Opinionisti Fausto Braganti

Si fa presto a dire America…il dopo elezioni

Prevedo giorni scuri davanti a noi, molto scuri

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Allora, è passata quasi una settimana dalle elezioni, 74 milioni hanno votato per Biden e 70 per Trump, questi, come era da prevedere, contesta il risultato, lui è il vincitore. Il conteggio delle schede è iniziato negli stati dove sarebbero avvenuti i brogli.

 

In poche parole: nei prossimi 70 giorni ne vedremo delle belle.

Non so da dove venga la tradizione di chiamare presidente uscente “lame duck” (anatra zoppa), ovvero il presidente che si prepara a fare la valigia, che aspetta il 20 gennaio per passare i poteri. Donald Trump non è una “anatra zoppa” in attesa del trasloco ma una belva ruggente nella gabbia.

 

La transizione del potere a Washington, dopo i risultati elettorali d'altronde molto contestati da parte dei Repubblicani, è entrata subito in una fase assai pericolosa che coinvolge lo stesso futuro della politica estera degli Stati Uniti.

Ieri Trump ha licenziato in tronco il Segretario alla Difesa Mark Esper, con il solito tweet; almeno nel suo programma televisivo Trump emetteva la sentenza “I fire you!” (ti licenzio!) guardando il malcapitato negli occhi.

Questo segna forse l’avvio d’una fase di licenziamenti di altri personaggi dell’amministrazione; vedo un futuro incerto per l’Attorney General Barr, la direttrice della CIA Haspel e il capo dello FBI Wray.

Queste mosse rientrano in un disperato tentativo di Trump di esercitare al massimo i suoi poteri esecutivi. Di fatto, riflettono la sua volontà di smantellare finché possibile i meccanismi istituzionali a favore di una gestione autoritaria del potere esecutivo.  Trump continuerà a farlo fino al giorno in cui dovrà cedere il potere.

 

Il futuro dell’America non è solo nelle mani di Joseph Biden, ma in buona misura anche in quelle di un gruppo di senatori repubblicani ed in particolare del loro leader McConnell.

L’interrogativo che oggi domina la discussione nei circoli politici di Washington è quanti senatori repubblicani siano disposti ad abbandonare il maleodorante carrozzone di Donald Trump e a convincere il presidente a cedere le armi. Anche se la crisi dello scandalo di Watergate (1972-74) che travolse il presidente repubblicano Nixon era di ben altra natura, alla fine furono proprio gli stessi Repubblicani che lo spinsero alle dimissioni. Il mi’ babbo avrebbe detto: “Quelli che misero Mussolini in minoranza al Gran Consiglio (25 luglio 1943) non erano mica socialisti o comunisti, erano fascisti.”

Le grande difficoltà del presidente eletto Biden nasceranno da un senato, con una maggioranza repubblicana, che ostacolerà ogni sua iniziativa. Le dichiarazioni rese nel marzo scorso dal repubblicano McConnell, presidente del senato, non promettono nulla di buono: ”se sarò ancora leader di maggioranza al senato, pensate a me come

il “Grim Reaper” (il triste mietitore). Nulla passerà.” McConnell è stato confermato.

Una voce peraltro appare fondata, che McConnell ed una ventina di senatori repubblicani vogliono liberarsi dell’influenza malefica del presidente Trump, narcisista e accentratore.

Sarà Biden in grado di far valere orientamenti progressivi sapendo di non poter contare sul loro passaggio al senato? Il calcolo è tanto più complicato in quanto tra due anni l’America voterà di nuovo per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti e di un terzo del senato. I seggi senatoriali in palio saranno 34, dei quali il maggior numero sarà repubblicano (21 contro 13 democratici). Per quanto le elezioni di midterm siano generalmente sfavorevoli

al partito del presidente in carica, la contesa al senato potrebbe eliminare un numero sufficiente di senatori repubblicani per restituire il senato ai democratici ed assicurare una navigazione più tranquilla a Biden.

Va comunque segnalato che nelle elezioni presidenziali appena concluse ha prevalso il voto anti-Trump piuttosto che il programma ideologico dei democratici. La sinistra democratica ha rispettato lo spirito di unità richiesto dal candidato e dai dirigenti del partito ma all’indomani della consultazione sta già rivolgendo severe critiche alla condotta del partito. Il distacco è strettamente legato alle scelte che Biden dovrà fare per la composizione del gabinetto e degli altri organi di governo, scelte che determineranno la politica dell’amministrazione Biden. In tale contesto, la sinistra già bussa insistentemente alla porta per ottenere ministeri di spicco per Bernie Sanders e Elizabeth Warren. Il problema non è tanto quello dell’approvazione nel feudo del “Grim Reaper” ma delle possibilità di riuscita di una strategia di Biden volta a riparare i danni arrecati da Donald Trump all’ordine costituzionale oltre che ad isolare la sua base popolare. Questa infatti non scomparirà domani. Il futuro è tanto più incerto perché i democratici devono recuperare sul terreno dell’elettorato bianco e dei lavoratori senza titoli di studio, che i repubblicani considerano una loro valenza essenziale. Ed ancora, i democratici dovranno lottare duramente per assottigliare il predominio repubblicano negli stati del Midwest e del Sud, dovuto in buona parte al “gerrymandering”, l’artificiosa creazione dei distretti elettorali che favorisce il GOP repubblicano.

Infine, non vi è dubbio che Donald Trump farà di tutto, nei prossimi 70 giorni, per aggravare il quadro politico e strategico dell’America. La rimozione del segretario alla difesa Esper ha generato una situazione quanto mai grave per la catena militare di comando negli Stati Uniti e per l’esecuzione di strategie di sicurezza nazionale. Il segretario della difesa uscente non solo si era opposto all’impiego di unità militari per reprimere le manifestazioni di protesta in America ma aveva criticato la decisione presidenziale di riportare in patria le forze dislocate nell’Afghanistan ed altri fronti. La sua rimozione è destabilizzante in un periodo di transizione che non potrebbe essere più precario, stante la protervia con cui

Trump ostacolerà il trapasso dei poteri. Tra l’altro, un suo ufficio, GSA, ha negato finora di fornire fondi all’organismo preposto alla transizione.

Un conclusione purtroppo è autorizzata, che la situazione di pesante incertezza che grava sull’esordio della presidenza Biden non permette di superare la polarizzazione in atto per molto tempo ancora. Il declino della qualità della democrazia in America compromette un rapido ritorno ai cardini della politica estera americana e in modo particolare all’articolazione di interessi strategici che presuppongono una fattiva collaborazione con alleati e partners dell’America. Le convulsioni che ora turbano l’apparato militare degli Stati Uniti sono motivo di ulteriori profonde preoccupazioni. Spetta al presidente eletto Biden sconfiggere il populismo illiberale di Donald Trump. La maggioranza degli americani, e della comunità democratica all’esterno, lo spera ardentemente. 

Prevedo giorni scuri davanti a noi, molto scuri.

 

Fausto Braganti
© Riproduzione riservata
11/11/2020 06:56:49

Fausto Braganti

Fausto Braganti - Pensionato, attualmente residente nelle Corbieres (sud est della Francia, vicino a Perpignan). Nato e cresciuto a Sansepolcro. Dopo il liceo ha frequentato l’Università di Firenze, laureandosi in Scienze Politiche al Cesare Alfieri. Si è trasferito a Londra nel 1968, dove ha insegnato italiano all’Italian Center per poi andare a Boston negli Stati Uniti, dove ha lavorato per Alitalia per 27 anni con varie mansioni e in diverse città, sempre nel settore commerciale. Dopo Alitalia è rimasto nel campo turistico per altri 15 anni per promuovere l’Italia agli americani. Ha pubblicato un libro di memorie, “M’Arcordo…” sulla vita a Sansepolcro nel dopo guerra, ottenendo un discreto successo. Ama la Storia: studiarla, raccontarla e scriverla.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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