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La Bce non cambia rotta: tassi su di 50 punti

“Siamo attenti alle tensioni ma le banche europee sono solide”

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La Banca centrale europea mantiene la barra dritta come previsto e rialza i tassi d’interessi di 50 punti base. Il collasso di Silicon Valley Bank, Signature e le turbolenze intorno a Credit Suisse non incidono sul percorso deciso dalla presidente Christine Lagarde. L’inflazione generale cala, ma quella di fondo continua a essere più persistente delle previsioni. Il fronte del Nord, capitanato da Germania, Paesi Bassi, Austria e Baltici, vince un’altra battaglia. Ma cresce il dissidio dei banchieri centrali che chiedono più gradualità e cautela nelle strette. A maggio, se i dati lo permetteranno, si potrebbe cambiare il ritmo. Il processo di normalizzazione della politica monetaria di Francoforte è ancora lungo. E contro fiammate dei prezzi più durature e vischiose del solito occorre avere pazienza. Se è vero che la situazione complessiva è migliore delle stime di dicembre, specie sul fronte dell’attività economica, è altrettanto vero che la persistenza dell’inflazione è tale da costringere la Bce ad agire ancora con decisione. Nonostante i rischi di instabilità finanziaria presenti nell’eurozona, come rimarcato dai funzionari di Francoforte ai ministri europei dell’Economia martedì scorso, stiano salendo. In particolare, come rivelato da Bloomberg, durante l’Ecofin il vice presidente della Bce Luis de Guindos avrebbe sottolineato che i repentini aumenti dei tassi possono avere implicazioni sui portafogli degli istituti di credito dell’area euro. Ed è per questo che il Consiglio direttivo «segue con attenzione le tensioni in atto sui mercati ed è pronto a intervenire ove necessario per preservare la stabilità dei prezzi e la stabilità finanziaria nell’area dell’euro». Tuttavia, come viene rimarcato, il settore bancario dell’area dell’euro è dotato «di buona capacità di tenuta, con solide posizioni di capitale e liquidità». In ogni caso, viene sottolineato, Francoforte afferma che «dispone di tutti gli strumenti necessari per fornire liquidità a sostegno del sistema finanziario dell’area dell’euro, qualora ve ne sia l’esigenza, e per preservare l’ordinata trasmissione della politica monetaria». Il problema di fondo, spiega la Bce, è che «l’inflazione dovrebbe rimanere troppo elevata per un periodo di tempo troppo prolungato», come spiega la prima frase del comunicato. Pertanto, viene spiegato, «il Consiglio direttivo ha deciso oggi di innalzare di 50 punti base i tre tassi di interesse di riferimento della Bce, in linea con la sua determinazione ad assicurare il ritorno tempestivo dell’inflazione all’obiettivo del 2% a medio termine». L’elevato livello di incertezza accresce «l’importanza di un approccio fondato sui dati per le decisioni del Consiglio direttivo sui tassi di riferimento, che saranno determinate dalle sue valutazioni sulle prospettive di inflazione alla luce dei nuovi dati economici e finanziari, dalla dinamica dell’inflazione di fondo e dall’intensità di trasmissione della politica monetaria».

A preoccupare sono le nuove stime sui prezzi, completate agli inizi di marzo, ovvero prima delle recenti tensioni sui mercati finanziari. «Tali tensioni comportano pertanto ulteriore incertezza riguardo alle valutazioni dello scenario di base per l’inflazione e la crescita», spiega la Bce. Le indicazioni vedono l’inflazione generale collocarsi in media al 5,3% nel 2023, al 2,9% nel 2024 e al 2,1% nel 2025. Allo stesso tempo, però, «le pressioni di fondo sui prezzi restano intense. L’inflazione al netto dei beni energetici e alimentari ha continuato ad aumentare a febbraio» e ci si attende «una media del 4,6% nel 2023, livello più elevato di quello anticipato nelle proiezioni di dicembre». In seguito, si fa notare, «dovrebbe ridursi al 2,5% nel 2024 e al 2,2% nel 2025, via via che le spinte al rialzo derivanti dai passati shock dell’offerta e dalla riapertura delle attività economiche verranno meno e che la politica monetaria più restrittiva frenerà in misura crescente la domanda». Uno scenario che ha permesso al Consiglio direttivo di tenere la barra dritta anche per marzo.

In altre parole, i rincari sono più importanti delle fibrillazioni delle banche dell’area euro, che sono meglio vigilate rispetto alle controparti statunitensi. La giustificazione del rialzo dei tassi di marzo è stata giustificata da un contesto economico in cui la robustezza dell’attività economica è significativa. Non a caso, come spiega Francoforte, «le proiezioni per la crescita nel 2023 sono state corrette al rialzo nello scenario di base, collocandosi in media all’1,0% per effetto sia del calo delle quotazioni energetiche sia della maggiore tenuta dell’economia al difficile contesto internazionale». Gli esperti della Bce si attendono poi che “la crescita aumenti ancora all’1,6% sia nel 2024 sia nel 2025, sostenuta dal vigore del mercato del lavoro, dal miglioramento del clima di fiducia e dalla ripresa dei redditi reali”. Quelle per il prossimo anno e per il 2025, tuttavia, sono stime inferiori rispetto a quelle di dicembre.

Finito il primo trimestre del 2023, inizierà la discussione su cosa fare per il secondo e per il resto dell’anno. Rallentare è una opzione. Non a caso, non è stata fornita alcuna indicazione per i prossimi rialzi. Il fronte del Nord continuerà a spingere per strette più poderose, citando il singolo mandato della Bce, ovvero la preservazione della stabilità dei prezzi. Ma se emergessero ulteriori vulnerabilità fra gli istituti di credito dell’eurozona, allora il versante dei banchieri centrali più prudenti potrebbe prendere il sopravvento.

Notizia e foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
16/03/2023 20:05:21


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