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Tasse, bonus e reddito di cittadinanza. I paletti dei partiti nella manovra

L’accordo auspicato dai leader parte dagli 8 miliardi di tagli fiscali

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Sedersi a un tavolo per siglare un patto sulla manovra. L’ha proposto il segretario del Pd Enrico Letta intervistato da questo giornale, incassando una risposta favorevole da tutta la maggioranza. Il problema è su quali temi costruire l’intesa. Il taglio delle tasse è il capitolo più corposo della legge di bilancio ed è anche quello che si presta meglio di altre materie a un accordo bipartisan. Ci sono 8 miliardi di euro che il governo ha deciso di non ripartire proprio per arrivare a un emendamento condiviso in Parlamento. Il Partito democratico spinge su un alleggerimento del carico soprattutto sulla busta paga dei lavoratori, mentre per aiutare le aziende i democratici invitano alla cancellazione dei contributi sugli assegni familiari pagati dal datore di lavoro.

I 5 stelle vorrebbero premiare pure gli autonomi e le imprese, mentre Lega, Forza Italia e renziani preferirebbero concentrare quasi tutte le risorse sul superamento dell’Irap. Senza dimenticare le richieste di Confindustria. Il presidente Carlo Bonomi è stato chiaro: «Serve un serio taglio contributivo al cuneo fiscale, gli 8 miliardi vanno messi tutti lì». Il punto di caduta sta nel trovare un equilibrio per garantire qualche soldo in più ai lavoratori con redditi medio-bassi (agendo sull’Irpef), avviare il superamento dell’Irap (con una riduzione dell’aliquota) e assicurare un costo del lavoro più leggero per le imprese.

Come sempre succede durante la sessione di bilancio, per trovare la quadra ci vuole tempo. Le buone intenzioni dei partiti, che non vogliono ridursi a una battaglia parlamentare tra Natale e Capodanno, non sono certo un argine alla presentazione degli emendamenti in questa prima fase. Quando verrà stabilito il termine, orientativamente tra una decina di giorni, di proposte di modifica in Senato ne arriveranno migliaia. Una valanga che verrà sfoltita in una seconda fase, quando inizierà il dibattito e le votazioni. Parallelamente al tavolo della commissione Bilancio se ne aprirà un altro, quello tra i relatori, i delegati economici delle forze politiche e il Mef. Solo all’ultimo momento, qualche notte prima di andare in aula, l’accordo – se ci sarà – verrà ratificato. Il caminetto tra i sei leader e il premier Mario Draghi diventa perciò fondamentale nel merito e nel metodo, per preservare l’iter della finanziaria dal vietnam parlamentare.
Il fisco rappresenta la priorità, e non c’è solo il taglio delle tasse.

L’altro nodo da sciogliere sono le cartelle esattoriali. Matteo Salvini vuole una nuova rottamazione per gli anni 2018 e 2019 e la riapertura dei termini di pagamento per chi non è riuscito o non riuscirà a pagare le rate delle altre rottamazioni a causa della crisi innescata dal Covid. Sulla rottamazione quater e le maglie più larghe per i pagamenti in scadenza, il Carroccio ha la sponda del Movimento 5 stelle. Più cauto il Pd che ha l’intenzione di spostare le rate poco più in là per dare più ossigeno ai contribuenti, magari al 31 dicembre. Contraria Leu. Il tam tam della Lega è forte anche per estendere la flat tax al 15% agli autonomi con ricavi tra i 65 mila e i 100 mila euro. Tuttavia sembra improbabile che M5s e Pd accettino di reintrodurre una norma del 2018 abrogata dal Conte 2 e che costa due miliardi nel triennio.

L’altra materia che ha già scatenato tutta la maggioranza è il Superbonus. Il tetto a 25 mila euro di Isee per ristrutturare le villette usufruendo della maxi detrazione al 110% non piace a nessuno. Perciò bisognerà portare coperture alternative e certe perché il Tesoro la considera già una mediazione e non vuole arretrare. Il Movimento 5 stelle ha lanciato l’allarme sul decreto antifrodi che rischia di bloccare i cantieri edili. Argomento che potrebbe produrre qualche semplificazione, ma in altra sede. L’Agenzia delle entrate, peraltro, per fugare i timori dei costruttori, ha già riattivato il canale per comunicare la cessione del credito o lo sconto in fattura.

All’appello mancano il reddito di cittadinanza e le pensioni. Misure bandiera di fatto blindate. Il sussidio caro ai 5 stelle ammonta a quasi 9 miliardi e la stretta sui controlli e le offerte di lavoro è già stata concordata. La Lega vorrebbe trasferire parte di quei fondi alle politiche sulla disabilità e al fisco. Con l’appoggio di Berlusconi, Renzi e Meloni le votazioni sul reddito di cittadinanza si annunciano complicate per la maggioranza. Il Partito democratico, che difende il principio dell’assegno insieme al Movimento, punta a inserire le modifiche consigliate dalla commissione Saraceno per aiutare le famiglie numerose e gli stranieri. Insomma, se si apre il vaso di Pandora può saltare tutto. Meglio tenerlo ben chiuso e limitarsi a qualche aggiustamento sulle politiche attive e sull’utilizzo di eventuali risparmi da destinare ad altre poste.

Le pensioni sono l’ultima tessera del puzzle. Oggi comincia la discussione tra esecutivo e sindacati per realizzare un sistema più flessibile rispetto allo scalone a 67 anni della Fornero. La manovra ha guadagnato un altro anno di tempo: Quota 102 (64 anni e 38 di contributi) varrà per il 2022. Per il futuro l’unica soluzione è il ricalcolo contributivo per chi vuole uscire anticipatamente, sul modello di Opzione donna. Su questo c’è poca trattativa.

Notizia e foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
16/11/2021 06:01:26


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