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Intervista con Francesco Brighigna allenatore del Volley Città di Castello

Lo sport e il coronavirus

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Il coronavirus analizzato dalle figure impegnate nello sport, che si è fermato anch’esso da inizio marzo a causa dell’emergenza. Abbiamo scelto il tifernate Francesco Brighigna, 50 anni, un passato da giocatore e da diverso tempo allenatore di pallavolo, che da agosto fino alla sospensione ha guidato il Volley Città di Castello nel campionato di Serie B1 femminile.

È stato giusto sospendere i campionati e quali saranno le conseguenze del coronavirus nel mondo della pallavolo?

“A mio avviso, quella della sospensione è stata la decisione più saggia e significativa del buon senso che doveva prevalere. La situazione rimane molto grave: ogni giorno, dobbiamo fare i conti con 3-4000 nuovi contagiati e con in media 600 morti. Lo sport doveva quindi fermarsi, anche perché le cose più importanti sono altre: la priorità del momento è capire quale tendenza stiano prendendo i casi di positività e risolvere al più presto la situazione sanitaria, poi ci regoleremo di conseguenza nelle scelte da fare. Mi rendo conto del fatto che tutti vorremmo tornare quanto prima a essere operativi, ma ciò sarà possibile solo quando vi sarà un miglioramento effettivo”.

Pensa che quanto che sta succedendo ora cambierà in futuro il modo di vivere della gente?

“Assolutamente sì. Fino a quando non si arriverà alla scoperta del vaccino, dovremo imporci di cambiare le nostre abitudini, specie nelle relazioni sociali. Una considerazione che ci lascia sbigottiti – mi rendo conto – ma, riflettendo sull’attualità del momento, la conclusione alla quale si deve giungere non può essere diversa. È una presa d’atto che dobbiamo tenere nella dovuta considerazione”

È soddisfatto di come si è mosso il Governo in questa emergenza? 

“Credo personalmente – e la mia è l’opinione di chi osserva da fuori – che qualche ritardo vi sia stato e non so fino a che punto sia responsabilità del Governo o degli esperti dell’ambito scientifico, che avrebbero dovuto suonare prima l’allarme. Questo aspetto è sotto gli occhi di tutti: più che quella politica, è la componente scientifica che avrebbe dovuto muoversi per tempo. Vi sono persone che studiano appositamente determinati fenomeni, perché questa è la loro professione. Perché si è allora indugiato quando invece era il momento di essere tempestivi?”.

Come sarà il mondo dopo la fine dell’epidemia?

“Dicono tutti che diverse cose cambieranno. Io rispondo che questo avviene già ora. Viviamo da settimane in un contesto paradossale: quello di una società come la nostra che, abituata alla globalizzazione, si ritrova sostanzialmente privata all’improvviso di uno fra i “doni” più importanti: la libertà. Le generazioni di oggi non sono abituate a ragionare con questa logica, ma debbono realizzare nella loro mente che la salute è il bene più prezioso che esista e che per proteggerlo è adesso necessario sottoporsi ad alcune limitazioni”. 

Qual è il suo stato d’animo come uomo e come persona da sempre attiva nel panorama sportivo e agonistico?

“Non nascondo che dentro di me vi sia una certa apprensione, non soltanto per ciò che riguarda lo sport ma anche tutti gli ambiti della nostra vita, a cominciare dall’economia e dal lavoro. È difficile fare proiezioni e capire le conseguenze che potrà avere l’ondata del coronavirus sulla pratica sportiva, pensando per esempio alla quotidianità degli allenamenti e all’organizzazione delle trasferte. Nella pallavolo, per esempio, non vi sarà il contatto fisico come nel calcio o nella pallacanestro, ma il pallone viene più volte toccato con le mani dalla totalità delle giocatrici. E allora, cosa cambia di fatto? Qui vi sono determinate limitazioni e, anche ripartendo, occorre porsi precise domande sull’impostazione del lavoro alla ripresa dell’attività, perché delle variazioni dovranno comunque esserci. Sono tuttavia fiducioso, anche se occorre stare con i piedi per terra, in quanto lo scenario che abbiamo davanti non sarà di breve termine, per cui guai a farsi prendere dalla fretta. Lo ripeto: il bene primario si chiama “salute”; tutto il resto è in secondo piano e quindi può e deve attendere”.

Redazione
© Riproduzione riservata
15/04/2020 21:16:43


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