Il futuro non aspetta, Tratos guarda avanti: 60 anni di coraggio e visione

Intervista all'imprenditore di Pieve Santo Stefano Albano Bragagni
Ci sono imprese che raccontano una storia industriale. E poi ce ne sono altre che raccontano anche una storia di persone, di visione e di territorio. Tratos appartiene a questa seconda categoria. Nata nel 1966 a Pieve Santo Stefano, nel cuore dell'Appennino toscano, l'azienda è oggi un gruppo internazionale specializzato nella progettazione e produzione di cavi per l'energia, le telecomunicazioni e le infrastrutture tecnologiche più avanzate. Un percorso lungo sessant'anni che ha portato un'impresa italiana a confrontarsi con le grandi sfide dell'innovazione globale, mantenendo però salde le proprie radici. Le origini di Tratos affondano nella storia del suo fondatore, l'ingegnere Egidio Capaccini. Dopo l'esperienza maturata in Argentina nel settore della produzione di cavi, Capaccini rientrò in Italia con un patrimonio di competenze tecniche e una visione imprenditoriale che si tradusse nella nascita di quella che allora era una piccola realtà manifatturiera. Da quel momento, l'azienda ha attraversato profonde trasformazioni tecnologiche e di mercato, ampliando progressivamente il proprio raggio d'azione fino a diventare un punto di riferimento internazionale. Determinante è stato il passaggio generazionale che, dagli anni Settanta, ha visto la famiglia Bragagni raccogliere l'eredità del fondatore e guidare una fase di crescita fondata su ricerca, investimenti e internazionalizzazione. Dallo sviluppo della fibra ottica ai cavi ad alta tensione, dalle applicazioni per il settore energetico alle tecnologie impiegate nei grandi progetti scientifici e infrastrutturali, Tratos ha saputo anticipare i cambiamenti di un comparto strategico per lo sviluppo economico e la transizione energetica. Oggi il gruppo esporta in decine di Paesi, opera attraverso stabilimenti e sedi internazionali e continua a investire nell'innovazione come leva competitiva. Ma dietro numeri e risultati rimane una caratteristica distintiva: essere un'azienda a controllo familiare che ha costruito il proprio successo con una prospettiva di lungo periodo, coniugando competenze industriali, attenzione alle persone e capacità di guardare al futuro. Ripercorrere la storia di Tratos significa quindi raccontare non solo l'evoluzione di un'impresa, ma anche i cambiamenti dell'industria italiana negli ultimi sessant'anni: una vicenda fatta di intuizioni, sfide internazionali e innovazione continua, che oggi rappresenta un esempio di come tradizione e tecnologia possano crescere insieme.
Se dovesse raccontare l'essenza di questi sessant'anni in poche parole, quali sceglierebbe?
“Per me sono stati 52 anni, durante i quali non sono mancati momenti di grandissima difficoltà. Penso, ad esempio, al 1975, l'anno della crisi successiva allo shock petrolifero. Oppure al periodo tra il 1979 e il 1980, quando, con il pieno accordo di mia moglie, che è sempre stata anche mia socia, riuscimmo a realizzare un'operazione di leveraged buyout. Grazie a quella scelta riuscimmo a liquidare i soci di maggioranza, la cui presenza condizionava fortemente la vita dell'impresa. Sono proprio questi i momenti che ricordo con più intensità: quelli che mi hanno fatto più paura e che, allo stesso tempo, oggi guardo con maggiore nostalgia. Al di là dell'età, nel 1979 avevo soltanto 28 anni e affrontare un'operazione di quel tipo significava assumersi un rischio enorme. Riuscimmo a portarla a termine senza avere nemmeno i soldi per pagare i bolli delle cambiali. Fortunatamente, all'epoca le banche non si basavano soltanto sul rating dell'impresa, ma davano grande valore anche all'affidabilità dell'imprenditore. Ebbi la fortuna di incontrare persone competenti e lungimiranti: innanzitutto il dottor Ferrari della Cassa di Risparmio di Città di Castello, al quale si affiancarono poi la Cassa di Risparmio di Firenze e il Medio Credito Umbro, che sostennero l'operazione con un intervento molto importante rispetto alle dimensioni della nostra impresa. Credo che oggi, con l'attuale sistema bancario, un'operazione di questo genere sarebbe estremamente difficile, se non addirittura impossibile”.
Tratos è oggi presente sui mercati internazionali. Quanto è stato importante avere una visione globale senza perdere il legame con il territorio?
“Essere nati e profondamente legati a questo territorio ci ha permesso di sviluppare un'impresa di questo livello in un luogo che, per chi arriva da fuori, sembra quasi impossibile. Ricordo sempre lo stupore dei visitatori stranieri – coreani, giapponesi, arabi – che mi chiedono: "Perché a Pieve Santo Stefano e non a Milano?" È quasi sempre la prima domanda. La seconda è: "Perché i vostri ingegneri continuano a vivere qui invece di trasferirsi a Milano?". Per loro è difficile immaginare che si possa creare e far crescere un'azienda competitiva a livello internazionale in un contesto che, dal loro punto di vista, è lontano dai grandi centri economici. Eppure noi qui stiamo bene e abbiamo scelto di rimanerci. Naturalmente questo comporta una responsabilità: vivere in un territorio come il nostro significa avere ancora di più una visione di ciò che accade nel mondo. Al di là dell'export e del mercato domestico, dobbiamo ragionare sempre in una prospettiva globale. Quando vendiamo, i nostri concorrenti possono arrivare da qualsiasi parte del mondo; allo stesso modo, anche l'approvvigionamento delle materie prime dipende da dinamiche internazionali. Negli ultimi anni, ad esempio, abbiamo visto il numero dei fornitori di polietilene ridursi da tre a uno, e situazioni analoghe si sono verificate anche per altri materiali. Per questo dobbiamo operare con una mentalità globale. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di costruire un'impresa almeno paneuropea, e credo che ci siamo riusciti. Oggi, quindi, dobbiamo essere attenti a tutto ciò che accade nel mondo. Vivere qui, mantenendo le nostre radici, e allo stesso tempo muoverci continuamente sui mercati internazionali è diventato, per noi, qualcosa del tutto naturale”.
In questi decenni il settore dei cavi è cambiato profondamente. Qual è stata la trasformazione tecnologica che ha rivoluzionato maggiormente il vostro lavoro?
“Noi andiamo secondo il mercato e secondo quelle che sono le esigenze. In questi ultimi anni abbiamo avuto una forte spinta da quella che è stata la domanda di connettività. Il secondo traino che è diventato importantissimo e su cui noi crediamo per lo sviluppo dei prossimi anni è l’elettrificazione, la distribuzione elettrica. È sotto gli occhi di tutti che con tutti i condizionatori che vengono accesi, le interruzioni di corrente sono attualmente più comuni nelle grandi città che a Pieve Santo Stefano dove questo problema non esiste. C’è un cambio totale di strategia dovuta alle varie fonti di approvvigionamento: oggi le energie alternative spesso rappresentano in Italia oltre il 50% del consumo, perché possono essere prodotte più al sud che al nord; vengono trasportate e quindi le reti devono essere rinforzate rispetto al passato. Ci troviamo a vivere un momento straordinariamente felice anche dal punto di vista della domanda: noi ci siamo verticalizzati; siamo molto forti nella media tensione, abbastanza anche sull’alta. Tutto questo ci ha portato ad una domanda di guardare il futuro con un certo ottimismo”.
Come è cambiato il mercato dei cavi elettrici e della fibra ottica rispetto agli inizi della vostra esperienza imprenditoriale?
“Il mercato è cambiato profondamente, anche perché oggi i soggetti coinvolti sono molti di più. È aumentata la pressione da parte delle aziende che vogliono vendere in Italia, un Paese che, nonostante tutto, rimane uno dei mercati europei più dinamici in questo momento. Per questo abbiamo dovuto adeguarci, dotandoci di strutture e competenze in grado di rispondere alle nuove esigenze del mercato. Abbiamo investito nel miglioramento dei prodotti, nell'innovazione tecnologica, nello sviluppo di nuove tipologie di cavi e nella capacità di soddisfare volumi di produzione sempre più elevati. Se confrontiamo ciò che Tratos produce oggi con quanto produceva appena cinque anni fa, il cambiamento è stato nell'ordine del 40-50%. Alcune linee produttive si sono ridotte, mentre altre hanno registrato una crescita significativa. Siamo stati capaci, e anche fortunati, di adattarci ai cambiamenti del mercato, e i risultati che stiamo ottenendo oggi ne sono la dimostrazione”.
Quanto conta oggi l'innovazione nella strategia di Tratos?
“Fondamentale. L’Italia, sul campo dei cavi elettrici, è diventato di gran lunga il maggior produttore a livello europeo. E noi in Italia siamo uno dei maggiori produttori, anche se non in tutte le fasce di mercato: per esempio nella bassa tensione siamo abbastanza marginali, mentre sulle media e alta tensione siamo sicuramente tra i primi soggetti presenti sul mercato nazionale. Stessa cosa anche in quello delle fibre ottiche. Abbiamo avuto la forza di adeguarci e continuiamo a farlo”.
In un mercato sempre più competitivo, cosa distingue Tratos rispetto ai grandi competitor internazionali?
“Sicuramente uno dei nostri punti di forza è la capacità decisionale, unita alla velocità con cui riusciamo a prendere e mettere in pratica le decisioni. In altri contesti sarebbe spesso impensabile. Faccio un esempio concreto: meno di due anni fa abbiamo acquisito tre stabilimenti all'estero, che oggi stanno andando tutti bene. Tuttavia, far comprendere loro la rapidità del cambiamento che vogliamo introdurre, in risposta alle evoluzioni della domanda, è spesso complesso. Per la nostra realtà è naturale adattarsi velocemente, mentre in altre organizzazioni questo processo richiede più tempo. Le aziende straniere, in molti casi, possono avere anche caratteristiche di grande valore, ma sono generalmente più strutturate e meno abituate a gestire cambiamenti molto rapidi, che invece il mercato oggi impone. La capacità di decidere velocemente può riguardare aspetti quotidiani, ma anche scelte di grande rilevanza, come investimenti da milioni di euro. Questa agilità ci ha permesso di rispondere alla concorrenza, cogliere opportunità e conquistare segmenti di mercato che, in alcuni casi, altri operatori avevano sottovalutato”.
Qual è stata la sfida più difficile che avete dovuto affrontare come azienda e come siete riusciti a superarla?
“Torno a dire che il momento più difficile è stato quello in cui siamo riusciti a raggiungere l'indipendenza e avviare quel percorso di sviluppo che poi ha portato ai risultati che abbiamo ottenuto. Le sfide, però, fanno parte della quotidianità. Ricordo, ad esempio, la prima volta che andai in Telecom, che allora si chiamava Sip, per presentare il fatto che producevamo cavi in fibra ottica: mi guardarono come se fossi un visionario. Eravamo nel 1986-1987 e all'epoca sembrava una scelta quasi azzardata. Invece abbiamo avuto ragione e, probabilmente, tra tutti i protagonisti di quel periodo siamo uno dei pochi rimasti ancora presenti sul mercato. Un'altra grande sfida è stata quella di arrivare a produrre cavi per l'alta tensione, ottenendo le approvazioni e le omologazioni dei principali operatori del settore. Oggi, per esempio, Tratos è qualificata da Terna per la fornitura di cavi a 170 kV. Abbiamo inoltre fornito materiali sia in Italia sia in Inghilterra per importanti infrastrutture ferroviarie ad alta velocità. Guardando indietro, molte delle sfide che abbiamo affrontato sembravano difficili, se non quasi impossibili da realizzare. Siamo riusciti a superarle grazie al coraggio, alla capacità di guardare avanti, alla lungimiranza e, sicuramente, anche a un pizzico di fortuna”.
Il cuore a Pieve Santo Stefano, ma stabilimenti in tutto il mondo: quali sono?
“In tutto il mondo no. Siamo un’azienda che ci definiamo produttivamente paneuropea: abbiamo due importanti stabilimenti a Pieve Santo Stefano, uno in Sicilia, uno in Spagna a Saragozza, due in Inghilterra (Londra e Liverpool) ed uno in Germania a Muchemblac; produttivamente, poi, esportiamo in 60 diversi Paesi nel mondo tra cui la Cina, il Brasile e molto negli Stati Uniti; nonostante le tasse di Trump le nostre quote di vendita nel mercato americano sono aumentate. Questo per dire che sopravviviamo bene”.
Ci sono stati momenti in cui avete dovuto reinventare completamente il vostro modo di fare impresa?
“Reiventare no. Il nostro è stato sempre un cambiamento continuo, sempre alla ricerca di qualcosa di meglio rispetto a quello che stavamo facendo. Con momenti di alti e bassi un po’ come accade in tutte le imprese, un’inversione ad U non l’abbiamo mai fatta”.
Cosa significa oggi fare impresa in Italia e competere sui mercati internazionali?
“Fare impresa in Italia, secondo me, non penso sia più difficile che farla in altri Paesi. Purtroppo, oggi come oggi, la burocrazia c’è in tutto il mondo: anche quelli che sono i rapporti con il dipendente, penso che alla fine il dipendente italiano non sia affatto inferiore a quello di altri paesi. Potremmo essere molto più bravi se fossimo meno burocratizzati: la burocrazia c’è dalle altre parti, in Italia quello che cambia sono i tempi più lunghi nelle decisioni”.
Cosa ne pensa dell’operazione Intesa San Paolo e Monte dei Paschi di Siena?
“Per me è una grande sfortuna per il territorio. Mi meraviglia che non ci siano delle voci critiche su questa operazione: a parte la stima anche su Intesa San Paolo, quello che stiamo assistendo è la scomparsa di un soggetto che nelle nostre zone e anche in Toscana ha una quota di mercato rilevantissima. La storia, ma anche la logica, dice che quando scompare un soggetto e gli altri restano più forti per quelli che sono gli utenti aumenteranno i costi. Secondo me, oltre ad aumentare i costi, aumenterà anche la distanza tra il medio e piccolo imprenditore con il sistema bancario stesso perché un conto è avere un polo decisionale abbastanza vicino, per esempio Siena, con quest’operazione ben che vada noi avremo il centro decisionale a Modena per non dire a Torino. Se i soggetti sono meno, quindi, sicuramente avranno maggiore possibilità di far valere le loro ragioni che sono maggiori costi per gli utenti. Mi meraviglia che la classe imprenditoriale politica toscana non alzi gli scudi; io non sono assolutamente favorevole a questo tipo di operazione, sarà solamente uno svantaggio per il territorio”.
Guardando ai prossimi dieci anni, quali saranno le principali sfide e opportunità per Tratos?
“Stiamo mettendo in funzione il nuovo stabilimento, con un investimento molto importante, e speriamo di essere operativi già nei prossimi mesi. Nel frattempo, stiamo già pianificando un altro investimento, sempre in Italia, a supporto del processo di elettrificazione. Il nostro obiettivo è aumentare la capacità produttiva per quella che riteniamo sarà un’elettrificazione sempre più estesa, sia nella distribuzione urbana sia nel trasporto a lunga distanza. Abbiamo produzioni specificamente vocate a questi ambiti e vogliamo essere pronti a rispondere alla crescente domanda del mercato. Tratos è uno dei maggiori produttori italiani di cavi in fibra di carbonio: in Italia siamo soltanto in due a produrli. Li abbiamo inventati 16 anni fa e oggi il mercato ce li sta chiedendo in maniera sempre più consistente. Speriamo di essere sempre all’altezza delle sfide che ci attendono. Sappiamo, però, che ciò che abbiamo fatto fino a oggi non basta: bisogna continuare a guardare avanti e a pensare a quello che succederà domani”.

Commenta per primo.