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L’era delle case “green”, come le tasche degli italiani

L’ennesima direttiva europea che ci penalizza,

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Migliaia e migliaia di euro da spendere per gli interventi da eseguire su una parte peraltro di ristretta di edifici, visto l’ingente patrimonio immobiliare storico e religioso del nostro Paese. L’ennesima direttiva europea che ci penalizza, sbandierando una riduzione nell’emissione del gas serra della quale però non ci si preoccupa in altre parti del mondo  

Il Parlamento Europeo approva la direttiva Ue sulle cosiddette “case green” e sull’Italia arriva un’altra mazzata fra capo e collo, dopo quella che renderà obbligatorie le auto elettriche. Insomma, l’Europa continua a far cadere dall’alto le leggi restrittive senza tener conto del fatto che fra l’Italia e i Paesi nordici vi è un abisso. E il bello – si fa per dire – è che a rimetterci siamo sempre noi: se esce una direttiva, c’è da temere perché risulta sempre penalizzante. E non basta: abbiamo la gastronomia più prelibata del mondo, ma si divertono ugualmente a mettere in dubbio i nostri prodotti e a inscenare tentativi di imitazione alquanto ridicoli. Come se insomma il motto fosse questo: se l’Italia non è posto, tartassiamola e se invece è al top, cerchiamo di trovare qualcosa che possa infangarne il prestigio. Prendendo come spunto le “case green”, è bene dapprima fare corretta informazione su tutto ciò che ci attende di qui al 2030: sembra che manchi tanto, ma il tempo corre veloce, per cui alla fine ne rimane davvero poco. Ogni legge, decreto o direttiva che sia, è dettata da un preciso spirito: in questo caso è il miglioramento delle performance energetiche degli edifici, quindi una maggiore efficienza dal punto di vista energetico, agendo in modo prioritario sul 15% degli immobili collocati nella classe energetica G, ovvero la più bassa. In altre parole, circa un milione e 800mila edifici residenziali su un totale di 12 milioni (così in base ai dati Istat) presenti in Italia. Con il provvedimento “casa green”, l’Unione Europea vuole ridurre del 55% le emissioni nocive entro il 2030, in rapporto ai livelli del 1990 e raggiungere le emissioni zero entro il 2050. Le manovre previste nel testo sono una sorta di step: nuovi edifici a zero emissioni dal 2028 e quelli esistenti dovranno raggiungere la classe energetica E entro il 1° gennaio 2030 e la D entro il 2033. Anche per ciò che concerne il riscaldamento, divieto di utilizzo di combustibili fossili entro il 2035 e abolizione dei sussidi per l’installazione di boiler a combustibili fossili entro il 2024. Tutto questo perché gli edifici, in base a un sondaggio, sono il settore più energivoro in Europa: consumano il 40% dell’energia e generano il 36% delle emissioni di gas a effetto serra. Inoltre, gli immobili meno efficienti consumano dieci volte più energia di quelli nuovi o ristrutturati. Per ridurre i consumi, sono previsti interventi quali pannelli solari, nuove caldaie, sostituzione di infissi e cappotto termico; provvedimenti che però non riguardano edifici storici, case vacanza ed edifici di culto. Pertanto, non sarebbero soggetti alla direttiva europea gli immobili sottoposti a tutela (compresi quelli catalogati come monumenti), gli edifici collocati in zone vincolate e protette, quelli che si trovano in zone vincolate e protette, quelli utilizzati per meno di quattro mesi all’anno o con un consumo energetico previsto che sia inferiore al 25% di quello che sarebbe necessario tutto l’anno e poi gli edifici di culto e le strutture temporanee, vedi uffici di cantiere e stabilimenti balneari. Come molti di voi già saprete, un immobile privo di adeguamento non potrà essere un domani venduto, né affittato, altrimenti scatterebbero subito le sanzioni. Alla luce di questo, senza gli interventi di adeguamento anche il valore dello stesso immobile è destinato inevitabilmente a scendere. Ogni singolo Stato membro dell’Unione dovrà definire non solo le eventuali esenzioni, ma anche misure e incentivi per il raggiungimento dei target stabiliti. Il margine di applicazione è ampio: gli Stati membri potranno adeguare gli obiettivi in base all’effettiva disponibilità di manodopera qualificata e alla fattibilità tecnica ed economica dei lavori di ristrutturazione. Ogni Paese dovrà redigere un proprio piano nazionale, con misure che facilitino l’accesso ai finanziamenti, un sistema di premi e vantaggi per le ristrutturazioni significative e sovvenzioni per le famiglie più in difficoltà. Orbene, tutto quanto appena spiegato ha fatto esultare gli ambientalisti per una vittoria dalle dimensioni pur sempre contenute. Perché? In base a una stima dell’Ance, l’associazione che riunisce i costruttori edili, ben 9 milioni di immobili sui 12 residenziali censiti in Italia non sarebbero idonei per il rispetto delle performance energetiche richieste. E circa il 75% delle case presenti nei Comuni italiani sarebbe stato costruito prima della legge n. 10/1991, che regola i consumi dell’energia negli edifici pubblici e privati: quest’ultima stima è stata fatta dall’Enea, l’agenzia per l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, che aggiunge un’altra interessante variabile statistica, secondo la quale il 74% delle abitazioni italiane – ossia 11 milioni – apparterrebbe a classi energetiche inferiori alla D. Per essere ancora più precisi, il 34% rientra nella categoria G, il 23,8% nella F e il 15,9% nella E. Risultato finale: stando alla direttiva sulle “case green”, in Italia vi sarebbero due milioni di immobili da ristrutturare entro il 2033, perché non rientranti nelle regole. Spero allora, con il corredo dei dati, di aver fornito una spiegazione sintetica e accessibile, ma soprattutto esauriente. Non mi sono dimenticato – e lo faccio ora – il particolare più importante, quello che poi interessa in primis: tradotto in soldi (per meglio dire, in soldoni!), questo “giochino” comporta una spesa che va dai 35mila ai 60mila euro. Non male, specie in un periodo nel quale si tenta di rialzare la testa dopo le bastonate del caro bollette e dell’inflazione, che ci hanno letteralmente “eroso” le tasche nel corso del 2022. Chi ha un solo appartamento nel quale risiede, potrebbe lasciar perdere, anche perché non può avere interesse a venderlo o ad affittarlo. E poi, tutta questa operazione per che cosa? C’è a mio avviso un errore di concetto, nel senso che non si è creato il vestito su misura per ogni nazione. L’Europa ragiona in una chiave di uniformità legislativa e regolamentare, non tenendo conto delle singole situazioni e del fatto che fra nord e sud del continente vi sono differenze scontate per più motivi: la direttiva “case green” diventa per esempio facile per un Paese come la Germania, che da anni va avanti con efficientamento e “case green” e che ha l’80% del proprio patrimonio immobiliare a posto; al contrario, l’Italia è il luogo che più di ogni altro vanta un patrimonio edilizio storico e di culto superiore a quello di qualsiasi altro Paese. Ma la specificità territoriale dell’Italia è emersa anche per altre questioni: prendete per esempio l’obbligatorietà dei fari accesi sulle auto anche di giorno (tolta almeno per la circolazione nei centri urbani) e la proposta dell’ora legale permanente. È chiaro che nei Paesi nordici, dove la luce naturale ha una durata inferiore nell’arco della giornata, abbia senso l’applicazione di norme del genere, mentre in Italia lo abbia di meno, perché ha un’ampiezza di luce maggiore. Il problema è che quando una direttiva potrebbe risultare meno vantaggiosa per altri Stati, questi ultimi si affrettano subito per chiedere una deroga. E allora? O si deroga o non si deroga, ma deve valere per tutti. In questo caso, gli ambientalisti non hanno tenuto minimamente conto della situazione economica della maggioranza degli italiani, per cui non sarebbe il caso di chiedere una mano all’Europa? Della serie: perché non mette un contributo del 50% per questi investimenti? Tanto più che – non solo io sono di questo avviso – mi sembra che ogni volta l’Europa faccia gli interessi di tutti, meno che di noi italiani. Non è un luogo comune, né un attacco di vittimismo da parte mia; gli esempi non mancano: abbiamo visto di recente la nostra presa di posizione sui veicoli elettrici, che ci ha costretto ad alzare la voce, come temo che dovremo fare anche in futuro per altre questioni. Il ritornello è sempre lo stesso: se possono metterci i bastoni fra le ruote, lo fanno volentieri. Prendiamo l’esempio degli agrumi, di qualità eccezionale rispetto a quelli degli altri Paesi che stanno alla nostra latitudine, ma siamo costretti a importare merce di qualità più bassa. È persino vergognoso, poi, quanto fatto per tentare di screditare i nostri vini di qualità (a qualcuno sta per caso “rodendo” che l’Italia cominci a sopravanzare altre nazioni nella produzione enologica?), per mettere in dubbio un nostro prestigio gastronomico che ci rende leader mondiale e per creare prodotti di concorrenza come il famigerato “parmesan”, solo un surrogato del ben più quotato parmigiano, sul quale il Financial Times ha sparato forte, arrivando a sostenere che quello vero si fa in Wisconsin e proprio alla vigilia – guarda caso – della candidatura della cucina italiana a patrimonio immateriale dell’umanità. Ditemi come si fa a non pensare male. Ma d’altronde, il “parmesan” viene spacciato come parmigiano a un prezzo inferiore e quindi la politica della cucina più “commerciale” non può giocare in nostro favore. Piuttosto – e mi avvio alla conclusione evidenziando un’altra incongruenza di fondo – è inutile che l’Europa corra ai ripari con tutte le precauzioni sull’emissione dei gas serra se poi anche le altre potenze dl globo non fanno altrettanto: mi riferisco a Cina, India e anche America, le quali agiscono senza troppi scrupoli, sapendo che difficilmente qualcuno si azzarderà a toccarle. L’aria che respiriamo non è chiusa in una scatola, né si ferma al confine di continente o di Stato, quindi sarebbe assurdo pensare che gli effetti delle emissioni non facciano il giro del mondo. A cosa servirebbe quindi una sola politica restrittiva dell’Europa? Riflettiamo perciò anche su questo aspetto.                     

Davide Gambacci
© Riproduzione riservata
27/04/2023 19:17:08

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Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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