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Economia circolare? Si’ grazie, ma anche a fatti e non solo a parole

Il concetto si applica soprattutto ai rifiuti e alla capacità di saperli riciclare e riutilizzare

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C’è un detto celebre e non soltanto nel locale: “Del maiale non si butta via niente”. In effetti, è un animale a… spreco zero: oltre alla carne, utilizzata per più lavorazioni e prodotti, si prendono anche pelle, setole e orecchie. L’economia circolare, sulla quale mi voglio soffermare in queste pagine, è ovviamente un’altra cosa, ma parte dallo stesso identico principio: non buttar via niente. Il concetto si applica soprattutto ai rifiuti e alla capacità di saperli riciclare e quindi di riutilizzarli. L’economia è detta pertanto “circolare”, poiché vi è un percorso che riporta un prodotto verso il suo recupero; una sorta di autorigenerazione del sistema. Il significato letterale del termine indica un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. Così facendo, il ciclo di vita dei prodotti viene esteso e i rifiuti sono ridotti al minimo; non appena il prodotto ha terminato la sua funzione, i materiali vengono reintrodotti nel ciclo economico per essere continuamente riutilizzati e generare ulteriore valore. La Ellen MacArthur Foundation sostiene come in un'economia circolare i flussi di materiali siano di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera. L’economia circolare si pone in contrasto con la più tradizionale economia lineare, che si basa su estrazione, produzione, distribuzione, consumo e smaltimento. Il modello economico tradizionale dipende dalla disponibilità di grandi quantità di materiali ed energia facilmente reperibili e a basso prezzo. Il Parlamento europeo ha chiesto l’adozione di misure anche contro l’obsolescenza programmata dei prodotti, che rientra nel modello economico lineare.   

Prendiamo l’esempio dell’Unione Europea, nella quale si producono ogni anno più di due miliardi e mezzo di tonnellate di rifiuti. Per questo motivo, c’è l’intenzione di aggiornare la legislazione sulla gestione dei rifiuti al fine di promuovere la transizione verso una economia circolare. Nel marzo del 2020, la Commissione ha presentato il piano di azione per una nuova economia circolare che privilegi prodotti più sostenibili, riduca i rifiuti e dia più potere ai cittadini, come ad esempio di diritto alla riparazione. Tanti i settori oggetto di attenzione per l’alta intensità di risorse: elettronica, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, plastiche, tessile e costruzioni. Lo scorso febbraio, il Parlamento europeo ha votato per il nuovo piano d’azione per l’economia circolare, chiedendo misure aggiuntive per raggiungere un’economia a zero emissioni di carbonio, sostenibile dal punto di vista ambientale, libera dalle sostanze tossiche e completamente circolare entro il 2050. La situazione è presto definita: è salita la domanda di materie prime che si combina con la scarsità delle risorse, ma molte materie prime e le risorse sono limitate, a fronte dell’aumento della popolazione mondiale. Cresce quindi la richiesta di risorse e la necessità delle materie prime non fa altro che creare la dipendenza verso altri Paesi: alcuni Stati dell’Unione Europea finiscono con il dipendere da altri per la fornitura. In secondo luogo, non bisogna dimenticare l’impatto esercitato sul clima: l’estrazione e l’utilizzo delle materie prime producono un grande impatto sull’ambiente e aumentano il consumo di energia e le emissioni di anidride carbonica, che possono essere attenuate con un uso più ragionato delle materie prime.

La produzione dei materiali utilizzati ogni giorno è causa del 45% delle emissioni di Co2 e la transizione verso una economia circolare può produrre diversi vantaggi: meno pressione sull’ambiente, una diminuzione dei materiali di scarto, più sicurezza sulla disponibilità di materie prime, più competitività, un maggior stimolo verso l’innovazione e la crescita economica e – questione tutt’altro che secondaria – un incremento nell’occupazione. Nell’Unione Europea si parla persino di 700mila nuovi posti di lavoro entro il 2030, il che non mi sembra di secondaria importanza. Cosa si deve fare per incentivare l’economia circolare? Ridurre la quantità di rifiuti da gestire, attraverso sia misure di prevenzione da mettere in atto già nella fase di progettazione dei beni, sia anche un’attenta selezione degli scarti di lavorazione qualificati come sottoprodotti; diffondere – tramite il riciclaggio e le operazioni di recupero – i procedimenti e i trattamenti volti alla cessazione della qualifica di rifiuto. Diverse sono le correnti di pensiero alle quali si può far ricondurre il concetto di economia circolare; più complicato stabilire la data e l’autore dal quale ha avuto origine l’idea. Le applicazioni pratiche risalgono agli anni ’70, quando si comincia ad avere una visione di economia circolare, del suo impatto sulla creazione di posti di lavoro, del risparmio di risorse e di riduzione dei rifiuti. I maggiori obiettivi sono l’estensione della vita dei prodotti, la produzione di beni di lunga durata, le attività di ricondizionamento e la riduzione della produzione di rifiuti. Si rimarca inoltre sull’importanza di vendere servizi invece che prodotti. La base scientifica assume che i sistemi economici debbano funzionare come organismi in cui le sostanze nutrienti sono elaborate e utilizzate per poi essere reimmesse nel ciclo biologico e tecnico. Di qui le definizioni di “ciclo chiuso” o “rigenerativo”. L’economia lineare si basa invece su una logica secondo la quale i prodotti hanno un inizio e una fine; diventando rifiuti, finiscono nella spazzatura e inoltre i processi di estrazione e smaltimento hanno un forte impatto sull’ambiente e sul clima. L’economia circolare si basa su cinque fondamenti; sostenibilità ambientale delle risorse, attraverso l’utilizzo di materie prime riciclabili o biodegradabili; una nuova visione del concetto di proprietà, ovvero offrire un prodotto come servizio, per cui l’azienda rimane detentrice del bene e lo offre al cliente sotto forma di servizio; estensione del ciclo di vita, con progettazione di prodotti per fare in modo che possano durare più a lungo possibile ed essere riutilizzati; recupero e il riciclo, per fare in modo che gli scarti possano essere recuperati e impiegati in altri prodotti; condivisione, attraverso la quale creare piattaforme nelle quali gli utenti possano collocare i prodotti in modo da poterli riutilizzare.    

Gli esempi di economia circolare possono essere diversi. Ne elenco alcuni: la produzione di tessuti con gli scarti di lavorazione delle arance; la realizzazione di una centrale a biogas, partendo dai residui di produzione agroalimentare; il riciclo degli pneumatici fuori uso attraverso l’utilizzo delle microonde; il riuso nel quale le materie prime provengono dalla riconsegna di mobili o vestiti usati e infine il riciclo della plastica per la realizzazione di nuovi materiali. Quali sono i principi più importanti? Il primo è che i rifiuti sono nutrimento, nel senso che non esistono. I nutrienti biologici sono atossici e possono essere compostati; i nutrienti tecnici (polimeri, leghe e altri materiali artificiali) sono progettati per essere di nuovo utilizzati con un minimo spreco di energia. Il secondo principio è quello in base al quale la diversità è forza; modularità, versatilità e adattabilità sono da privilegiare in un mondo in veloce evoluzione. Terzo principio: fine dello spreco d’uso del prodotto. Gran parte della materia trasformata in oggetti giace inutilizzata per la maggior parte della sua vita. L’economia circolare guarda ai processi di condivisione di prodotti e oggetti: un’auto giace inutilizzata per circa il 90% del suo tempo contro il 60% di un’auto del “car sharing”. Il concetto di economia circolare è stato espresso come la circolazione del denaro verso beni, servizi, diritti di accesso e documenti importanti; una situazione illustrata nei molti schemi aventi per oggetto il denaro e la circolazione dei beni associati con il nostro sistema sociale.

Mi sono ovviamente documentato su internet e ho riportato le parti che ritenevo salienti per far capire meglio il concetto. Le risorse rischiano di scarseggiare sempre più e quindi anche di costare più; gli sprechi debbono essere limitati al minimo perché – specie quelli alimentari – non hanno una spiegazione nemmeno dal punto di vista etico. Sappiamo benissimo che i rifiuti sono il fulcro dell’economia circolare: gli sforzi compiuti dai Comuni per aumentare la raccolta differenziata sono lo step decisivo per educare la popolazione, che nel momento in cui codifica il contenitore per ogni tipologia di rifiuto ha già svolto alla grande il suo dovere, poi però c’è il resto. Fino a questo momento, l’economia circolare resta un punto di arrivo, perché le tante belle chiacchiere non hanno trovato un corrispettivo nei fatti. Non dimentichiamo il business legato ai rifiuti, che sotto questo profilo sono divenuti più preziosi dell’oro e dell’acqua, per cui da una parte si invita a selezionare il più possibile per poi riciclare, dall’altra si frena perché altrimenti l’attività degli inceneritori non diventa più conveniente. Niente di nuovo sotto il sole: l’economia circolare sarebbe una bella idea, ma il problema è che poi per qualcuno non “circola” più, oppure circola a marce ridotte. È questo il vero ostacolo da superare.    

Domenico Gambacci
© Riproduzione riservata
29/10/2021 10:32:56

Punti di Vista

Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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