Opinionisti Punti di Vista

In che modo la pandemia ha cambiato il nostro modo di vivere e di rapportarci?

E la nuova normalità sarà uguale a quella di prima, oppure un tantino vincolata?

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Il 2021 ci lascia ma il Covid-19 non ci ha ancora abbandonato. Siamo alle soglie dei due anni, che cadranno ufficialmente i primi di marzo, anche se la convinzione radicata (non solo in me) è che comunque il virus circolasse già da fine 2019. Ovviamente non era stato scoperto, ma qualche circostanza ci ha fatto capire a posteriori che vi fossero seri indizi. Una cosa è certa: la situazione generale è migliorata rispetto a un anno fa, quando la recrudescenza del virus era stata tale in ottobre che a metà novembre l’Italia era quasi tutta tornata rossa, con una “finestrina “ di giallo che ci venne concessa prima delle festività di fine anno, le quali ci costrinsero di conseguenza a stare di nuovo in casa, facendoci dimenticare le conviviali con parenti e amici che per qualche famiglia costituiscono l’essenza del Natale. La “bestia” non è stata domata: lo dimostra il fatto che alcune regioni stanno cambiando colore, ma se ciò avviene una bella parte delle colpe appartiene a noi (popolo italiano), con le nostre reticenze e con il mancato rispetto delle regole e di quelle poche, semplici, ma importanti disposizioni che servono per prevenire il contagio, o quantomeno per far cadere quasi a zero le probabilità che il virus ci possa attaccare. È giusto rispettare le idee e le volontà di tutti, anche di coloro che non si vogliono vaccinare: quello che però ritengo inaccettabile è che si vada nelle piazze a protestare, rendendosi protagonisti di atti vandalici e scontri con forze di polizia. Amo la democrazia, ma amo anche il rispetto e quindi inviterei anche queste persone che non si vogliono vaccinare a restare in casa e a non frequentare luoghi pubblici per evitare che diventino di fatto degli “untori”. So benissimo che questo vaccino sia stato – per chi lo ha fatto – una cavia, dal momento che vi è stato poco tempo per la sperimentazione; in compenso, però, abbiamo avuto la conferma del fatto che, dove in Europa e nel mondo la vaccinazione è stata eseguita con percentuale alta, i contagiati sono stati in numero inferiore; in ogni caso, non sono finiti in rianimazione, quindi il rischio è valso la candela. Non solo: è notizia fresca di questi ultimi tempi la repentina “conversione” di Lorenzo Damiano, il politico che da convinto “no vax” è passato diametralmente sull’altra sponda. Ci sono voluti alcuni giorni di terapia semintensiva per fargli cambiare idea e adesso “predica” il vaccino per tutti. Ma come ci ha cambiato il Covid in questi anni? I sociologi hanno ovviamente analizzato la situazione, concentrandosi sulle modificazioni che la pandemia sta generando nella vita quotidiana e nei rapporti fra le persone. Di sicuro, fra gli oggetti divenuti essenziali quando si esce di casa - oltre alle chiavi della porta, al portafogli e al telefonino – c’è anche la mascherina ed è un accorgimento oramai “codificato” nelle abitudini di ognuno. Da quasi due anni, soprattutto nei luoghi al coperto, è obbligatorio indossarla e correttamente. E poi igienizzazione e distanziamento, quello fisico e non sociale come erroneamente si dice: la prima sta diventando un altro comportamento automatico e direi che, anche a pandemia finita, non sarebbe male l’idea di continuare a farlo; il secondo è oramai diventato anch’esso un qualcosa di istintivo, specie nei confronti delle persone che non si conoscono. Il lockdown non c’è più, ma ha sconvolto la vecchia routine al punto tale da ripristinarla secondo determinate condizioni, sia nei luoghi di lavoro che in quelli di vacanza, che soprattutto nella selezione dei rapporti personali diretti, meno quantitativi e più qualitativi, nel senso che scegliamo – oltre ai familiari e agli affetti più stretti – solo alcuni amici o colleghi “fidati”. Ci siamo scoperti vulnerabili e “piccoli” davanti al “mostro invisibile”: ciò ha rimesso in discussione i rapporti fiduciari, mettendoci nella condizione di sospettare anche del vicino di casa. E allora, rapporti e contatti trasferiti in rete attraverso chat, videochiamate e videoconferenze, senza dubbio più sicure; consigli comunali, riunioni di lavoro e anche trasmissioni televisive sono stati gli esempi più tangibili, per non parlare della didattica a distanza, soluzione alla quale ricorrere in casi eccezionali (esempio: studenti che non si possono recare a scuola perché magari c’è la neve alta e debbono percorrere diversi chilometri con mezzi pubblici, superando un valico) così come allo “smart working”. Diverso il discorso delle riunioni di lavoro: immaginate uno stesso risultato sostanziale per un milanese che ha rapporti con la Valtiberina e che, standosene comodamente seduto davanti a un computer, risparmia soldi per la trasferta e anche tempo prezioso? Le videoconferenze sono state insomma il toccasana. Per chi non lo avesse capito, il web era fino a circa due anni fa il nostro futuro; ora si è trasformato di fatto in una necessità, andando a chiudere il cerchio sul processo di rivoluzione in atto da tempo. Ciò che era ed è tuttora “virtuale”, assume sempre più le sembianze di una normalità acquisita e durante il lockdown lo schermo del computer era l’unica vera finestra che permetteva di comunicare con l’esterno e con altre persone. La necessità di evitare assembramenti, alla base delle tante manifestazioni di vario genere che all’improvviso sono state cancellate, ha poi rimesso in discussione – sempre a parere dei sociologi – la stessa logica di agglomerazione, secondo la quale la concentrazione sarebbe stata il segreto per far crescere le economie e vivere bene. Il modello della città era diventato quello ideale per favorire contatti nei luoghi di lavoro e fuori da essi, ma il Covid-19 ha fatto saltare anche questa concezione. Con le riaperture e le vacanze, è tornata una voglia di uscire e di socializzare tenuta a freno dalla persistenza del virus. I luoghi più ameni e meno popolati hanno spodestato quelli di massa. Ma cosa accadrà una volta che il virus sarà (finalmente) sparito e che il Covid-19 si trasformerà in semplice forma influenzale? Si diceva che tutto non sarebbe stato più come prima, ma anche dopo l’attentato alle Torri Gemelle del 2001 avevamo affermato la stessa cosa. La pandemia c’era stata anche cento anni fa con la “spagnola”, che seminò milioni di morti, ma alla fine è passata anch’essa e la normalità venne ripristinata. Stavolta – vuoi per le varianti, vuoi per i bombardamenti mediatici che dicono tutto e il contrario di tutto – sembra che il mondo evoluto rischi di andare incontro a una normalità diversa, fatta di una maggiore diffidenza e con la mascherina che potrebbe diventare un indumento fisso da portare appresso. Non voglio credere a una eventualità del genere: anzi, penso che gradualmente riprenderemo le nostre abitudini, a patto però di essere più intelligenti nel comportamento: siamo stati bravi ed esemplari nell’adattarci a stare chiusi in casa pensando che si trattasse di un qualcosa di temporaneo, ma poi frettolosi nel voler sfogare liberamente la nostra voglia di tornare a una normalità che ancora non c’era. Il segnale chiaro che, anche per una questione mentale, non siamo propensi ad accettare restrizioni a gioco lungo. Le relazioni sociali sono la prova più tangibile di questa avversione alle rinunce, ma temo che alla fine la ripercussione nel sociale sia il risultato delle forti conseguenze provocate sul piano economico o occupazionale, con i forti squilibri che si stanno generando. Le implicazioni dello “smart working” sono alla fine mere questioni di “lana caprina”, perché il cambio di sede lavorativa non produce variazioni a livello di stipendio: il problema riguarda chi il lavoro lo ha perso e chi lo ha dovuto interrompere, mettendo in crisi all’improvviso la famiglia. A questo, aggiungere la totale indifferenza con la quale stanno rincarando le bollette di luce e gas e i prezzi dei prodotti petroliferi, con assieme una inflazione che da anni non era così sostenuta e una ripresa (o un rimbalzo, come si usa dire) che non è uniforme, anzi allarga sempre più il divario fra un settore e l’altro. D’altronde, l’Europa ci ha dato i soldi, ma ovviamente li rivuole e allora da qualche parte bisogna che si prendano, affamando ancora di più chi già non sta messo bene. Nel frattempo, il virus non scompare e nessuno nega che vi sia stato (se non altro per rispetto verso i tanti morti e verso coloro che hanno vissuto settimane intubati, con il rischio di andarsene da un giorno all’altro), ma quando sento parlare di variante che proviene dal Sudafrica e subito di case farmaceutiche già al lavoro per vaccini – che comunque appoggio - e pasticche, mi viene anche l’istinto di pensare un tantino male. Della serie: il virus c’è stato, ma non vorrei che qualcuno avesse calcato la mano oltre misura per trasformare l’emergenza in opportunità. D’altronde, è provato che anche in tempi di epidemia vi sia chi si arricchisca e chi invece vi rimetta: a fare il classico “due più due” non ci vuole molto e anche il cittadino che ascolta le notizie comincia a essere un tantino malizioso. La situazione è però delicata, l’economia deve ripartire e non ci possiamo permettere assolutamente nuovi lockdown, per cui cerchiamo di vaccinarci e di vivere la nostra libertà nel rispetto delle regole. Oltre ai “no vax”, vi sono ancora coloro che sostengono che il virus non vi sia mai stato. Speriamo vivamente che il virus vi sia stato, come i medici in primis hanno ribadito: non vorremmo insomma che fra dieci anni qualcuno uscisse con una frase-battuta del tipo “eravate su scherzi a parte!”, perché allora vorrebbe dire che la vera emergenza del mondo non era stata il virus.                     

Domenico Gambacci
© Riproduzione riservata
31/12/2021 06:52:35

Punti di Vista

Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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