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Famiglia di Umbertide avrebbe sottratto al fisco 6,2 milioni con l’emissione di false fatturazioni

Commercializzati 35 milioni di dispositivi di protezione salvavita non a norma

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I Nas di Perugia insieme all’Ufficio Antifrode Umbria dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, hanno proceduto all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare per tre fratelli, portati in carcere a Capanne, mentre i genitori sono ai domiciliari nella loro casa di Umbertide. Il provvedimento ha previsto anche il sequestro preventivo di beni per circa 6,7 milioni di euro. Le indagini, condotte in sinergia tra carabinieri e Agenzia delle Dogane, hanno ricostruito una struttura attiva già dal 2020 nel commercio di dispositivi di protezione individuale destinati soprattutto al lavoro nei cantieri. Attraverso documentazione doganale, verifiche fiscali, pedinamenti e attività tecnica, gli investigatori sono arrivati a contestare al gruppo di avere costituito e gestito una rete di 15 imprese, in Italia e all’estero, prive di reale autonomia operativa.  Avrebbero pure sottratto al fisco 6, 2 milioni con l’emissione di false fatturazioni

Le società- secondo l’accusa - governate in modo unitario, condividevano dipendenti, conti correnti e parchi auto aziendali come un unico patrimonio indistinto, per massimizzare i profitti illeciti e svuotare i contenitori societari gravati da debiti verso l’Erario. L’ordinanza di custodia in carcere ha riguardato, oltre ai tre fratelli, il promotore del sodalizio, il padre, ritenuto la mente dell’organizzazione, e la madre che si sarebbe occupata della contabilità e sarebbe stata utilizzata come prestanome o amministratrice di società create per schermare le attività illecite. Al centro dell’inchiesta l’importazione da Indonesia e Cina e l’immissione sul mercato di dispositivi di protezione individuale non conformi agli standard europei, come tute protettive, guanti da lavoro e scarpe antinfortunistiche, molti classificati in Categoria III, ovvero dispositivi salvavita pensati per proteggere i lavoratori da rischi di morte o lesioni gravissime e irreversibili.

Secondo l’accusa, l’organizzazione presentava alle autorità doganali italiane ed europee, tra cui alcuni porti sull’Adriatico, certificazioni di conformità non autentiche - contraffatte o scadute - “come confermato - sta scritto nella nota ufficiale della procura - dagli organismi certificatori”. Sul fronte fiscale, gli inquirenti ipotizzano una frode Iva basata sull’indebito ricorso a regimi doganali speciali con sospensione d’imposta, sostenuta da dichiarazioni annuali non veritiere e dall’emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per oltre 6,2 milioni di euro, con i proventi reimpiegati in attività economiche e patrimoniali.

I cinque indagati devono rispondere, a vario titolo, di associazione a delinquere, frode in commercio e vendita di prodotti con segni mendaci, falso in atto pubblico, autoriciclaggio, dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Il sequestro, disposto fino a 6,7 milioni di euro, ha riguardato conti correnti societari, disponibilità finanziarie personali, 21 unità immobiliari, 2 capannoni industriali e l’intero quantitativo di merce in magazzino o in transito doganale. L’avvocato Angelo Frioni che li difende propone una lettura completamente diversa: “Non hanno fatto nulla di male. Nessuna frode, nessuna falsificazione, hanno agito in maniera corretta e lo dimostreremo”. Stamattina si inizia con i primi tre interrogatori di garanzia dei fratelli in cella.

Notizia tratta dal corrieredellumbria.it
© Riproduzione riservata
07/08/2026 08:16:55


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