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Is perdas fittas, in Sardegna i giganti di pietra che si perdono nei millenni

Percorrendo l’isola si possono trovare segni dei suoi antichi abitanti

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Acque cristalline e panorami da sogno, la Sardegna è un’isola che incanta. Ma a rapire lo sguardo non sono solo le sue atmosfere paradisiache e i resort sul lungo mare: il folklore e il mito si fondono all’inconfondibile odore del mirto e del timo, e nelle pieghe della storia non si scopre solo il territorio, ma tutto il passaggio di un popolo e delle sue credenze. Percorrendo i sentieri che attraversano l’isola, non è raro infatti trovare segni dei suoi antichi abitanti, sotto forma di nuraghi, altari e circoli megalitici. E proprio durante l'età prenuragica vennero disseminati lungo il territorio sardo una serie di menhir e betili, eretti singolarmente o disposti in allineamenti rettilinei o circolari. Oggi queste formazioni monolitiche prendono il nome di “is perdas fittas”le pietre infisse, e costituiscono uno degli innumerevoli misteri archeologici della Sardegna.

Di difficile datazione, essi sono caratterizzati da una forma allungata e ogivale, e gli studiosi ritengono che siano stati al centro di in un culto astronomico del Sole, della Dea Madre e testimonianza del sistema etico-religioso che ha caratterizzato le nuove gerarchie sociali, a sfondo ideologico patriarcale, che hanno preso il sopravvento durante l’Età del Rame. I monoliti rappresenterebbero così le divinità o gli antenati delle popolazioni prenuragiche. Il loro enigmatico fascino sacrale è scolpito anche nei simboli che alcuni di questi blocchi di pietra celano. Molte perdas fittas – le più antiche – sono prive di incisioni, ma nella loro nuda roccia talvolta è possibile ravvisare i tratti distintivi di un volto umano: naso, occhi e sopracciglia. I monoliti più elaborati, inoltre, distinguono tra figure femminili e maschili, attraverso tratti caratteristici come seni e simboli fallici, come il pugnale. Questi menhir antropomorfi sono forse stati un primo tentativo di rappresentare la figura umana completa. E spesso, sotto questi primitivi tratteggi, si può scorgere anche un uomo raffigurato a testa in giù, simboleggiato da un tratto stilizzato, solitamente a “T”. Questo capovolto allude all’antica concezione di un regno dell’aldilà all’inverso, nel quale le anime dei defunti arrivavano mediante “un tuffo a testa in giù”.

Il legame con il regno della vita e della morte è sottolineato anche dal simbolo della porta della Dea Madre – tipica sia dei menhir femminili che delle Domus de Janas – la quale custodisce le spoglie dei mortali, e a cui darà nuova vita. Tra i siti principali delle is perdas fittas, sono degni di nota il complesso archeologico di Pranu Muttedu – che conta ben sessanta megaliti – e Laconi, in provincia di Oristano, sede dell’importante Museo della Statuaria Preistorica Sarda, situato nel Palazzo Aymerich. E più ci si addentra nelle foreste secolari o negli scuri altipiani vulcanici del Planargia e del Meilogu, più capita di imbattersi nei resti di quella che una volta era la civiltà nuragica. Così questi megaliti, insieme ai numerosi nuraghi, alle Domus de Janas e alle tombe dei giganti, costituiscono sull’isola un patrimonio millenario che può contare ben pochi rivali nel mondo. Un mosaico fermo nel tempo che aspetta solo di essere ricomposto.

Notizia e Foto tratte da Tiscali
© Riproduzione riservata
27/11/2020 06:20:51


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