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Le strade della Valtiberina

Le vie di fuga degli emigranti

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Ai primi del Novecento, Eugenio Ribustini nella sua Guida illustrata dell’Alta Valle del Tevere o Valle Tiberina toscana e tifernate scriveva: ”le condizioni della viabilità, pessime in tutta la regione venti anni or sono, sono oggi notevolmente migliorate, ma per dirle ottime occorreranno ancora molti anni”. Nella valle permanevano ancora una viabilità precaria e soprattutto troppi centri abitati, raggiungibili solo tramite sentieri e mulattiere, in particolare nelle località  di  alta collina e di montagna che già avevano iniziato a spopolarsi. In questa puntata, dopo una panoramica sulla rete stradale nei primi anni del Novecento, accenniamo alle tante persone che in questo periodo percorrevano queste strade con il groppo in gola e la disperazione: gli emigranti.

Le strade di Sansepolcro

Il territorio di Sansepolcro era quello che nel periodo di riferimento era più ricco di strade rotabili rispetto agli altri territori comunali della Valtiberina toscana e numerose erano le strade carrozzabili che dal centro conducevano verso quasi tutte le frazioni: da San Lazzaro alla Basilica e poi alla Montagna e a Montecasale; da Porta del Ponte al Trebbio; dalla strada per Pieve Santo Stefano altre strade portavano a Misciano, ad Aboca e a Gragnano; dalla strada per Anghiari si poteva raggiungere Santa Fiora e Santa Croce; dalla strada nazionale del Cerfone si raggiungeva Gricignano. E poi Sansepolcro era collegata da una strada carreggiabile con Città di Castello e da un’altra con Pieve Santo Stefano. Verso la Toscana, era collegata sia per il rettilineo trecentesco che porta ad Anghiari e poi ad Arezzo per la strada della Libbia, sia per la “Strada Regia dell’Adriatico” che conduceva verso Firenze, attraverso la valle del torrente Cerfone e verso l’Adriatico per il valico di Bocca Trabaria.

Le strade di Anghiari

Le strade rotabili principali di Anghiari erano due: la via Libbia che, attraversando il territorio comunale quasi completamente, la collegava con Arezzo e con Sansepolcro e la strada provinciale del Cerfone, che percorreva il territorio anghiarese per un tratto più breve e si collegava con le strade che provenivano dai centri comunali di Citerna, Monterchi e Monte Santa Maria Tiberina. Per raggiungere Arezzo, la strada più breve era quella di Casale, ma era rotabile solo fino a quella località e poi proseguiva verso Arezzo come mulattiera. Anche la strada che dal Ponte alla Piera andava verso Montauto conduceva ad Arezzo; seguendo infatti “l’altopiano fra i territori comunali di Anghiari e di Arezzo” sboccava nella strada comunale aretina nei pressi della frazione di San Reveriano (Molin Nuovo). Tuttavia, anche questa quarta via di comunicazione con Arezzo non era interamente rotabile e a tratti essa era una mulattiera. Un’altra strada rotabile portava dal capoluogo di Anghiari fino al Carmine, poi come mulattiera proseguiva per Ponte alla Piera e quindi entrava nel territorio comunale di Subbiano. Ai primi del Novecento, il tratto Carmine-Ponte alla Piera era in costruzione affinché diventasse rotabile. Nel centro di Anghiari, un “piccolo tratto rotabile, circa 500 metri” - scrive il Ribustini - conduceva dalla piazza del capoluogo alla stazione ferroviaria della linea Arezzo-Fossato. Dalla parte alta del capoluogo, la strada del Braccio collegava con la strada provinciale del Cerfone. Un po’ più in basso, invece, un’altra strada, rotabile solo per 8 chilometri, si staccava dalla provinciale della Libbia e si dirigeva verso Caprese Michelangelo e Pieve Santo Stefano sulla destra del Tevere. Anche la strada di San Leo rivestiva una certa importanza nei collegamenti del territorio anghiarese con quelli vicini. Essa infatti andava da Anghiari alla frazione di San Leo e poi proseguiva “oltre il confine [...] nel territorio comunale di Citerna portando a Fighille, a Pistrino e più brevemente di ogni altra rotabile, a Città di Castello”. Altre strade, un paio di metri più strette rispetto alle rotabili che erano larghe sei metri, collegavano Anghiari con le sue principali frazioni: la strada di Catigliano, Tortigliano, Cordicelle e Scoiano e la strada di Toppole, Pianettolle e Verazzano. Infine c’era la strada di Mutale, una mulattiera di 4 chilometri che si staccava dalla strada per Caprese e che, attraverso la gola del Tevere, portava a Montedoglio per poi arrivare nel territorio di Pieve Santo Stefano, guadando il torrente Singerna e il Tevere.

Le strade di Monterchi

Nel territorio di Monterchi, le strade rotabili erano sei: quella per Citerna lunga un chilometro e mezzo, quella per Anghiari lunga 10 chilometri, quella per Città di Castello di 12 chilometri, quella per Sansepolcro di 16 chilometri, quella per Arezzo di 26 chilometri e quella per Castiglion Fiorentino di 28 chilometri. Sul finire del XIX secolo, era migliorata anche la viabilità interna, sia con l’allargamento del “Ponte di Mercatale sul Torrente Cerfone”, sia con la costruzione di una strada ruotabile che “partendo dal ponte della via Comunale di Lippiano termina[va] al fosso delle giuncaie presso Gambazzo”. Dai documenti amministrativi conservati nell’archivio storico comunale di Monterchi sappiamo che questa strada, costruita su progetto dell’ingegnere Benedetto Massi, era lunga poco più di 4 chilometri e larga 4 metri. Fu aperta alla fine del 1889 e rivestiva una certa importanza perché serviva “al bisogno della popolazione della Valle superiore del [...] Torrente Padonchia, mancando di strade, e costrett[a] per accedere al capoluogo del Comune [a] passare abusivamente per gli argini longitudinali con danno dei medesimi delle adiacenti campagne e dell'amministrazione consortile” del Padonchia, che infatti costruì la strada.

Le strade di Pieve Santo Stefano

Ai primi del Novecento la strada rotabile più recente nel territorio comunale di Pieve Santo Stefano era quella del Garavone, lunga 9 chilometri e 100 metri e conduceva a Caprese e poi, attraverso i monti Rognosi, ad Anghiari. Le altre due strade rotabili che dal territorio comunale di Pieve Santo Stefano conducevano verso altri territori confinanti erano quelle provinciali per Sansepolcro e per Viamaggio. Le altre strade che conducevano fuori del territorio di Pieve Santo Stefano erano mulattiere. Nonostante ciò, ci fu chi (Edith Wharton) nel 1912 tentò la salita al santuario della Verna con l’automobile, ma l’ascesa fu un’avventura che sarebbe stata infruttosa senza l’aiuto di un carro per portare i bagagli e di uomini che con pietre “rincalzavano le ruote posteriori sulle salite più ripide”; comunque conquistata la cima, l’auto fu calata “con le funi sul versante opposto, quello del Casentino”, come racconta Attilio Brilli in un suo libro del 1997. Più saggio fu Paul George Konody, che due anni prima aveva desistito in quest’impresa dopo aver raccolto pareri discordanti da parte degli abitanti di Pieve Santo Stefano, per i quali certamente l’automobile costituiva una novità (ed è sempre Brilli che lo riferisce, ma in un altro libro del 1988). Questo percorso verrà reso carreggiabile soltanto a metà del secolo. Oltre la mulattiera che saliva a La Verna, c’erano quella per Verghereto lungo l’attuale strada Tiberina e quella detta del Colledestro che andava verso Le Balze.

Le strade di Caprese Michelangelo

Il territorio comunale di Caprese, ancora ai primi del Novecento, aveva una sola strada che collegava il capoluogo con Anghiari e con Pieve Santo Stefano e non era interamente rotabile. D’altra parte, invece, i sentieri di montagna erano numerosi e la maggior parte di questi “discretamente praticabili”, secondo il giudizio di Eugenio Ribustini.  Questi servivano per mettere in comunicazione la zona di Caprese con i territori limitrofi, ma non riducevano l’emarginazione del paese che “sorge sopra una rupe, isolato, quasi fuori dal mondo”, come scrisse nel 1910 Pier Ludovico Occhini nella sua guida della Valle Tiberina.

L’emigrazione lontano dalla Valtiberina

Da sempre, con la transumanza pastorale, lasciava la Valtiberina un considerevole numero di emigranti stagionali per i lavori dei campi, o per fabbricare carbone, o anche per i lavori pubblici di bonifica nelle pianure paludose e malariche della Maremma. Verso però la fine del Settecento, all’emigrazione stagionale si affiancò quella definitiva delle popolazioni dell’alta Valtiberina, in particolare di Pieve Santo Stefano e di Caprese Michelangelo. Il fenomeno esplose in maniera molto rilevante, come nel resto della penisola italiana, nei decenni a cavallo fra Ottocento e Novecento. La crisi agraria degli anni settanta dell’Ottocento e lo sviluppo dell’agricoltura, con il rinnovamento dei metodi colturali e delle attrezzature ai primi del Novecento, avevano liberato manodopera dalle campagne che alimentava da un lato il fenomeno dell’urbanizzazione, ma dall’altro sosteneva l’emigrazione anche lontano dalla Valtiberina. Confrontando il saldo naturale (differenza fra nascite e morti) con l’incremento demografico registrato tra il 1861 e il 1911, rileviamo un saldo migratorio di 6.339 persone dalla Valtiberina toscana, fra cui ben 1.242 unità perse anche dalla popolazione di Sansepolcro, che fra tutte le comunità fu quella che assistette a un emigrazione minore del numero dei suoi abitanti. Negli ultimi anni dell’Ottocento, la popolazione emigrò maggiormente dai Comuni il cui territorio si estende prevalentemente su fasce altimetriche più elevate, mentre con l’inizio del nuovo secolo al flusso già ricordato si aggiunse più consistente quello degli emigranti che lasciavano le loro terre anche di pianura per i centri con maggiori opportunità di lavoro e quindi anche verso la Maremma e oltre i confini nazionali. Solo Sansepolcro, a sua volta polo di attrazione, riusciva, ma solo in parte, a contenere il flusso migratorio.

Maremma amara

L’accentuarsi dell’emigrazione è da considerarsi il primo effetto delle profonde trasformazioni economiche e sociali di fine Ottocento; del resto, questo fenomeno aveva interessato fin da tempo remoto le popolazioni della Valtiberina toscana, a causa del loro basso livello di vita, per di più aggravato dall’incremento demografico del XIX secolo e dalla staticità dell’offerta dei prodotti del suolo. Così le migrazioni stagionali si erano innestate nell’antica pratica della transumanza, in fondo anch’essa una forma migratoria nella quale l’oggetto era il trasferimento del bestiame. Invece, il trasferimento di manodopera era cosa completamente diversa, ma queste migrazioni di lavoratori spesso avevano le stesse cadenze stagionali, gli stessi percorsi e le stesse strade. D’altra parte, rispetto ai pastori e ai mandriani che seguivano il bestiame, il bracciante partiva senza la certezza di trovare lavoro. Da Anghiari, da Monterchi, da Pieve Santo Stefano, da Caprese Michelangelo, ma anche dalla montagna di Sansepolcro, si aveva l’emigrazione interna e periodica verso la Maremma. Così racconta don Gerico Babini: “Partivano per i Santi (pi’ Santi) e ritornavano a primavera inoltrata. Infatti, appena passata la festa di Ognissanti e la Ricordanza dei Morti, che ricorrono il primo e il due di novembre, partivano i maremmani. Partivano con il solo cavallo di San Francesco - come dire a piedi - e allora il viaggio durava almeno otto giorni. Otto giorni sotto il sole, la pioggia, il vento e tutto quello che Dio mandava e manda tutt’ora agli inizi dell’inverno. Partivano a cavallo. In tal caso cinque o sei giorni erano sufficienti per giungere nei pressi di Grosseto”. Chi aveva i soldi per il biglietto, arrivato a piedi alla stazione, saliva sul treno. Qualche anno dopo, chi aveva una bicicletta ed era capace a guidarla, la preferiva ad altri mezzi di trasporto, arrivando in Maremma dopo circa tre giorni di viaggio. Talvolta, anche ragazzi e bambini partivano con i propri genitori e sempre don Gerico racconta: “Anche loro partivano con i genitori per la Maremma e imparavano, qualche volta all’età di solo otto anni, che la Maremma era amara, perché non andavano per riposarsi o per fare compagnia ai loro parenti ma per guadagnarsi il pane. I ragazzi erano ricercati per lo più come pecorai, ma spesso venivano impiegati come «spaventapasseri», anzi come «spaventa-corvi»”.

Andare verso luoghi nuovi e sconosciuti

Alla fine del XIX secolo, però, in Maremma vi era una “gran massa di individui privi di mezzi di sussistenza e di lavoro” - scrivono i funzionari di Pubblica Sicurezza - tanto che il prefetto di Grosseto si adoperava alacremente per impedire nuovi arrivi. Così, quando la Maremma non fu più meta ambita, si scoprì la via della Svizzera e della Germania prima e in un secondo momento quella della Francia e delle Americhe, soprattutto ad Anghiari, Sansepolcro e Pieve Santo Stefano. Direttrici di emigrazione diverse rispetto al resto degli emigranti provenienti dalla provincia di Arezzo e dalla Toscana in genere, che invece avevano da sempre preferito la Francia rispetto ad altre destinazioni. Il fenomeno dell’emigrazione verso l’estero investì anche la Valtiberina, nonostante gli appelli delle pubbliche autorità a non partire senza l’assicurazione di un lavoro certo, una volta arrivati a destinazione e a non fidarsi delle agenzie di emigrazione ubicate nei paesi esteri e specialmente presso Le Havre e altri porti della Francia. Se nel 1888 da Anghiari ancora non vi erano emigranti verso l’estero, nello stesso anno il delegato di Pubblica Sicurezza di Sansepolcro segnalò al sindaco che stavano emigrando in Brasile “anche persone fornite di una certa coltura intellettuale” e ammonì che “le umiliazioni e la miseria” attendevano anche a loro, una volta arrivati a destinazione. Nonostante ciò, il primo cittadino di Sansepolcro, scrivendo al prefetto, ancora minimizzava il fenomeno, ammettendo però che l’emigrazione era diretta “preferibilmente per l’America”. In realtà, ancora agli inizi degli anni novanta del XIX secolo, l’emigrazione verso l’estero in Valtiberina non appariva come un fenomeno preoccupante, pur tuttavia era un movimento in crescita. Infatti, il fenomeno dell’emigrazione oltre i confini nazionali, negli ultimi anni del secolo, si espanse anche a Sansepolcro, da dove partirono numerosi abitanti soprattutto per l’Africa del Sud e per l’America. Il settimanale “L’Appennino” scrisse nel 1897: “Come un contagio è qui scoppiato il fenomeno, fino ad ora ristretto, della emigrazione, che se proseguita così darà lo spopolamento in massa della nostra gente di città. Infatti solo nel corrente anno si ebbe a verificare un vero ed organizzato abbandono della terra nativa o nel sud d'Africa, o nelle varie regioni dell'America specie nel Brasile, allettati dai primi emigratori. [...]. Ora artigiani, anche con mestieri lucrosi, si appigliano alla emigrazione dichiarandosi coltivatori della terra per essere più facilmente accolti ed a migliori condizioni. Diminuito, o cessato il quotidiano lavoro per la concorrenza spietata dal di fuori, sostituiti dall'opera tanto meno dispendiosa dei campagnuoli che si sono dati a tutti i mestieri pur di guadagnare, facendo tesoro del tempo disponibile, le numerose famiglie si sono trovate nel più sentito disagio”. Come in Italia, anche nei cinque Comuni dell’Alta Valle del Tevere toscana il movimento migratorio conobbe dimensioni ancora più elevate nel primo decennio del nuovo secolo. Nei primi decenni del XX secolo, oltre che verso Svizzera e Germania, l’emigrazione si diresse anche verso la Francia anche se, per i troppi disoccupati, si tentava di dissuadere le partenze verso Marsiglia e si raccomandava ancora prudenza nell’accettare lavori senza un regolare contratto scritto e una retribuzione a cadenza quindicinale o mensile. Spesso, infatti, accadeva che gli emigranti in Corsica per il taglio dei boschi e per il carbone accettassero contratti verbali, che venivano disattesi a fine stagione quando venivano pagati secondo la volontà di coloro che li avevano assunti. A emigrare erano soprattutto gli uomini, mentre la possibilità di spostamento delle donne era molto inferiore, frenata dai ruoli familiari. Ruoli che, per l’assenza del capofamiglia, andavano ben oltre la custodia della casa e l’accudimento dei figli e si aggravavano di lavori pesanti e di incombenze sociali che da un lato facevano crescere l’autostima delle donne e dall’altro la loro considerazione agli occhi della comunità. Quando le donne partivano, era di solito per raggiungere il padre o il marito ed era un’emigrazione senza ritorno. Di fronte al sacrificio di lasciare la propria terra di origine e di tagliare le proprie radici per andare verso luoghi nuovi e sconosciuti, vi era la certezza di migliori condizioni di vita. L’emigrante si indebitava per partire, ma poco dopo restituiva il prestito, perché oltre frontiera riusciva a percepire una paga intorno alle 6 lire al giorno, se faceva lo scalpellino o il muratore, fino a poco meno di 3 lire se era semplicemente un ragazzo. In Valtiberina, chiunque avrebbe avuto difficoltà ad avere 2 lire di salario per una giornata di lavoro. Così, commenta lo storico Tommaso Fanfani, “l’emigrazione rappresentava [...] l'unica valvola di sicurezza per sottrarsi alla disoccupazione e alla miseria, o se non altro ad un lavoro retribuito con salari troppo bassi”.

Claudio Cherubini
© Riproduzione riservata
24/01/2021 13:44:59


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