Opinionisti Paolo Tagliaferri

Luana, Christian, Andrea e tutti gli altri morti sul lavoro

in Italia circa 3 persone al giorno perdono la vita sul posto di lavoro

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Periodicamente ritorna di attualità la tragedia infinita dei morti sul lavoro. Centinaia di lavoratrici e lavoratori che ogni anno perdono la vita sul luogo di lavoro o si infortunano in maniera grave o che contraggono malattie professionali che in molti casi possono risultare fatali o invalidanti. Singoli tragici episodi che solitamente trovano poco spazio nei notiziari nazionali, relegati a brevi articoli sulla cronaca di giornali locali o riservati alla stampa specialistica.

Le statistiche ci ricordano che in Italia circa 3 persone al giorno perdono la vita sul posto di lavoro, nelle fabbriche, nei cantieri o per la strada. I dati disponibili per l’anno 2020 sono impietosi per non dire surreali. Limitandosi agli infortuni mortali, sono ben 1.270 (1132 maschi e 138 femmine), 181 in più rispetto ai 1.089 del 2019 (+16,6%). I decessi in itinere, ovvero quelli occorsi nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il luogo di lavoro, sono diminuiti di quasi un terzo, passando da 306 a 214 (-30,1%), probabile conseguenza dei ridotti spostamenti determinati dalla emergenza sanitaria causata dal Covid-19. Gli infortuni mortali in occasione di lavoro sono invece aumentati del 34,9%, passando dai 783 del 2019 ai 1.056 del 2020. Di questi, 145 sono avvenuti con mezzo di trasporto. Circa un terzo dei casi mortali del 2020 sono dovuti al contagio da Covid-19, equiparandone la causa virulenta a quella violenta tipica proprio degli eventi infortunistici. Restano valori drammatici e il trend per l’anno 2021 non sembra promettere nulla di buono visto che le denunce di infortunio con esito mortale, riferite al periodo gennaio-marzo 2021, sono state 185, a fronte delle 166 denunce rilevate nell’analogo periodo del 2020 (+11,45%).

Per gli addetti ai lavori, per chi si occupa istituzionalmente o professionalmente di salute e sicurezza sul lavoro, questi dati non sono purtroppo una novità. Così come avvenne anni fa per quell’immane tragedia accaduta in una acciaieria di Torino, la straziante morta di una giovane ragazza di soli 23 anni, schiacciata dal rullo di un macchinario in una azienda tessile, ha riportato nelle cronache e sulla carta stampata nazionale, nei telegiornali e in tutte le fonti di informazione, il problema mai risolto delle morti sul lavoro. Molti si stupiscono che questi episodi possano ancora avvenire, che si possa ancora morire dentro una fabbrica o in un cantiere, mentre si svolge il proprio lavoro, mentre si cerca di fare il proprio dovere, in attesa di tornare alle proprie case e ai propri affetti. L’incidente di questa giovane ragazza, mamma di un bambino piccolo, con una intera vita davanti a sé, ha scosso l’opinione pubblica come avviene solitamente per fatti di cronaca di altro genere che attraggono l’attenzione di un pubblico vasto, desideroso di conoscere ogni singolo aspetto, ogni singolo dettaglio, anche i più privati e anche quelli che dovrebbero necessariamente restare nella sfera del privato. In questi giorni è stato scritto tanto su questa morte atroce. Molti commentatori hanno riportato la cronaca dei fatti, l’andamento delle indagini e delle operazioni peritali, ma in molti hanno tentato di ricercarne le cause, le responsabilità, ipotizzandone la dinamica e cosa sia potuto andare storto quella maledetta mattina all’interno della fabbrica di Oste di Montemurlo. Ma nel frattempo che in molti, amici, colleghi e familiari stavano piangendo disperati per la morte della giovane Luana, due giorni dopo, il 5 maggio, a Busto Arsizio moriva Christian, un operaio di 49, padre di due bambine di otto e sette anni, rimasto schiacciato da un tornio meccanico in una azienda di estrusione di materie plastiche. A nulla è valso il soccorso dei colleghi, dei Vigili del Fuoco e del 118 che lo hanno portato con l’elisoccorso in codice rosso all’ospedale di Legnano dove è morto poco dopo. Neppure il tempo per leggerne la cronaca che due giorni dopo, il 7 maggio, perdeva la vita Andrea di 37 anni di Montalbano Jonico, travolto da 14 quintali di mangime che gli hanno intrappolato le gambe, il tronco e parte del volto. Schiacciato da tanto peso, il cuore di Andrea si è fermato e i lunghi tentativi di rianimarlo da parte dei medici del 118 sono stati purtroppo vani. Ma l’elenco non si ferma e ogni giorno potremmo aimè aggiornarlo con la storia di altre lavoratrici e lavoratori che si infortunano in maniera grave, che riportano danni permanenti che ne pregiudicano l’abilità al lavoro o che, ancor peggio, perdono la vita. 

Sull’onda emotiva provocata da questi ultimi eventi, molti commentatori hanno ribadito in questi giorni le loro convinzioni. Hanno puntato il dito su ciò che ritengono non stia funzionando, proponendo con convinzione le loro ricette per risolvere, o quanto meno per ridurre ed arginare, il fenomeno infortunistico in Italia, riproponendo in fondo tutte questioni già note e di cui si discute da sempre. Si parla di «emergenza morti sul lavoro» e di «strage continua», si sottolinea, come se ce ne fosse la necessità, che garantire la sicurezza sul posto di lavoro è un dovere. Si ribadisce che in Italia manca una vera e propria cultura della sicurezza. Si chiede maggior impegno alla prevenzione, un deciso incremento di ispettori ed ispezioni, l’inasprimento delle sanzioni a carico di chi non rispetta le norme. Protocolli di intesa, patenti a punti, linee guida, accordi quadro, annunci da parte delle forze politiche e dei governanti e condivisione di intenti, tutte buone intenzioni che ogni volta vengono rispolverate per cercare di dare una risposta al dolore e al tormento di chi non vede tornare a casa dal lavoro il proprio caro. Ma niente può miticare l’angoscia che affligge un genitore, un figlio o un compagno di vita per una perdita così opprimente. Si continua a morire per cadute dall’alto, per schiacciamenti ed investimenti da parte di automezzi e mezzi d’opera o travolti da materiale caduto dall’alto. Morti per soffocamento in ambienti inquinati o in ambienti confinati, elettrocuzione per contatti diretti con linee elettriche o altri elementi in tensione, incendi ed esplosioni, seppellimenti all’interno o in prossimità di scavi. La casistica è molto varia ma alcune dinamiche si ripetono ormai da decenni, in alcuni casi tragicamente in maniera immutata. Le leggi in Italia non mancano, e di certo non siamo neppure a corto di norme tecniche e di buona prassi. Il solo Testo unico della sicurezza il Decreto Legislativo 81/08, emanato ormai oltre 12 anni fa nel tentativo di uniformare e raggruppare le norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro, è composto da oltre 300 articoli, 51 allegati tecnici, che rimandano poi a norme armonizzate, elaborate e pubblicate dai vari enti di unificazione come UNI, CEI, ISO. Dunque nessuna carenza normativa pare pesare sull’attuale situazione per quanto, soprattutto negli ultimi anni, vi è stato in molti casi un incremento esponenziale di atti puramente documentali e burocratici che rischiano talvolta di far perdere di vista il fine stesso delle norme prevenzionistiche. E’ inutile riempiere le aziende di migliaia di pagine di documenti se non si trasformano in reale azione sul campo, rischiando unicamente di distrarre l’attenzione su quelle che devono essere le azioni di prevenzione e protezione a tutela dei lavoratori.

Dopo una decisa riduzione degli infortuni totali e mortali fra gli anni ’70 e primi anni ’90, in Italia si continua a navigare da oltre trent’anni su valori ancora molto elevati. Nel 2001 si erano registrati circa 1500 infortuni con esito mortale ed oggi, dopo vent’anni, siano ancora su valori superiori a 1200 morti sul lavoro. Tante proposte e tante soluzioni paiono certamente condivisibili e corrette. Qualcosa però non sta funzionando come dovrebbe e i tragici dati del 2020 e del 2021 ne è la palese riprova. E a poco serve parametrarsi con le statistiche degli altri paesi europei, che in alcuni casi fanno peggio dell’Italia, confrontarci con i numeri estremi ed apocalittici delle morti sul lavoro in alcuni paesi asiatici o africani.

I riflettori che in questi giorni sono puntati sulle morti sul lavoro, si spegneranno a breve. Ci si augura che i molti annunci e le buone intenzioni non resteranno tali ma si tramuteranno in azioni concrete. Sicuramente molto è stato fatto e i tanti addetti al lavoro, istituzionali e professionali, stanno contribuendo in maniera positiva nella lotta a questa interminabile tragedia. Certamente sussiste ancora un irrisolto problema di cultura della sicurezza che non è ancora stata assorbita in maniera compiuta da tutto il nostro tessuto produttivo, ma talvolta manca, molto più banalmente, il semplice rispetto delle regole, del lavoro e della sua dignità. 

Paolo Tagliaferri
© Riproduzione riservata
30/05/2021 06:04:17

Paolo Tagliaferri

Libero professionista – già dipendente del Centro ricerca e sviluppo della Pirelli Spa con esperienza presso il complesso metallurgico BMZ nella ex Unione Sovietica, da oltre venticinque anni consulente direzionale in materia di salute e sicurezza sul lavoro, normativa ambientale e antincendio. Docente formatore in corsi professionali. Auditor di sistemi di gestione della sicurezza sul lavoro per l’ente internazionale DNV. Scrittore autodidatta e per diletto.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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