Stagioni

Si fissano e si ripetono, ma allo specchio non si riconoscono.
Il tempo e le stagioni, a ripensarci, formano un gioco di luci e ombre, di parole e di storie che vengono da lontano. Si fissano e si ripetono, ma allo specchio non si riconoscono.
Stagioni
Come son fatti l’aretini si vede anche dal concetto ch’hanno del tempo. Qui non parliamo di quello meteorologico, che fino a’l’altro ieri facevano le processioni quando non pioveva e ‘l raccolto andava in malora. Come que’ la volta che la fecero a Cortona e piovve a Castiglioni, rimasta famosa perché uno di quelli ch’era ‘n prima fila se rannuvolò tutto e berciò al prete: “Armetti armetti ’l Cristo, che qui se fa la pappa pei coglioni! Qui parliamo d’un altro tempo che, secondo Einstein, non esiste neanche ma che ci invecchia tutti e che, passata la giovinezza, si conta come l’avaro conta il suo tesoro. Il tempo è una lima sorda, dice un proverbio e un altro: col tempo e con la paglia si matura anche le sorbe. Insomma il tempo si può misurare e vedere da diversi lati. Per me è come un grande fiume che scorre sempr’uguale e tutto travolge silenzioso. E’ bello navigallo verso la foce con gli occhi aperti dalla meraviglia, ma si può anche guardare da poppa e risalillo fino alle sorgenti. A me piace di più navigarlo contro corrente, dalla parte della memoria che ci sfugge tra le dita come l’acqua, ma la goccia che resta è qualcosa che ciappartiene. Il tempo ebbe inizio con l’uomo, ma quale? Anche sul loro progenitore l’aretini hanno una grande differenza di vedute. Lorentino fu il primo dicono alcuni, ma Donato era già nato ribattono altri e tra i due litiganti, c’è chi sostiene che Santi era davanti. Di sicuro siamo ‘n contrasto con la verità ufficiale la quale, com’arcinoto, asserisce che il primo omo fu Adamo, ma l’aretini non sono per niente d’accordo e su Eva s’astengono, perché hanno capito che non conviene stuzzicare il can che dorme, soprattutto s’è femmina. Anche per quanto riguarda le stagioni, tra concittadini, non va meglio e ci sono più partiti che nella sala del consiglio comunale ai tempi del proporzionale. Fino a’l’altro secolo s’era tutti convinti che senza la santissima Annunziata, co’ la su’ fiera ‘nvia Garibaldi, la primavera unn’arivava neanche. C’era anche ‘l proverbio: per la Santissima Annunziata ‘l cuculo canta a Quarata, ch’è a tre o quattro chilometri da ‘Rezzo e i cuculi non sono lumache. Siccome siamo come San Tommaso, il 21 di marzo, c’è anche chi è andato a’le Ripe e s’è nascosto ‘n una cava per sentire ‘l cuculo, ma ha fatto come ‘l Carollo quando fece la posta a’la lepre e non s’accorse ch’eron cacarelli di cuniglio. Oramai l’inverno vien d’estate anch’a Quarata e l’autunno a primavera. Le stagioni di mezzo sono scomparse come le rondini e l’abitudini, che poi diventano tradizioni e sono un pezzo della nostra identità. Co‘sto casino che c’è oggi al mondo, le stagioni arrivano quando gli pare e anche gli ucelli oramai non s’arcapezzano più. Al tempo de prima era parecchio diverso e arrivavano puntuali com’un orologio. Ogni mese aveva una sua precisa vocazione. Gennaio zappatore, febbraio potatore, marzo amoroso, Aprile carciofaio, maggio ciliegiaio e giugno la falce in pugno mieteva il grano e portava l’estate fin’a settembre, quando l’uva è mezza e il fico pendente annunciava l’autunno. A que’tempi non c’era manco bisogno del calendario. Dicevano i nostri vecchi: Per San Donato l’inverno è nato e per la santa Candellora da’l’inverno semo fora, ma se è sole o solicello siamo ancora a mezzo inverno. Punto e a capo. Ogni quattro mesi si cambiava ‘n automatico, salva poche eccezioni del resto contemplate. Se pioveva ‘l terzo aprilante durava quaranta dì, ma tutti lo sapevano e si mettevano ‘l cuore in pace. Ora le cose vanno a’l’incontrario. Quest’anno, presempio, San Donato è passato da ‘n pezzo e l’estate oramai s’aspetta pe’la Santa Candellora. Una volta il tempo e le su’ stagioni erano come quelle che ‘n artista di Dio ha scolpito sull’archivolto de’la Pieve di Santa Maria. Ciascuna aveva ‘l su’ colore ed è questa ‘na caratteristica, che distingue la nostra opera da ogni altra simile al mondo e che interpreta al meglio l’unicità aretina. Anche nel quattordicesimo secolo s’era già fatti a modo nostro, ma le stagioni no e si potevano scolpire nell’anima, ciascuna col colore che l’aveva dato Dio, che per questo l’aveva messe sopra la porta di casa Sua.
Giorgio Ciofini
Giorgio Ciofini è un giornalista laureato in lettere e filosofia, ha collaborato con Teletruria, la Nazione e il Corriere di Arezzo, è stato direttore della Biblioteca e del Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona e della Biblioteca Città di Arezzo. E' stato direttore responsabile di varie riviste con carattere culturale, politico e sportivo. Ha pubblicato il Can da l'Agli, il Can di Betto e il Can de’ Svizzeri, in collaborazione con Vittorio Beoni, la Nostra Giostra e il Palio dell'Assunto.
Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.

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