Ambiente Clima

Il riscaldamento climatico sta trasformando profondamente le Alpi italiane

Le piante autoctone, un tempo rigogliose, stanno soccombono a quelle invasive

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Le Alpi italiane stanno cambiando, e lo stanno facendo più rapidamente di quanto non si potesse immaginare. Le piante autoctone, vero e proprio patrimonio riconosciuto in tutto il mondo, stanno infatti perdendo progressivamente il loro regno. A mettere in crisi il delicato ecosistema, ancora una volta, è il cambiamento climatico che, a sua volta, ha aperto le porte a centinaia di piante Invasive capaci di adattarsi rapidamente alle temperature sempre più elevate. La prova, benché a tanti che vivono la montagna quotidianamente fosse ormai evidente da tempo, arriva da una analisi effettuata da due ecologi dell'Università di Padova, Costanza Geppert e Lorenzo Marini. I due scienziati hanno analizzato i dati raccolti dai botanici Filippo Prosser e Alessio Bertolli, della Fondazione Museo Civico di Rovereto, tra il 1990 e il 2019. Percorrendo complessivamente decine di migliaia di chilometri, in non certo semplici passeggiate montane, i botanici raccolsero oltre un milione di campioni, appartenenti a quasi 1.500 specie vegetali.

"Grazie alle eccezionali dimensioni e all'arco temporale di questo set di dati – ha spiega Marini, autore principale dello studio poi ripreso sulle pagine della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences - siamo stati in grado, per la prima volta, di osservare ciò che accade su un'ampia gamma di altitudini e di confrontare le specie rare con quelle comuni e aliene". Sulle Alpi, e in particolare sul versante italiano nord-orientale che si affaccia verso sud, le temperature medie annue stanno aumentando più rapidamente che in altre regioni. "Quasi due gradi negli ultimi 30 anni - commenta senza voler nascondere la sua preoccupazione l’esperto dell'Università di Padova -, è una cosa enorme".

Come stanno cambiando le Alpi

Gli scienziati hanno suddiviso le osservazioni in due periodi, dal 1990 al 2005 e dal 2005 al 2019. Per ogni periodo, hanno stimato la probabilità di trovare ogni specie a diverse altitudini e hanno identificato i loro margini caldi e freddi, rispettivamente le altitudini al di sotto e al di sopra delle quali la probabilità di trovare una specie è del 10 per cento o meno. Poi hanno osservato quanto questi margini si fossero spostati da un periodo all'altro e hanno fatto una media tra le specie dividendole in tre gruppi: specie native comuni (quasi 1.300, tra cui Trifolium repens), specie native rare (quasi 100 specie, tra cui Adonis aestivalis) e specie aliene (quasi 50 specie, tra cui Sorghum halepense). Per piante rare si intende quelle classificate come minacciate o in pericolo, secondo la lista dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.

Le specie autoctone perdono terreno

Per le specie autoctone, emerge dallo studio, i margini freddi e caldi si sono spostati verso l'alto rispettivamente di circa due e tre metri all'anno. E l’'intervallo di altitudine delle specie rare, già minacciate, si è ridotto più di quello delle specie comuni, con il margine freddo rimasto quasi invariato e quello caldo spostato verso l'alto di circa quattro metri all'anno. Le uniche a prosperare sembrerebbero le specie aliene, più resistenti e capaci di adattarsi più rapidamente alle temperature più elevate. Queste piante sono riuscite ad espandere il loro areale, con il margine caldo sostanzialmente invariato e quello freddo spostato verso l'alto di quattro metri all'anno.

Ecco perché vinceranno le specie invasive

Per meglio comprendere costa sta accadendo sulle Alpi, il team di ricercatori ha classificato le specie in base alla loro strategia di adattamento. Le piante aliene sono più frequentemente classificate come competitrici, crescono velocemente e destinano la maggior parte delle risorse alla crescita delle foglie. Inoltre, prosperano in condizioni di elevate risorse create dall'espansione dei terreni agricoli verso l'alto. La maggior parte delle specie rare appartiene invece alle specie ruderali, che dedicano la maggior parte dell'energia alla produzione di semi, ma risultano esser meno capaci di competere per le risorse.

Si può ancora intervenire

Gli scienziati hanno anche scoperto che gli hotspot di specie rare e aliene si sovrappongono in larga misura e sono raggruppate in aree altamente urbanizzate e a bassa quota. Tuttavia, la maggior parte delle aree protette si trova ad alta quota, dove l'impatto dello sviluppo economico è minore. "Dobbiamo agire – evidenzia Marini che suggerisce interventi di conservazione mirati a proteggere un maggior numero di specie -, altrimenti alcune piante potrebbero scomparire per sempre da quei territori entro 10 o 15 anni”.

Notizia e Foto tratte da Tiscali
© Riproduzione riservata
31/03/2023 07:15:44


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