Opinionisti Giulia Gambacci

I Queen, espressione di un altro rock di grande successo

Eccezionale il periodo con il quartetto trascinato dal carisma di Freddie Mercury

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Hanno fatto di “We are the champions” la loro canzone simbolo. Dal 1977, è una sorta di inno dedicato a chi riesce in imprese sportive in ogni disciplina e a ogni livello. È diventato quasi un rituale: al termine di una finale, o per una promozione conquistata, o anche durante una cerimonia di premiazione, per i vincitori – in particolare quando si tratta di una squadra – scatta subito l’omaggio musicale con le note di questo celebre brano dei Queen, che in effetti stimola l’adrenalina fino a far venire la pelle d’oca. Non dimenticando gli altri che poi ricorderemo. Obiettivo focalizzato, dunque, sui Queen – britannici anche loro - e sul loro stile musicale oscillante fra “hard rock” e “glam rock”, anche se vi sono influenze progressive rock nei primi anni, con struttura della musica pop e talvolta dell’heavy metal, ma anche del gospel, del blues rock, della musica elettronica e del funk. La sperimentazione sonica è stata una componente fondamentale delle loro canzoni, compresi i canti multitraccia, allo scopo di imitare un grande coro attraverso l’artificio delle sovraincisioni. Dal progressive a un genere più “commerciale” a inizio degli anni ’80 e poi nella seconda metà dello stesso periodo il ritorno allo stile hard che caratterizzava le origini del gruppo. La già ricordata “We are the Champions” e “We will rock you” si avvalgono della partecipazione dei fan e alcuni critici hanno poi evidenziato la teatralità musicale e scenica dei Queen. Andiamo allora a illustrare il percorso artistico di questo complesso, capace anch’esso di dominare la scena con circa 300 milioni di dischi venduti in tutto il mondo e con la prima raccolta, “Greatest Hits” del 1981, che con gli oltre sei milioni di copie risulta l’album più venduto in assoluto nel Regno Unito.      

Il 1970 è l’anno di fondazione dei Queen; Londra è la città natale e tutto nasce dall’incontro fra il cantante e pianista Freddie Mercury e il chitarrista Brian May e il batterista Roger Taylor, ai quali si aggiungerà l’anno seguente il bassista John Deacon. Con il passare degli anni, il gruppo ha visto crescere il proprio successo fra il pubblico: nel 2001, la band è stata inclusa nella Rock and Roll Hall of Fame di Cleveland e, nel 2004, nella Uk Music Hall of Fame. Nell’arco di 15 anni, dal 1971 al 1986, hanno tenuto qualcosa come 707 concerti in 26 diverse nazioni con Freddie Mercury animatore numero uno. Considerato uno fra i più carismatici frontman di sempre, era alla testa di un gruppo che trasformava i concerti in spettacoli teatrali. Poi, la morte di Mercury nel 1991 e il ritiro di Deacon nel 1997 limitano la produzione musicale; May e Taylor continuano a suonare assieme, dando vita dal 2005 al 2009 - con Paul Rodgers – al gruppo dei Queen + Paul Rodgers, poi dal 2011 vi sono i Queen + Adam Lambert. Ci sono stati due gruppi che hanno preceduto la nascita dei Queen, con Brian May, Tim Staffell e Roger Taylor, che fondano gli Smile, la cui prima apparizione è datata 26 ottobre 1968, quale apertura di un concerto dei Pink Floyd. Poi, nel maggio del ’69, la firma del contratto con la Mercury Records per la pubblicazione di un singolo e la presentazione al gruppo di Farrokh Bulsara detto “Freddie”, proveniente da un’altra band. L’insuccesso di un singolo negli Stati Uniti è all’origine dell’abbandono da parte di Staffell e allora May e Taylor rimangono con Bulsara, cambiando nome al gruppo, che nell’aprile del 1970 si trasforma nei Queen e in giugno esordisce in pubblico a Truro con il bassista che stavano cercando, nella persona di Mike Grose. Intanto, Bulsara comincia a farsi chiamare “Mercury” e il nome “Queen” – che letteralmente significa regina – viene scelto sia perché è corto e facile da ricordare, sia perché il gruppo deve risultare maestoso e regale, con una immagine “dandy”, ovvero di ostentazione di eleganza e di modi di vestire, caratterizzati da abiti di seta in bianco e nero e da collane, bracciali, anelli e collari. A distanze di breve tempo, però, Mike Grose abbandona e così anche Barry Mitchell, suo sostituto, fino a quando nel ’71 il problema della bassista è risolto con John Deacon, che conosce anche l’elettronica. È lui il quarto elemento del gruppo e i componenti sono ancora impegnati a terminare l’università quando tengono un tour in Cornovaglia per provare alcuni brani e acquisire confidenza con il palcoscenico. Li notano John Anthony, discografico della Mercuri Records e Roy Thomas Baker dell’agenzia Trident Audio Productions, che mette sotto contratto i Queen, intenti a preparare il loro primo album, mentre nel luglio del 1973 esce il primo singolo; “Keep yourself alive”, con recensioni favorevoli da parte della critica. Intanto, nel marzo precedente firmano il primo contratto di incisione con la Emi. La raccolta di esordio, intitolata “Queen”, esce il 13 luglio 1973, contiene la voce di Freddie e gli assoli di May e spazia dall’hard rock al rock progressivo con ballate melodiche, dal glam al fantasy. Dal 13 settembre di quell’anno al 2 febbraio 1974 si consuma il Queen I Tour, concentrato soprattutto in Inghilterra; il 21 febbraio il gruppo suona dal vivo a “Top of the Pops”, brano che sarebbe diventato l’unico singolo del secondo disco, “Seven Seas of Rhye” e che avrebbe riscosso un eccellente successo commerciale. L’8 marzo 1974 esce Queen II, concept album che sviluppa l’idea della contrapposizione fra bene e male, esemplificata da un punto di vista cromatico; il disco ha infatti un lato bianco e un lato nero. Nel lato bianco vi sono ballate e progressioni melodiche come “White Queen (As it began)”, “Someday one day” e “Father to son”, mentre la parte di Mercury ha suoni più duri, caotici e barocchi. E mentre da una parte inizia il secondo tour, dall’altra i dischi cominciano a scalare le classifiche: la seconda compilation diventa disco d’argento con il quinto posto e le 100mila copie vendute. Bene anche il terzo singolo “Killer Queen/Flick of the Wrist”, che raggiunge il secondo posto in classifica e negli Stati Uniti diventa disco d’oro. A novembre del ’74, viene pubblicato il terzo album ufficiale, “Sheer heart attack”, nel quale i differenti stili musicali trovano un loro equilibrio. Risultato: secondo posto nella classifiche del Regno Unito e 12esimo in quelle degli Stati Uniti. Il 1975 è l’anno che segna l’affermazione dei Queen, con l’incisione dell’album di maggior successo: “A night at the opera”, ispirato all’omonimo film dei fratelli Marx e nel quale è contenuto “Bohemian Rhapsody”, brano della lunghezza di circa sei minuti composto da Freddie Mercury e contraddistinto dal primo videoclip della storia, che rimane per nove settimane di fila al primo posto della classifica inglese. A cavallo fra le fine di novembre e l’inizio di dicembre 1975, le quattro serate di tutto esaurito all’Hammersmith Apollo di Londra diventano quelle della consacrazione definitiva dei Queen. L’anno successivo, il 1976, è quello del concerto gratuito ad Hyde Park di Londra, dove sono presenti 176mila spettatori; in quella circostanza, vengono presentati anche brani che andranno nell’album successivo, “A day at the races”, sempre legato a un film dei fratelli Marx. Il disco non venne tuttavia considerato all’altezza del precedente, nonostante l’ottimo livello qualitativo e la presenza di un pezzo divenuto celebre quale “Somebody to love”, che riprende molto del genere gospel. E arriviamo al 1977, anno di nascita del movimento punk: i Queen si adeguano alle tendenze del momento e resistono alla crisi del rock; l’album “News of the world” è il sesto della serie ed è caratterizzato da sonorità più immediate e grezze. Freddie Mercury e Brian May sono gli autori delle due “hit da stadio” eseguite molto spesso in occasione di eventi sportivi: “We are the champions” e “We will rock you”, mentre nel ’78 lanciano “Jazz”, che da una parte costituisce un omaggio all’omonimo stile musicale e dall’altra la traduzione dei termini “chiacchiere, pettegolezzi”. Troppo pomposo e artefatto: questa la critica mossa all’album da una parte della stampa e del pubblico. Fra le canzoni più famose si segnalano “Fat bottomed girls”, un hard rock grezzo che si prende gioco dei luoghi comuni dell’epoca e accompagnato da un video con ragazze nude in bicicletta, poi censurato. Va avanti l’attività concertistica e nel ’79 esce “Live Kellers”, primo album live, ma una nuova svolta stilistica si compie nel 1980 con “The game”,  che rompe con la pomposità glam degli anni ’70 per dare spazio a suoni più asciutti e diretti. E l’altra grande novità è la comparsa dei sintetizzatori, fino a quel momento assenti. In “The game” vi sono alcune fra le canzoni più vendute dei Queen: “Crazy little Thing called love” di Freddie Mercury e “Another one bites the dust” di John Deacon, il pezzo più venduto della band negli Stati Uniti. L’album primeggia sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti e intanto il complesso musicale compone la colonna sonora del film “Flash Gordon”, commissionata dal produttore Dino De Laurentiis, ma la pellicola si rivela un flop; del 1980 è anche “Save me”, dopo il “Crazy Tour”. Per le musiche di “Flash Gordon”, la band ottiene una nomination al premio Bafta per la migliore colonna sonora e alla fine di quell’anno io Queen avevano venduto in tutto il mondo 45 milioni di album e 25 milioni di singoli. A fine ottobre prende il via la parte europea del “The Game Tour” e il 20 marzo 1981, sul palco dello stadio Morumbi di San Paolo, i Queen sono seguiti da oltre 131mila spettatori, record assoluto di paganti per un concerto rock. Nello stesso mese, Roger Taylor pubblica da solista “Fun in space”, primo lp fuori dai Queen di uno dei membri, anche se non si separa dal gruppo. Al termine del tour, nel 1982, i Queen si dedicano alla registrazione dell'album successivo, “Hot Space”. Il disco risente del successo dell'album precedente, The Game e abbandona le sonorità rock per essere influenzato da disco e funk. Sempre attenti all'aspetto commerciale dei loro album e a causa del responso di pubblico non esaltante per “Hot Space”, nel 1983 i Queen sospendono le attività e si dedicano a progetti solisti. A quella data risalgono le prime voci di un loro possibile scioglimento, ma nel 1984 tornano con un nuovo album, The Works, che contiene ben quattro singoli: Radio Ga Ga, scritta da Roger Taylor ed uno dei loro più celebri inni da stadio, resa celebre dal battimano nel video guidato da Freddie Mercury (la canzone fu anche eseguita, dal gruppo durante il Festival di Sanremo, nel febbraio del 1984, in playback per l'unica volta nella loro carriera, e questo causò anche liti interne poco prima dell'esibizione); la ballata It's a Hard Life, brano in parte ispirato all'opera I Pagliacci, e il cui videoclip era uno tra i preferiti di Mercury; Hammer to Fall e I Want to Break Free, canzone diventata un inno di libertà per i popoli sudamericani. Proprio quest'ultima avrebbe fatto nascere altre polemiche sui Queen. Il video che l'accompagna, su idea della ragazza di Roger Taylor, vede i quattro travestiti come le protagoniste di una popolare serie inglese dell'epoca. Giudicato molto divertente dagli inglesi, fu tacciato di cattivo gusto negli Stati Uniti e bandito dalle televisioni. Proprio le scarse vendite, a dispetto del successo dei quattro singoli e la presenza di altri brani sperimentali e di qualità su The Works, furono motivo di altre tensioni nel gruppo. Il 1985 è legato a due eventi: il Rock in Rio del 12 gennaio davanti a 300mila persone e soprattutto Live Aid, il concerto umanitario del 13 luglio a Wembley. Un’esecuzione definita memorabile, fra le migliori di sempre, che restituisce nuova linfa vitale al gruppo, il quale incide il singolo “A Kind of Magic”, che diviene il pezzo del rilancio e scongiura qualsiasi ipotesi di scioglimento del gruppo, che a Wembley tiene un altro concerto fra i più famosi con l’inno inglese in chiusura, mentre a Knebworth si consuma l’ultimo atto di Freddie Mercury con i Queen: è il 9 agosto 1986. Terminato il Magic Tour, la band si prende una pausa che durerà tre anni: tornerà nel 1989 con l’album “The Miracle”, comprensivo del brano omonimo (disco di platino negli Stati Uniti) e di “I want it”. Ma l’assenza di un tour e le poche apparizioni in pubblico di Freddie Mercury cominciano ad alimentare le voci sulle condizioni di salute del cantante; voci che parlano di Aids, dapprima negate dal diretto interessato. Nel contempo, esce l’album “Innuendo”, con la canzone omonima che è una piccola opera rock di sei minuti e con un altro brano indimenticabile, il cui titolo inglese è diventato un modo di dire quando il mondo non è costretto a fermarsi nemmeno davanti alle disgrazie: “The show must go on”. E’ il 23 novembre 1991 quando Freddie Mercury annuncia di avere contratto l’Aids: muore il giorno successivo a soli 45 anni (broncopolmonite generata dall’Aids) e il 20 aprile 1992 Wembley ospita il Freddie Mercury Tribute, in ricordo del cantante e tanti artisti si alternano sul palco assieme ai tre componenti che rimangono dei Queen: fra questi vi sono anche David Bowie, Elton John, George Michael e Liza Minnelli. Un concerto che richiama il mondo intero sul dramma dell’Aids e che solleva una critica pesante dal punto di vista musicale, con il solo David Bowie in grado di reggere il confronto con Freddie Mercury. Le ultime registrazioni inedite di Freddy Mercury sono contenute in “Made in Heaven” (1995): sono le ultime tracce vocali di Mercury prima della sua morte, come “A winter’s tale”, “Too much love will kill you” e “Mother love”. Due anni più tardi, nel 1997, viene pubblicato “Queen Rocks”, compilation che raccoglie le canzoni più “dure” del complesso inglese, fra le quali “Stone cold crazy one vision”, “Hammer to fall” e “I want it” e “No-one but you”, pezzo inedito suonato dai tre membri rimanenti in memoria di Freddie e poi di Lady Diana, morta il 31 agosto di quell’anno. il 1999 è l’anno di “Greatest Hits III”, raccolta che per la critica serve a mantenere alto il nome Queen: vi sono tracce soliste di Freddy Mercury e duetti che spiegano il segno + sulla copertina dell’album accanto al nome Queen, con successi ripresi d Elton John e George Michael. La musica dei Queen ha superato bene anche la forte “botta” dovuta alla morte del suo leader e il loro successo prosegue anche fra le giovani generazioni. Nel giugno del 2002, i due rimasti della band (nel ’97 aveva lasciato il bassista John Deacon perché non immaginava progetti diversi senza Freddie, anche sem non li avrebbe ostacolati) suonano “Radio Ga Ga”, “We will rock you”, “We are the champions” e “Bohemian Rhapsody” al Party at the Palace a Londra, mentre nel 2003 sono ospiti del Pavarotti & Friends ed eseguono “We will rock you”, “Radio Ga Ga”, “Too much love will kill you” (duetto fra Brian May e Luciano Pavarotti e “We are the champions”, cantata da Zucchero. Il tour mondiale negli anni 2005 e 2006 di May e Taylor conferma l’affetto dei sostenitori; al fianco dei due c’è il cantante Paul Rodgers e il tour non a caso prende il nome di Queen + Paul Rodgers per far capire che si tratta di un’aggiunta di circostanza alla band originale, dovuta all’esigenza di avere un cantante, anche se quella di trovarlo non è mai stata un’esigenza, né lo volevano i fans, nonostante il desiderio manifestato da Robbie Williams. La tournee dei Queen + Paul Rodgers farà tappa anche in quattro città italiane (Roma, Milano, Firenze e Pesaro) e riscuote un successo tale da indurre May, Taylor e Rodgers a estendere il tour anche in Giappone e in Nord America. E anche in questo caso sarà un successo. Nel settembre del 2005, esce il doppio cd “Return of the champions”, raccolta delle classic hits presenti nei concerti del tour e nell’agosto dell’anno successivo Brian May annuncia il ritorno dei Queen con la registrazione di un nuovo album di studio, dopo 12 anni di silenzio dal punto di vista discografico. C’è anche Paul Rodgers nella nuova formazione, assieme al quale viene registrato un nuovo disco a inizio 2007, mentre nel marzo del 2008 sono anticipati sia il lancio dell’album “The cosmos rocks” (pubblicato in settembre) che il nuovo tour di 25 tappe, fra le quali quelle italiane di Roma e Milano. E siamo al novembre del 2009, quando esce “Absolute Greatest”, nuova raccolta che raggiunge la terza posizione della classifica britannica, preceduta e seguita da quattro cofanetti (“The singles collection”) contenenti le versioni rimasterizzate dei singoli pubblicati in carriera, mentre nel maggio del 2010 May e Taylor abbandonano la Emi, casa discografica con la quale erano stati per 40 anni, per passare alla Island Records. Una iniziativa nel 2011 per venire incontro alle vittime del terremoto e maremoto del Tohoku, in Giappone. Il 14 marzo 2011, sempre per il 40esimo anniversario della band, vengono pubblicati i primi cinque album dei Queen e Taylor organizza “Queen Extravaganza”, concorso volto a creare una “tribute band” ufficiale dei Queen; in ottobre, i Queen ricevono il Bmi Icon Award come riconoscimento del loro successo airplay negli Stati Uniti e il 6 novembre i Queen ricevono il Global Icon Award, chiudendo la cerimonia di premiazione con l’esecuzione di “The show must go on”, “We will rock you” e “We are the champions”. Il duo May-Taylor ha poi iniziato a collaborare con Adam Lambert e il 30 giugno 2012 i tre eseguono un riuscitissimo concerto di beneficenza a Kiev, in occasione della finale dell’Europeo per nazioni di calcio, mentre il 12 agosto Brian May e Roger Taylor si esibiscono alla cerimonia di chiusura dei Giochi della XXX Olimpiade a Londra, insieme a Jessie J; la performance si è aperta con una rimasterizzazione speciale del video di Freddie Mercury che durante il concerto del 1986 al Wembley Stadium esegue la sua routine di chiamata e risposta. Intanto, il gruppo pubblica tre raccolte contenenti alcuni brani meno noti. Le raccolte prendono il nome di “Deep cuts” ed escono nel 2011. Nel novembre del 2012 è uscito il doppio cd e dvd “Hungarian Rhapsody: livein Budapest”, concerto del “Magic Tour” già pubblicato in vhs nel 1987. E siamo alle ultime tappe: nel settembre del 2014 esce il doppio cd e dvd dal titolo “Live at the rainbow ’74”, registrazione dei concerti del 31 marzo e del 19 e 20 novembre 1974 al Rainbow Theatre di Londra. Il disco “Live” precede di qualche mese l’uscita della raccolta “Queen Forever”, contenenti versioni inedite di canzoni registrate in duetto con Michael Jackson. Nei primi due mesi del 2015, i Queen + Adam Lambert intraprendono un tour europeo (comprendente una data al Forum di Assago a Milano il 10 febbraio) che successivamente sarà ampliato anche al Sud America con la partecipazione al Rock In Rio, poi nel 2016 la band torna dal vivo nei principali festival musicali estivi europei. Questa la storia dei Queen, che consegnano alla storia della musica brani divenuti vere e proprie icone. Venti anni di successi, poi la gravissima perdita di Freddie Mercury, che comunque non intaccherà il mito di questo gruppo. Anche perché pezzi quali “Another one bites the dust”, “Somebody to love”, “The show must go on”, “Radio Ga Ga” e soprattutto “We are the champions” sono già diventati i classici brani senza tempo, quelli che cioè verranno cantati e apprezzati anche fra altri 20-40 anni.   

Giulia Gambacci
© Riproduzione riservata
14/07/2021 09:20:43

Giulia Gambacci

Giulia Gambacci - laureata presso l’Università degli Studi di Siena in Scienze dell’Educazione e della Formazione. Ama i bambini e stare insieme a loro, contribuendo alla loro formazione ed educazione. Persona curiosa e determinata crede che “se si vuole fare una cosa la si fa, non ci sono persone meno intelligenti di altre, basta trovare ognuno la propria strada”. Nel tempo libero, oltre a viaggiare e fare lunghe camminate in contatto con la natura, ama la musica e cucinare.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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