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Strage di Bologna, l'ex moglie smonta l'alibi dell’ex estremista di destra Paolo Bellini

Lo ha riconosciuto in un video girato in stazione

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Svolta processuale sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra, che fece 85 morti e 200 feriti. Nel processo nato dalle nuove indagini della Procura generale, ha deposto Maurizia Bonini, ex moglie di Paolo Bellini, ex estremista di destra di Avanguardia nazionale, uno degli imputati. I magistrati le hanno mostrato un video amatoriale girato alla stazione da un turista straniero poco prima dell’esplosione e acquisito solo nelle recenti indagini. E la donna ha riconosciuto il suo ex marito in una persona che cammina sulla banchina: «Sembra mio marito, è Paolo, è Paolo, perché ha una fossetta qua, ha i capelli più indietro, ma è comunque lui, nella foto del telegiornale lo riconosco ancora meglio. È Paolo, ed è riconoscibile da parte mia nella parte inferiore del video, qui però ha i capelli più indietro». La testimone ha deposto coperta da un paravento, su sua richiesta e dopo che la Corte d’assise ha deciso in tal senso. «Noi diamo parere favorevole alla testimonianza con il paravento - ha detto il procuratore generale - perché è una situazione delicatissima, conosciamo la storia di Bellini e si tratta di cose che riguardano legami familiari, emergono preoccupazioni e la Corte deve assicurare la genuinità della testimonianza». Frase, che ha scatenato una schermaglia con gli avvocati dell’imputato. Bellini, dopo la decisione della Corte, si è alzato e ha detto: «Io esco dall'aula durante l'audizione dei miei familiari, così non si creano problemi, ma i miei legali hanno diritto di vedere la testimone». La testimonianza della donna è rilevante. Bellini si era sempre difeso negando di essere a Bologna il giorno della strage. La testimonianza della ex moglie davanti alla Corte d’assise lo smentisce: «Ha detto una bugia, ha ingannato tutti, non potevo immaginare che fosse lì in quella situazione, e Daniela (la nipote di Paolo Bellini, che era in auto con lui nel tragitto verso Rimini, ndr) c’era, dovete chiedere a lui dove ha messo la bambina, e anche se è arrivato in ritardo, era il 2 agosto».

 

«Ho detto una bugia, chiedo scusa a tutti. Sì, a questo punto, posso dire che all'epoca ho dichiarato il falso», ha spiegato Maurizia Bonini, riferendosi al fatto che quando Bellini fu indagato per la strage, lei confermò il suo alibi dicendo che era arrivato a prenderla a Rimini intorno alle 9-9.30 del mattino, per poi partire insieme a lei, ai due figli piccoli e alla nipote per il Passo del Tonale. Orari, questi, non compatibili con la presenza di Bellini in stazione al momento dell'esplosione della bomba, alle 10.25.

Oggi, invece, Bonini ha detto: «Non ricordo a che ora arrivò mio marito a prendermi a Rimini, mi ricordo però che mia madre tornò tardi in albergo». Come emerso nelle indagini, la madre di Maurizia, nel frattempo deceduta, rientrò a Torre Pedrera, località vicino a Rimini, in ritardo per l'orario di pranzo, tanto che ci fu una discussione con il marito. Questa versione è stata confermata anche dal fratello della Bonini, l'ex cognato di Bellini. «L'orario delle 9.15 - ha spiegato poi Maurizia rispondendo alle domande dei legali di Bellini - me lo disse mio suocero».

La testimone aveva riconosciuto l’ex marito per la prima volta il 12 novembre 2019, in un interrogatorio davanti ai magistrati che indagavano. «Purtroppo è lui», aveva chiosato. Oggi in aula, rispondendo alle domande del sostituto procuratore generale Umberto Palma, Bonini ha spiegato così quella frase: «Non potevo immaginare che fosse lì in quella situazione». Senza contare, aggiunge, che all’epoca Bellini «non aveva ancora fatto la carriera criminale» di cui fu protagonista negli anni successivi. «Ma aveva già ucciso Alceste Campanile (esponente di Lotta Continua, ndr) nel 1975», le ricorda il presidente della Corte, Francesco Caruso, a cui però Bonini replica che nel 1980 non sapeva di quell'omicidio.

Aviere, esperto di esplosivi, killer, ladro, oscura presenza fino alla trattativa Stato-mafia dopo le stragi del 1992, Bellini, 68 anni, reggiano, è il principale imputato del processo bolognese, in cui è considerato «il quinto uomo» della strage insieme agli ex esponenti dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari, organizzazione terroristica d'ispirazione neofascista) Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini (già condannati in via definitiva) e con Gilberto Cavallini (condannato in primo grado).

Secondo la Procura generale, che dopo aver avocato le indagini le ha sviluppate come mai prima, anche grazie al contributo dell’associazione parenti delle vittime, Bellini lavorò alla strage con altre quattro persone ritenute le «menti», tutte decedute e per questo non processabili: Licio Gelli, maestro venerabile della loggia massonica P2, e il suo sodale Umberto Ortolani ritenuti mandati-finanziatori; l'ex capo dell'ufficio Affari riservati del ministero dell'Interno Federico Umberto D'Amato, mandante-organizzatore; Mario Tedeschi, direttore della rivista «Il Borghese» ed ex senatore del Movimento sociale italiano, considerato dagli inquirenti organizzatore per aver coadiuvato D'Amato nella gestione mediatica della strage - preparatoria e successiva - nonché nell'attività di depistaggio delle indagini.

«Mi sento come Sacco e Vanzetti» aveva detto Bellini, lo scorso 16 aprile, prima di entrare nell'aula della Corte d’assise di Bologna nel giorno dell'inizio del processo.

Notizia e foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
21/07/2021 19:40:04


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