Opinionisti Claudio Cherubini

Le nobili tradizioni del vino altotiberino

Breve storia del vino in Valtiberina dalle origini al XIX secolo

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L’allevamento della vite dall’antichità ha caratterizzato il paesaggio agrario dell’alta valle del Tevere e fino alla metà del Novecento il vino, dopo il grano, è stato il principale alimento a essere commercializzato fra gli abitanti della Valtiberina.

Il ‘solito’ Plinio il Giovane, nel 99 d. C., attestò che il Tevere trasportava a Roma non solo legname, ma anche tutti i frutti della terra e fra questi in prevalenza cereali e vino. Infatti ormai da due o tre secoli il vino era entrato a far parte della dieta romana e mediterranea e la sua diffusione aumentò nell’epoca della Roma imperiale. Non sembra che dall’alta Val Tiberina giungessero a Roma vini di qualità, anche se il loro commercio s’incrementò dopo il I secolo d. C. Tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d. C., i vini trasportati dal Tevere (e quindi non solo quelli altotiberini, ma anche quelli del resto dell’Umbria e di altre zone limitrofe) coprivano un 25% del commercio nella stessa Roma, fetta di mercato “che sembra costituita da gruppi sociali con scarso potere d’acquisto”. Il vino dell’altotevere era rosso e veniva prodotto nelle proprietà di Plinio il Giovane che lo commercializzava dalla sua villa “in Tuscis”. Quindi veniva trasportato a Roma in piccole anfore con capacità di 15-20 litri, “con pareti molto sottili (probabilmente protette da involti vegetali) con fondo piatto, adatte alla navigazione fluviale”. Questi contenitori avevano “strettissimi e lunghi colli, e piccoli orli, probabilmente per ridurre la superficie di contatto con l’aria e, conseguentemente, eludere la possibilità che i vini divenissero agri” (Cfr. J. Molina Vidal e J. C. Màrquez Villora).

Nonostante gli sconvolgimenti che avvennero in seguito alla caduta dell’impero romano, ancora nel medioevo la produzione agricola di tutta la valle era caratterizzata da quella tradizionale del grano e della vite, senza dimenticare che nel basso medioevo a condizionare l’economia agricola era la coltura del guado. Per tutta l’età moderna, quando progressivamente la sostanza tintoria ricavata dal guado perse importanza, invece il frumento restò ancora la coltura principale e insieme alla vite caratterizzava il paesaggio agrario della valle. Le due colture avvenivano contemporaneamente in quella che oggi viene detta coltivazione promiscua. Infatti la vite non cresceva in vigneti (come siamo oggi abituati a vedere), bensì ai lati dei campi ed era sostenuta da tutori vivi, cioè da alberi a cui la vite con i suoi tralci si aggrappava. Nonostante ciò il vino per tutti questi secoli fu fra gli alimenti di maggior commercio, come prova anche il fatto che anch’esso non era esente da dazi e gabelle (Cfr. A. Fanfani, T. Fanfani, G. Pinto).

In continuità con il passato, anche nel XIX secolo la vite era diffusa, tranne che nelle aree più montuose, su tutta l’alta valle del Tevere e così Attilio Zuccagni Orlandini commentava la qualità dei vini locali: “Di ottimo gusto e di molto spirito è il vino nero di P.S. Stefano, di Val di Sovara e di diverse altre colline; di buona e grata qualità riesce pure il vino bianco quando non venga alterato con mosto cotto; dovrebbe anzi preferirsi per usual bevanda a moltissimi altri di Toscana, perché leggero, sufficientemente spiritoso, depuratissimo, se potesse vincersi il pregiudizio di bevere vini governati, d’artificial colore, e spesso in più dannosi modi alterati”. Mentre il vescovo Marcacci di Sansepolcro ci indica quale fosse, a suo giudizio, il vino migliore: “Fra i vini il più rinomato è quello, che formasi dall’uva nera detta canaiola, cui quando sia fatto dagli intendenti, non puossi alcun difetto attribuire, fuori di quello, ch’ei non regge a lunghi viaggi, e molto meno alla navigazione, parendo che la natura lo faccia nascere per esser bevuto e gustato nel proprio clima, dove nasce e si manipola con qualche sorte d’industria”. Tuttavia, nonostante questa presunta buona qualità del vino, si può ben supporre che ancora mancassero vigne quasi ovunque, mentre anche nella Valtiberina granducale come nel resto della Toscana rimaneva fiorente il mercato del vino. Ma in questo angolo periferico del Granducato, nella prima metà dell’Ottocento, vigeva un uso agrario praticato oltre che qui anche in Arezzo ed in parte della Val di Chiana, ma “sconosciuto per il restante di Toscana”, come ci conferma Lapo De’ Ricci nel 1830 in un articolo  pubblicato sul “Giornale Agrario Toscano”. Quest’uso consisteva nel vendere l’uva raccolta sui mercati, anziché trasformarla in vino e poi vendere questo. L’uva che non veniva portata al mercato, invece era solamente quella dalla quale si sarebbe ottenuto il vino per il consumo della famiglia. Lapo De’ Ricci, con varie argomentazioni, sostenne come fosse stata più vantaggiosa economicamente la vendita dell’uva al mercato, senza che essa venisse trasformata in vino, ma sulla stessa rivista ci fu chi mise in discussione le sue tesi.

Claudio Cherubini
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19/11/2018 15:03:58

Claudio Cherubini

Imprenditore e storico locale dell’economia del XIX e XX secolo. Collabora con vari periodici locali dal 1978. Ha pubblicato oltre trenta saggi storici su «Pagine Altotiberine», quadrimestrale dell'Associazione storica dell'Alta Valle del Tevere; altri articoli e saggi sono stati pubblicati in opere collettive e su altre riviste scientifiche. Ha tenuto diverse conferenze su temi di storia locale. Ha finora pubblicato due libri: nel 2003 "Terra d’imprenditori" e nel 2016 "Una storia in disparte. Il lavoro delle donne e la prima industrializzazione a Sansepolcro e in Valtiberina toscana (1861-1940)". Nel 2017 ha curato la mostra e il catalogo "190 anni di Buitoni. 1827-2017" e ha organizzato un ciclo di conferenze sulla storia del pastificio di Sansepolcro con i più autorevoli studiosi universitari della Buitoni.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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