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Intervista a Sandro Paoloni presidente del Canoa Club Città di Castello

Una fra le più belle realtà del comprensorio, che in passato ha sfornato persino campioni del mondo

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Atleta veterano della specialità in Alta Valle del Tevere, si dichiara tifernate anche se tiene a precisare la sua origine… toscana, con provenienza Santafiora di Sansepolcro. Sandro Paoloni è oggi il presidente della società con le quattro “C”, ovvero il Canoa Club Città di Castello, una fra le più belle realtà del comprensorio, che in passato ha sfornato persino campioni del mondo, oltre che italiani. Ma il coronavirus ha messo in stand-by anche i virtuosi della pagaia.

Presidente Paoloni, è stato giusto fermare qualsiasi tipo di attività sportiva, compresa la vostra, che comunque è in linea con i distanziamenti individuali?

“Sì, lo ritengo giusto: sono da sempre un praticante della canoa, ma ribadisco – come tanti altri – che in questo momento lo sport è l’ultimo dei problemi. La nostra è una disciplina individuale e molto rispettosa anche delle attuali disposizioni. Certamente, è stato un dispiacere per il nostro club dover cancellare proprio la 50esima edizione della tradizionale gara di discesa in canoa sul Tevere; dal 20 febbraio, era tutto pronto per l’appuntamento del 14 e 15 marzo e non disputare la competizione, dopo anche aver curato l’aspetto promozionale, significa aver sostenuto spese senza poter incassare nulla. Ci ha fatto particolarmente piacere, allora, che la direzione del ristorante “Il Boschetto” – nel quale tradizionalmente ci rechiamo per le conviviali - non ci abbia addebitato nulla, comprendendo la delicatezza della situazione e i motivi del rinvio dell’evento”.

E adesso, quali direttive deve rispettare la vostra società, in vista della ripresa dell’attività?

“Proprio in queste ore, mi sono messo in contatto con il presidente della nostra Federazione, Luciano Bonfiglio, che è anche il vice di Giovanni Malagò al Coni. Intanto, tutta la squadra degli agonisti – che sono ragazzini minorenni – è bloccata, nonostante abbiamo due atleti convocati in Nazionale e fino al 18 maggio la sede sociale sia interdetta. Relativamente agli adulti e ai veterani che praticano la canoa per passione, sono aperti solo gli spazi esterni del club ed entra una persona alla volta. Per meglio spiegare la situazione, faccio un esempio: se io arrivo e trovo che c’è già un’altra persona intenta a prepararsi, debbo attendere che sia entrata in acqua; a quel punto, ripeto io la stessa operazione fino all’ingresso nel Tevere, poi toccherà al successivo. Ognuno di noi, poi, è costretto ad avere un proprio equipaggiamento: canoa, pagaia, casco e salvagente debbono essere suoi e adoperati sempre e solo da lui. Infine - caso eccezionale, che quasi mai si verifica – se uno di noi si rovescia in acqua, deve provvedere da solo a rimettersi a posto: non può essere aiutato”.

Le sue preoccupazioni legate alla ripartenza nella “fase 2”?

“Credo intanto che sia stato giusto rimettersi in moto, anche se non a pieno regime, poi i casi variano da regione a regione. Il governo si è trovato ad affrontare un’emergenza seria, poi ognuno fa politica come crede, ma penso che nessuno fosse stato in grado di prendere al 100% le decisioni più opportune. Dico soprattutto che se un virologo si trova a disagio nel dare un nome al virus, vuol dire che alla base c’è un pericolo assai fondato e che il rischio di ricadute sussiste. Non sarà perciò uno scherzo e allora ricordo: qui in Umbria siamo stati colpiti poco, ma abbiamo sviluppato anche pochi anticorpi. Se la ricaduta della malattia dovesse colpirci in misura maggiore, sarebbero veramente dolori”.

Quindi, il suo è un implicito richiamo a un migliore organizzazione della sanità nazionale?

“I governi che si sono succeduti hanno finanziato poco il comparto. La Toscana è venuta fuori meglio da questa situazione rispetto alla Lombardia e magari qualcuno dirà che non è stata contagiata come la Lombardia: è vero, ma è anche vero che in Toscana si è fatto più leva sulla sanità pubblica, mentre in Lombardia è stata agevolata un tantino di più quella privata. Anche in Umbria è andata bene, ma viene da chiedersi se la struttura sanitaria della nostra regione avrebbe potuto fronteggiare una situazione più pesante”.

Cosa ha insegnato questo periodo di ristrettezze che ancora stiamo vivendo tutti?

“A me, tanto. Avevamo perso la bussola, dando la caccia alle streghe e fuggendo in continuazione senza sapere il perché. La riflessione accurata che dobbiamo allora fare riguarda proprio i virus: sono periodici e la loro origine è sconosciuta. Cerchiamo allora di voler bene alla natura, perché non l’abbiamo fatto: non c’è stato rispetto verso di essa, l’abbiamo “strizzata” e giustamente ora si sta rivoltando, perché se viene attaccata la natura è vendicativa. A proposito di natura, ricordiamoci infine di questo particolare: la bellezza della nostra valle e dei nostri borghi, tanto toscani quanto umbri. Viviamo in una sorta di paradiso!”.

 

Redazione
© Riproduzione riservata
04/05/2020 07:50:12


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