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Intervista con Fred Morini ex ciclista professionista

Oggi svolge la professione di psicologo e massofisioterapista

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Il Covid-19 e i suoi effetti visti da uno sportivo particolare: Federico “Fred” Morini, 44 anni, originario di Selci Lama (versante Selci) e da poco residente a Sansepolcro. Un passato da ciclista dilettante di ottimo livello, con tante vittorie che gli sono valse il passaggio al professionismo. Nel 2001, la sua prima vittoria da professionista (che rimarrà anche l’unica) in una tappa del Giro di Austria con la maglia della Gerolsteiner, che lo aveva confermato in squadra, ma nel dicembre dello stesso anno il grave infortunio in allenamento lo ha fatto di uscire di scena proprio quando la sua parabola era in ascesa. Oggi, Fred Morini è laureato in Psicologia a Roma e svolge la professione di psicologo e massofisioterapista, ma presto otterrà l’abilitazione anche come osteopata.

Morini, era giusto che lo sport si fermasse senza distinzione di disciplina?

“Assolutamente sì: ho vissuto questa situazione in Germania con la Nazionale di ciclismo a fine febbraio e ci siamo resi conto di quanto stava cominciando ad accadere in Italia. I nostri atleti erano dei potenziali portatori e quindi, siccome lo sport è fatto molto spesso di contatti, non era il caso di andare avanti. Che lo abbiano fatto tutte le discipline è più che giusto: c’era bisogno di un segnale forte e lo sport al completo avrebbe trasmesso al meglio il suo messaggio educativo”.

Si sta discutendo sulla ripresa del grande calcio e sono stati varati anche i calendari dei più importanti appuntamenti ciclistici, che in qualche caso vanno anche in sovrapposizione fra di essi. Ma con quali presupposti?

“Tutto ha senso se vi sono certezze dal punto di vista della sicurezza sanitaria, anche se sappiamo benissimo che il calcio è basato su colossi economici di rilevanza nazionale. È necessario in questo momento, però, che vi sia un profilo più basso, perché davanti a tutto vi sono la salute e la sicurezza degli atleti. Ho parlato giorni addietro con il medico sociale della Lazio, che mi ha detto: senza garanzie dal punto di vista scientifico andremmo incontro a rischi senza motivo”.

Non avrebbe avuto senso una ripartenza per scaglioni anche a livello geografico?

“Diciamo che il periodo del “lockdown avrebbe dovuto essere uguale per tutti, come poi è andata. La politica del “polso duro” e della massima attenzione era necessaria: mi sono sentito telefonicamente con alcuni colleghi di Piemonte, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, le regioni più colpite e posso garantire che hanno sofferto le pene dell’inferno, per cui all’inizio non si poteva fare diversamente. Ora però è giusto anche concedere un minimo di libertà maggiore a chi ha i requisiti per ottenerla e in alcune zone, come la nostra, certi divieti non sono più contemplabili né rispettabili”.  

Quanto bisognerà attendere per rivedere un minimo di normalità?

“Non ho le competenze per affermarlo, ma spero in una estate più libera per tutti. Facendo lo psicologo, ho avuto modo di sentire diversi pazienti che hanno accusato un vero e proprio contraccolpo da questa situazione. Dobbiamo quindi tornare a socializzare e quindi spero nell’arrivo dell’estate”.

Cosa ci ha insegnato questo periodo di ristrettezze e sacrifici?

“Ribadisco anche in questa sede quanto sto dichiarando a tutti: ci ha insegnato ad avere la capacità di accettare, che non faceva parte delle nostre priorità o del nostro modo di comportarci. Dobbiamo allora accettare di riadattarci alle nuove situazioni, perché altrimenti ci facciamo solo del male. E poi, ci ha insegnato quanto è importante essere cittadini di un mondo libero. La libertà è un valore senza prezzo e la libertà di socializzare è la nostra benzina”.

Redazione
© Riproduzione riservata
15/05/2020 09:00:11


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