secolo.

Il rischio è evidentemente tanto più alto quanto maggiore è la quota di tartufo selvatico rispetto a quella di tartufo coltivato, come è il caso dell’Italia.

Il dottor Iotti aggiunge che il rischio più elevato di estinzione è per il tartufo bianco pregiato (Tuber magnatum) “perché non si coltiva ancora con successo e ha un areale di distribuzione molto ridotto: fruttifica solo in particolari habitat della penisola italica e di quella balcanica. Da un nostro studio è risultato che Tuber magnatum preferisce terreni prossimi alla saturazione idrica e la siccità conseguente ai cambiamenti climatici sarà un grosso problema per questo tartufo”.

Notizia e Foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
17/12/2018 09:55:31


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