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Von der Leyen: “L’eccidio di Fossoli grande colpa del mio Paese”

«La Resistenza italiana ha dato la libertà anche ai tedeschi»

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«Oggi è particolarmente toccante per me essere qui come europea di nazionalità tedesca. È stato un soldato tedesco a ordinare di uccidere i vostri genitori e i vostri nonni. È una colpa profonda nella storia del mio Paese». Così Ursula von der Leyen, presidente Commissione Ue, al Campo di Fossoli, davanti ai parenti dei 67 internati politici trucidati dalle SS 77 anni fa. «La loro resistenza, ha contribuito a salvare l'Italia e tutta l'Europa. Incluso il mio paese, la Germania». A queste parole la platea applaude e si alza in piedi. Nel pubblico anche tanti parenti delle vittime. 

La presidente ha sottolineato anche che «La Resistenza ci ha ridato la libertà, italiani come i tedeschi. So che devo la mia stessa libertà, a persone come i vostri genitori e i vostri nonni. Quindi oggi voglio onorare la memoria di tutti coloro che hanno combattuto per la nostra liberazione. È anche grazie al loro sacrificio che è nata un'Europa finalmente pacifica e democratica. I prigionieri di Fossoli non hanno mai smesso di sognare un futuro migliore. E il nome di questo futuro era Europa». 

Nel suo discorso non manca un’autocritica nei confronti della Ue: «La nostra Unione è lungi dall'essere perfetta. E ogni giorno dobbiamo chiederci se siamo fedeli ai valori fondanti dell’Europa. E dobbiamo agire, qualora non fosse così. Come europei non possiamo accettare che gli ebrei europei non si sentano sicuri nelle loro case e nelle sinagoghe». Gli applausi sono continui. «Non possiamo tollerare il fatto che la stampa libera e le università siano sotto attacco - aggiunge - Non possiamo accettare la discriminazione, contro le persone di colore, le persone LGBTIQ e ogni sorta di discriminazione. Se vogliamo essere fedeli ai valori che hanno ispirato i vostri padri e nonni, gli eroi della Resistenza, allora dobbiamo rendere quei valori anche nel presente».

Con lei David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, che ha evidenziato che: «Gli occhi di Mauthausen, come gli occhi di Srebenica, dei profughi siriani, delle mamme riprese sui gommoni prima di annegare nella corsa verso una felicità che non arriverà mai per la nostra indifferenza. Gli occhi che vediamo nelle fotografie delle vittime e dei prigionieri ogni qualvolta viene a mancare la libertà e il diritto, e tutte le volte che libertà e diritto non si sposano con la giustizia». Un passaggio scandito da applausi. In luoghi come questi riecheggia «la voce muta degli uccisi, degli innocenti, il grido “viva la libertà, viva l'Italia” spezzato dalle fucilate a Cibeno dove vennero assassinati importanti dirigenti della Resistenza. Qui a Fossoli. Mi hanno sempre colpito gli occhi delle vittime, la fissità degli occhi che guardano, ma non vedono. Sì, gli occhi dell'umanità privata di umanità. E, guardate, gli occhi delle vittime sono sempre gli stessi. Sono quelli delle foto nei lager, dei condannati a morte, quelli che ritroviamo sempre, in ogni guerra, in ogni persona violentata, annientata, in tutti coloro che cercano di salvarsi, nelle donne umiliate, nelle colonne di famiglie che scappano, nei bambini smarriti, in coloro che annegano, che si aggrappano alla vita e la perdono».

E ancora: «Il mio pellegrinaggio oggi qui ha un solo motivo. Ricordare che non basta credere di essere al riparo, ribadire che l'orrore che ci travolse nasceva dentro grandi culture democratiche, liberali, progressiste anche, in un tempo di grandi invenzioni tecnologiche, di scoperte, di artisti, letterati e filosofi cosmopoliti e pieni di ingegno, ma tutti, tutti, incapaci di fiutare per tempo il pericolo del fascismo e del nazismo. Erano culture sicure che non fosse possibile un capovolgimento dei valori fondamentali di umanità e civiltà».

Notizia e foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
11/07/2021 13:18:41


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