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Maxiprocesso ai No Tav, 32 condanne ma pene dimezzate

La decisione dopo 12 ore di camera di consiglio

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È terminato con 32 condanne, ieri sera a Torino, il maxi processo d'appello ai No Tav. I giudici hanno di fatto quasi dimezzato le pene, ora comprese fra i 2 anni e i sei mesi di reclusione, rispetto alle sentenze precedenti, pronunciando alcune assoluzioni parziali e dichiarando prescritti numerosi episodi.

La sentenza di ieri sera era il cosiddetto appello bis visto che la precedente decisione della Corte d’appello di Torino era stata annullata dalla Cassazione nell’aprile del 2018 che aveva chiesto a una nuova sezione della Corte d’Appello di valutare le attenuanti e di valutare se l’azione dei manifestanti non fosse stata una reazione al lancio di lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine. I giudici torinesi sono rimasti in camera di consiglio oltre 12 ore leggendo la sentenza alle 21.30 dopo essersi riuniti alle 9 di questa mattina. La decisione finale parla di molte attenuanti generiche concesse, revoca della maggior parte dei risarcimenti civili e importanti assoluzioni per prescrizione.

I fatti contestati
Il processo si riferisce a due manifestazioni, il 27 giugno e il 3 luglio del 2011, quando migliaia di persone si radunarono intorno alla Libera Repubblica della Maddalena a Chiomonte per opporsi all’arrivo delle ruspe e delle forze dell’ordine che dovevano prendere il controllo dell’area prima del 30 giugno. Se non fossero partiti i lavori, era la motivazione, l’Italia avrebbe perso parte dei finanziamenti. Il 27 giugno i primi scontri, che si replicano in maniera più dura il 3 luglio quando, al termine di una marcia, alcuni gruppi di distaccano per assediare l’area del cantiere. E’ sicuramente uno dei momenti topici della lotta contro l’Alta Velocità, che dura ormai da oltre un quarto di secolo.

Per quei fatti il 26 gennaio 2021 la Digos arresta 26 persone con le accuse di lesioni, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Ne nasce il primo maxiprocesso contro gli oppositori al treno. Alla sbarra finiscono 53 persone.

Una lunga catena di sentenze
Nel gennaio del 2015 la corte d’assise di Torino condanna 47 dei 53 imputati. La pena più alta è a 4 anni e sei mesi, la somma delle pene supera i 140 anni e vengono disposti risarcimenti alle forze dell’ordine, a vari ministeri e alla società incaricata dei lavori per circa 150mila euro.

Il 17 novembre 2016 la Corte d’Appello di Torino riduce il numero delle condanne (per alcune prescrizioni) e l’entità delle pene. A questo punto i condannati sono 38 dei 53 iniziali e la pena più alta è di 3 anni e 9 mesi.

La svolta però avviene il 27 aprile 2018 quando la Cassazione accoglie il ricorso delle difese. Saltano i risarcimenti alle forze dell’ordine. E’ lo stesso procuratore generale a chiederlo sostenendo che i sindacati non hanno titolarità assoluta altrimenti potrebbero costituirsi parte civile in qualunque processo per resistenza a pubblico ufficiale, anche con un singolo imputato. Per sette persone vengono eliminati alcuni capi di imputazione e si rinvia a un nuovo giudizio per la rideterminazione della pena. Una persona viene assolta per non aver commesso il fatto. Per gli altri la condanna viene annullata. Il processo è da rifare, tutto torna ad altra sezione della Corte d’Appello di Torino.

Il procuratore generale: “L’impianto accusatorio ha retto”

«L'impianto accusatorio che ci trasciniamo fin dal primo grado ha retto perfettamente, certamente pronunciamo una sentenza a dieci anni dai fatto quindi siano stati falcidiati dalle prescrizioni». Queste le prime parole del procuratore generale Francesco Saluzzo che in aula rappresentava la pubblica accusa. Il magistrato ha tenuto a sottolineare che gli imputato sono stati tutti, pur se con varie sfumature, riconosciuti colpevoli dei reati di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. «Questa sentenza fa anche passare il messaggio che questo tipo di manifestazioni e le oro modalità continuano a costituire reato e vengono sanzionate».

Le difese: “Caduto l’impianto accusatorio, era un minestrone”
«Una sentenza fondamentale per ripristinare la correttezza e la laicità di giudizio nelle questioni No Tav – ha dichiarato Gianluca Vitale, uno dei difensori degli imputati -. Le riduzioni di pena sono un effetto non solo della caduta in prescrizione dei fatti, ma delle molteplici assoluzioni parziali nel merito. Questo è fondamentale. La tesi dell'accusa non ha retto. Era un minestrone e sosteneva che tutti gli imputati fossero responsabili di tutto ciò che era successo».

Notizia e foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
22/01/2021 05:34:14


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