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Dawood, il migrante che accoglie i profughi afghani: “Devo restituire il bene che ho ricevuto”

Il mediatore di Sant’Egidio ha ricevuto a Fiumicino i passeggeri afghani dei ponti aerei

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Ad attendere l'arrivo dei profughi afghani in fuga da Kabul c'era anche chi quella fuga l'aveva anticipata. Dawood Yousefi ha dato una mano alla Croce Rossa, alla polizia e all'esercito impegnati nell'accoglienza dei passeggeri dei ponti aerei con i quali l'Italia, come altri Paesi occidentali, ha messo in salvo migliaia di afghani, in pericolo per il ritorno al potere dei taliban. Una parola di conforto nell'unica lingua conosciuta, un sorriso, una merendina, una spiegazione, «perché spesso quei bambini non sapevano nemmeno dove fossero atterrati, avevano gli occhi impauriti e andavano distratti un po'». Dawood, appena tornato dai campi di Lesbo, lo ha fatto (gratis) per istinto, ma anche per un motivo concreto «devo restituire quello che ho ricevuto in Italia». Cosa significhi fuggire lo sa bene, anche se il suo arrivo in Italia è stato persino più rocambolesco. Quello che oggi è un insegnante di sostegno in una scuola di viale Marconi a Roma e mediatore culturale della Comunità di Sant'Egidio, un tempo è stato un profugo, che ha messo gravemente a repentaglio la propria vita per poter sperare in un futuro migliore, lontano da quei taleban che oggi sono tornati a imporre il proprio fondamentalismo all'Afghanistan. Il futuro è stato effettivamente migliore, ma non per il compagno di viaggio, morto «davanti ai miei occhi, mentre attraversavamo l'Egeo con un gommone», ricorda oggi, tornato dal terminal 5 di Fiumicino, dove sono arrivati i profughi afghani.

«Il mio viaggio è durato undici mesi, avevo 17 anni quando sono partito, era il 2001. Ho compiuto 18 anni vivendo per strada e lì ho conosciuto Sant'Egidio, l'incontro che mi ha cambiato la vita». Come per i profughi di oggi, partire è stato un obbligo: «Quando ho visto i taliban distruggere le statue dei buddha di Bamyan ho capito che era il momento di partire. Sono un hazara, la mia minoranza ha subito vari genocidi e i taliban ci avevano messo nel mirino. Bisognava andare».  

Quel viaggio resta un'esperienza indelebile: «Ho attraversato l'Iran, la Turchia e la Grecia. Non sapevo quello che sarebbe successo, ho camminato per giorni, tra militari che ci sparavano addosso, cercando di evitare le mine antiuomo. Ho preso gommoni, camion, ho dato molti soldi alle organizzazioni che ci facevano passare i confini».  L'ultimo tratto è stato il più drammatico: «Sono arrivato a Patrasso, in Grecia, e ci sono rimasto per 45 giorni, poi ho deciso di provarci. Sono andato al porto e mi sono nascosto sotto a un camion che veniva imbarcato sul traghetto. Dopo l'arrivo a Bari il camion ha preso l'autostrada e un'ora dopo ho cominciato a sbattere delle pietre che avevo raccolto in Grecia. L'autista si è fermato, non si era accorto che fossi lì sotto». Tra i compatrioti accolti a Fiumicino, c'era anche suo cugino con la famiglia, «è stata una grande emozione vederlo, faceva il manager a Herat, ha lavorato con gli americani e insegnava inglese. Era in pericolo, ora è in Italia e dovrà ricominciare, non sarà facile, ma almeno c'è una speranza». Dawood spera di poter abbracciare anche il resto della sua famiglia, a partire dalla sorella e dai genitori fuggiti in Iran dopo la vittoria dei taliban, «sto cercando di farli tornare, in Iran gli hazara non possono avere documenti e quindi è impossibile lavorare e integrarsi». Ora bisogna ricominciare all'estero, «perché in una settimana gli occidentali hanno frantumato il lavoro fatto in 20 anni, era cresciuta una nuova generazione, ma gli hanno tagliato le gambe».

Notizia e foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
09/09/2021 21:38:54


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