Opinionisti Giulia Gambacci

Angelo Branduardi, il grande “menestrello” della canzone italiana

Melodie medievali e rinascimentali combinate con il folk e la tradizione celtica

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Anche lui ha saputo distinguersi nel periodo florido dei cantautori italiani, guadagnandosi il soprannome di “menestrello” della canzone italiana. Timbro di voce inconfondibile, melodie ispirate a Medioevo e Rinascimento e canzoni che dopo 40 anni e passa rimangono ancora impresse nella mente. Come è impossibile non fare caso alla sua folta capigliatura, che si è sempre più “imbiancata” con il passare del tempo. Ha appena compiuto 70 anni Angelo Branduardi da Cuggiono, il piccolo Comune della città metropolitana di Milano nel quale è nato il 12 febbraio 1950. Oltre che comporre ed eseguire brani, è anche violinista e polistrumentista con al fianco Luisa Zappa, moglie e allo stesso tempo preziosa compagna anche nella vita artistica. Una vita all’insegna della musica, quella di Branduardi, anche perché è una passione contenuta nel dna di famiglia.

La formazione come cantautore avviene nella scuola milanese, ma Branduardi ci mette del suo, andando alla ricerca di un nuovo genere musicale particolare, capace di unire la musica medievale e rinascimentale con quella folk e di tradizione celtica e nordeuropea. Nel tracciare il suo percorso artistico, partiamo dai periodi della fanciullezza: un particolare affetto lo lega fin da piccolo alla casa colonica della nonna materna, che peraltro è anche il luogo nel quale viene alla luce. Più volte vi torna, dichiarando che è il posto in cui si può parlare di campagna, rimanendo affascinato dai sapori di una volta. Ha soltanto tre mesi quando la sua famiglia si trasferisce a Genova ed ecco il suo ricordo personale: “… abitavamo nel quartiere pittoresco dell'angiporto – cioè contrabbandieri e prostitute – e non eravamo di certo una famiglia ricca. [...]. Mia madre non ha mai chiuso la porta di casa a chiave, nonostante sotto di noi ci fossero due fratelli che entravano e uscivano dalla galera”. Suo padre era così talmente appassionato di musica che viene definito con il termine più appropriato: melomane. Nel capoluogo ligure, Branduardi viene a contatto con la scuola dei cantautori, che lo influenzerà non poco nella sua attività artistica. Alla stessa maniera, però, subisce l’influenza della musica scozzese e inglese, in particolare di Donovan e Cat Stevens. La musica è una scelta di vita che si manifesta fin da subito: a soli 16 anni, Branduardi si diploma in violino al Conservatorio Niccolò Paganini di Genova (è uno fra i più giovani d’Italia a riuscirvi) ed esordisce come solista con l’orchestra del conservatorio stesso, ma avverte anche tanta voglia di imparare a suonare la chitarra e di comporre canzoni, prendendo spunto dai testi di poeti chiamati Sergej Esenin e Dante e dal suo maestro, Franco Fortini, al quale – quando muore – dedica la title-track dell’album “Domenica e lunedì”. A Milano, inizia a suonare la chitarra e a comporre (testo e musica) i poemi dei suoi autori preferiti. Il brano dal titolo “Confessioni di un malandrino”, uscito nel 1975, si ispira a una poesia di Esenin. In parallelo con la musica, Branduardi consegue anche il diploma scolastico all’Istituto Tecnico per il Turismo, si iscrive alla facoltà di Filosofia e incontra Luisa Zappa, che sposerà e che diverrà l’autrice di quasi tutti i suoi testi. Angelo e Luisa hanno due figlie: Sarah e Maddalena. È il 1973 quando Branduardi incontra l’arrangiatore inglese Paul Buckmaster: un incontro importante, perché da esso origina di fatto il primo album dal suono “progressive” che viene inciso a inizio 1974. È così forte la personalità di Buckmaster anche dal punto di vista espressivo che ancora la classica timbrica di Branduardi rimaneva soppressa. Ma c’è un secondo incontro del periodo degli anni ’70 che rivestirà un peso determinante: quello con il polistrumentista Maurizio Fabrizio, assieme al quale incide il suo secondo disco, “La luna” e inizia una collaborazione che durerà fino al 1979, prendendo parte alla produzione e agli arrangiamenti dei suoi album più celebri. I consensi al disco “La luna” si limitano a una stretta cerchia di ammiratori e di critici, ma la svolta della carriera è vicina: le musiche popolare, barocca e rinascimentale diventano il suo obiettivo, assieme a quella etnica di tutto il mondo, spaziando dagli indiani d’America ai versi di poeti latini. Dalla seconda metà degli anni ’70 fino ai primi anni ’80 avviene la sua consacrazione artistica: intanto, nel 1976 torna ad abitare a Cuggiono con la moglie e le figlie, rimanendovi fino al 1982; anni davvero gloriosi, introdotti dall’album “Alla fiera dell’est”, che nel 1977 vince il premio della critica discografica italiana. Il brano omonimo, che impazzerà anche nelle radio libere di tutta Italia (nate proprio in quel periodo) e che comincia con la frase oramai divenuta famosa “Alla fiera dell’est, per due soldi un topolino mio padre comprò”, riporta alla mente la novella toscana di Petruzzo che non voleva andare a prendere il cavoluzzo per il padre malato: “Il fuoco che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo, che mio padre al mercato comprò” è una sorta di parallelismo con “il bove che beve l’acqua, che spegne il fuoco, che brucia il bastone, che picchia Petruzzo, che non vuole andare a prendere il cavoluzzo”. Un classico caso di ripetitività che piace ai più piccoli, i quali amano sentire sempre le stesse cose. È un lavoro rigorosamente acustico, con chitarre e violini in primo piano, che si ispira alle favole popolari di tutto il mondo: dalla filastrocca ebraica di “Alla Fiera dell’Est”, che diverrà una fra le canzoni italiane più conosciute, alla tradizione celtica de “La serie dei numeri”, alla poesia tedesca di “Sotto il tiglio”. La ricerca musicale a cavallo fra il folk e la tradizione celtica, rivisitata in chiave tendenzialmente pop, contribuisce ad aumentare la notorietà di Branduardi anche in Germania, in Francia e nel resto d’Europa. Alla fine del 1977 pubblica “La pulce d’acqua”, che rimane per molte settimane al primo posto in classifica e che sarà uno fra i primi cinque album più venduti in Italia nel corso del 1978. Branduardi conferma il successo grazie anche al fascino della title-track, un’altra fiaba densa di riferimenti mitici e di poesia e alla malia funerea dello stupendo “Ballo in Fa diesis minore”. Ospite dell’album è il musicista sardo Luigi Lai con le “launeddas”, antichissimo strumento a fiato. Sulle ali del successo, intraprende un progetto dal vivo denominato “La Carovana del Mediterraneo”, nel quale coinvolge sia i suoi musicisti che i componenti del Banco del Mutuo Soccorso. La tournee della stagione 1978/’79 non si limiterà all’Italia, ma si estenderà anche a Paesi quali Inghilterra, Svizzera, Francia, Germania e Belgio. La produzione discografica di Angelo Branduardi è intensa: i due album di successo, “Alla fiera dell’est” e “La pulce d’acqua”, si fregiano ora anche delle versioni in inglese in francese, ma nel 1979 arriva un terzo successo gradevole e orecchiabile, dal titolo “Cogli la prima mela”, il cui exploit supera i confini nazionali; è infatti premiato dalla critica tedesca e francese come disco rivelazione dell’anno. Branduardi collabora anche alla raccolta “Concerto”, omaggio a Demetrio Stratos, voce solista degli “Area” morto a New York nel ’79. Gli “Area” erano uno dei gruppi più importanti della sperimentazione italiana. Nello stesso anno, il cantautore lombardo suona a Parigi alla "Fète de l'Humanité", davanti a oltre 200.000 persone. Un autentico evento live testimoniato poi dall'album “Concerto” (1980). Con "Va ou le vent te mène", versione in francese di "Cogli la prima mela", arriva anche il trofeo Golden Europa, oltre al già ricordato premio della critica discografica quale miglior disco dell'anno in lingua francese. Nel 1980, escono altri due album: appunto “Concerto”, triplo lp comprendente 22 brani eseguiti nel tour “La Carovana del Mediterraneo” (alcuni sono in versione italiana e altri in lingua inglese) e “Gulliver, la luna e altri disegni”, che costituisce una rivisitazione del suo secondo album datato 1975 e dal titolo “La luna”, con l’aggiunta dell’inedito “Gulliver”, un brano interamente scritto dalla moglie Luisa Zappa, assieme alla quale comincerà a lavorare sempre più a fianco nella stesura dei testi. Per l’occasione, torna Paul Buckmaster con gli arrangiamenti. Ed è sempre il 1980 quando parte la seconda edizione de “La Carovana del Mediterraneo”: a quasi tutti i musicisti della prima edizione, si aggiungono Stephen Stills, Graham Nash e Richie Havens. È invece datato 1981 l’omonimo lp “Angelo Branduardi”, che vede la moglie Luisa autrice di tutti i testi delle canzoni e con Paul Buckmaster sempre supervisore, mentre il 1983 è l’anno di “Cercando l’oro”, che registra il ritorno di Maurizio Fabrizio. I due album vengono pubblicati in lingua francese e lui prosegue i tour senza esitazioni, stabilendo record di spettatori sia in Italia che nel resto d’Europa negli oltre 50 concerti che riesce a tenere. Sempre nell’83, Branduardi avvia un altro filone: quello delle musiche da film e compone la colonna sonora di “State buoni se potete”, diretto da Luigi Magni. Il cantautore appare anche come attore in un ruolo non primario, ma soprattutto si aggiudica il David di Donatello come miglior musicista e il Nastro d’Argento per la migliore colonna sonora. Altre colonne sonore da lui composte sono quelle di “Momo” (1986), pellicola di produzione italo-tedesca; “Secondo Ponzio Pilato”, che ha di nuovo Luigi Magni per regista e “Luci lontane” di Aurelio Chiesa. Nel 1984, Angelo Branduardi si rende protagonista di un tour italiano, i cui proventi vengono devoluti all’Unicef; la passione per la poesia non è mai sopita e allora a metà degli anni ’80 ecco “Branduardi canta Yates”, trasposizione in musica di derivazione tipicamente celtica e traduzione (sempre curata dalla moglie) di alcune poesie dello scrittore irlandese William Butler Yates, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1923. Si tratta di liriche composte fra la fine del 1800 e il 1918. Per la pubblicazione del suo nuovo album di inediti bisogna attendere il 1988, a distanza di cinque anni da “Cercando l’oro”: si intitola “Pane e rose” e sarà seguito nel 1990 da “Il ladro”. Rispetto alle produzioni di fine anni ’70 e primi anni ’80, questi album cominciano a orientarsi verso l’elettronica e il suono etnico, anche se rimane viva la base folk. Sempre negli anni ’90, Branduardi è autore di altre fortunate raccolte: nel 1992, è il turno di “The best of”, inizio del suo matrimonio con la Emi, mentre nel 1993 esce “Si può fare” (arrangiamenti di Vince Tempera) e nel ’94 è la volta di “Domenica e lunedì”, in cui figurano anche testi di Pasquale Panella, Paola Pallottino, Roberto Vecchioni ed Eugenio Finardi. Nel corso dello stesso anno parte un tour in oltre venti teatri in Italia, con anche una sessantina di concerti in tutta Europa. E le tournee suggeriscono un’altra produzione che si concretizza nel 1996 con il live “Camminando camminando”, contenente “L’apprendista stregone” e “Piccola canzone dei contrari”, con testi di Giorgio Faletti, mentre nel 1998 esce “Il dito e la luna”, album con dodici pezzi inediti fra i quali sono da ricordare “Il giocatore di biliardo” e “L’uso dell’amore”. Nel ’96 nasce anche il progetto “Futuro antico I”, al quale fanno seguito in quasi venti anni anche le versioni II, III, IV, V, VI, VII e VIII. Molte fra le musiche più famose di Branduardi traggono l’ispirazione da brani di un passato lontano e spesso dimenticato, che lo rendono artefice di una riscoperta del patrimonio musicale antico non solo nazionale, ma anche europeo. Un originale viaggio attraverso pagine sacre e profane del Medioevo e del primo Rinascimento, in collaborazione con il gruppo Cominciamento di Gioia. Con la trilogia di “Futuro antico”, Branduardi propone una rivisitazione di canzoni medievali sacre e profane (1996), della musica di Giorgio Mainerio, maestro di cappella del Patriarcato di Aquileia (1999) e della musica barocca cara al Gonzaga (2002). L’album “Il dito e la luna” rinsalda il sodalizio con Giorgio Faletti e riunisce attorno a Branduardi alcuni dei migliori musicisti italiani. “Le uillean pipes”, affidate a Brandan Wade, in una curiosa commistione coi flauti rinascimentali e le bombarde di Cristina Scrima creano un effetto di grande musicalità. Sul versante del teatro, Branduardi arriva a collaborare con Amedeo Amodio, direttore del balletto del Teatro dell’Opera di Roma, in “La storia meravigliosa dell’uomo senza ombra”. Nel novembre del ’98, la Emi pubblica “Branduardi Studio Collection”, raccolta doppia contenente 32 brani che ripercorrono tutta la sua discografia. Vi sono infatti i suoi grandi cavalli di battaglia: “Alla fiera dell’est”, “La pulce d’acqua”, “Cogli la prima mela” e “Il violinista di Dooney”. Nel 1999, diventa anche personaggio televisivo, curando la rubrica “Il sesso dell’angelo” all’interno del programma “Gratis” su Rai Uno. In tour ha portato anche “La Lauda di Francesco”, evoluzione concertistica da un altro cd del 2000 (“L’infinitamente piccolo”) imperniato sulla vita di San Francesco d’Assisi. "Era un grande poeta – ha detto Branduardi a proposito di San Francesco – che amava cantare e lo faceva spesso anche da solo. Per accompagnare il suo Cantico delle Creature aveva composto una musica che è andata perduta: io ho provato a ridare voce alle sue parole perché si possa di nuovo cantarle". Alla produzione dell’album hanno partecipato anche Franco Battiato (nel brano “Il sultano di Babilonia e la prostituta”), Madredeus, Ennio Morricone, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, i Muvrini e La Viola. I contenuti di esso non sono altro che la traduzione in musica degli scritti e degli episodi relativi alla vita di San Francesco e tratti direttamente dalle fonti francescane. Il compito dei testi finali è un compito ancora di spettanza della moglie di Branduardi, Luisa Zappa. Questo progetto di caratura internazionale ha fatto del cantautore milanese il portavoce ufficiale del messaggio di San Francesco nel corso del Giubileo del 2000; tutto ciò, nonostante i dubbi iniziali dello stesso Branduardi, che aveva detto di non voler cadere nella trappola della messa beat. E allora, ha seguito il proprio istinto. Le musiche di questo disco hanno fatto il giro d’Italia attraverso uno speciale tour, che ha visto alcune note chiese italiane ed europee sostituirsi ai teatri. Del 2000 è anche il disco “Barones” dei Tenores di Neoneli: Branduardi partecipa cantando il brano “Ai cuddos”, in lingua sarda e insieme a Luciano Ligabue. E siamo alle ultime produzioni: l’album “Altro ed altrove” (2003) traduce in musica un’altra raccolta di poesie da tutto il mondo; si va dal Nepal del primo singolo, “Laila Laila”, all’antica lirica irlandese, dallo struggimento di Catullo alla dolcezza di una ballata d’amore cinese, dalla sensualità della poesia araba al rigore della tradizione giapponese, dai versi degli indiani d’America alla grande di Shakespeare, dalla poesia persiana dell’anno 1000 a un’anonima canzone dei Kabili d’Africa, dalla poesia libica alla spiritualità di un poeta e mistico pashtun del 1600, che canta l’insensato amore della falena per la fiamma. “Così è se mi pare” (2011), ritorno al pop e a una nuova collaborazione con Maurizio Fabrizio e “Il rovo e la rosa” (2013), una rivisitazione di alcune ballate inglesi della seconda metà del XVI secolo. Nei suoi concerti, suona assieme a musicisti famosi quali Ellade Bandini, Maurizio Fabrizio, Leonardo Pieri, Stefano Olivato o Davide Ragazzoni. L’ultimo riconoscimento ad Angelo Branduardi è datato 2019, quando gli viene conferito il Premio Chiara “le parole della musica”, omaggio alla sua carriera, ma il 26 maggio 2005 aveva ricevuto l’onorificenza di Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana.  

Ballate medievali con melodie inconfondibili, che richiamano alle musiche suonate proprio dai menestrelli, come del resto è stato identificato. E non poteva essere diversamente. Angelo Branduardi ha dunque una collocazione ben precisa nel novero dei cantautori italiani, avendo trasportato nella canzone italiana la sua predilezione per il fiabesco, che prende spunto dal repertorio delle leggende popolari: francesi in primis, ma anche tedesche, inglesi, irlandesi ed ebraiche. Tutto ciò gli ha procurato consensi ma anche critiche: c’è stato infatti chi lo ha accusato di essersi limitato a rimodellare in gran parte motivi “traditional” e lui, a suo tempo, aveva risposto: “In passato ho fatto una valanga di pezzi dove ho scritto che sono dei tradizionali: “Il ciliegio”, “Gli alberi sono alti”, “Ballo in fa diesis minore”, ma questo è successo perché in quel caso avevo trascritto fedelmente la cellula melodica originale. Il molti altri casi, invece, la cellula melodica originale è stata completamente riscritta. Se bastasse questo, allora anche Bach andrebbe accusato di aver firmato cose non sue. E’ una riscrittura, la mia, e soltanto se qualcuno dovesse rifarla uguale alla mia potrei avere qualcosa da opinare”. Comunque sia, Angelo Branduardi può essere considerato a pieno titolo una eccellenza della canzone italiana d’autore.

Giulia Gambacci
© Riproduzione riservata
27/10/2020 09:14:33

Giulia Gambacci

Giulia Gambacci - Studentessa universitaria, si sta laureando presso l’Università degli Studi di Siena in Scienze dell’Educazione e della Formazione. Ama i bambini e stare insieme a loro, contribuendo alla loro formazione ed educazione. Persona curiosa e determinata crede che “se si vuole fare una cosa la si fa, non ci sono persone meno intelligenti di altre, basta trovare ognuno la propria strada”. Nel tempo libero, oltre a viaggiare e fare lunghe camminate in contatto con la natura, ama la musica e “pasticciare” in cucina.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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