Opinionisti Claudio Cherubini

Vino valtiberino? Scadente, ma abbondante

Breve storia della vite e del vino in Valtiberina nel XX secolo

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Concludiamo questa breve storia della vite e del vino in alta valle del Tevere con questo terzo articlo sul Novecento che può prescindere dalla gelata del 1929. Infatti ancora alla metà degli anni Trenta quest’evento calamitoso faceva sentire i suoi effetti, come documenta Fernando Montemaggi: “Dal 1929 la produzione viticola è molto diminuita: una parte delle piante, colpite dalla gelata, è perita; le altre, lente nel riprendere l’antico vigore, sono ancora assai lungi dal fornire gli abbondanti raccolti di prima. E così, l’Alta Valle del Tevere, in questi ultimi tempi, da esportatrice è diventata importatrice di vino. Non per questo, però, sono diminuiti l’attaccamento e l’amore per la vite, che non solo è fonte di ricchezza, ma racchiude in sé e tramanda ai posteri tutta la poesia e la lieta tradizione agreste di un popolo che da secoli è dedito all’arte dei campi e che, dalle misteriose ed inesauribili risorse della terra, trae i mezzi per la vita. Un podere senza un’adeguata dotazione di viti non è, nel nostro territorio, concepibile: non troverebbe una famiglia disposta a colonizzarlo. Ecco perché capita spesso di veder coltivata questa pianta anche in località tutt’altro che adatte, che dànno quindi vini oltremodo scadenti e, pertanto, in contrasto con le esigenze del consumatore”. Quindi ecco come si presentava nella prima metà del Novecento il terreno vitato della Valtiberina toscana, così come venne descritto nel 1935 ancora dal Montemaggi: “La vite è ovunque maritata all’oppio, in filari distanti una ventina di metri l’uno dall’altro, che delimitano così appezzamenti di terreno a forma rettangolare, chiamati dai coloni «quadri», nei quali hanno luogo, in regolare avvicendamento, le colture di rinnovo, grano e foraggio. Lungo il filare, gli oppi sono alla distanza di 6 – 7 metri. L’intervallo, sino a poco tempo fa, era ovunque vuoto ed ospitava le stesse colture erbacee del quadro. Oggi, con maggior criterio, nei nuovi impianti, approfittando del lavoro di scasso fatto lungo tutto il formone, si allevano, a forme più o meno basse, fra un testuccio e l’altro, viti che, senza apportare un sensibile maggior aggravio sulla spesa d’impianto, aumentano considerevolmente la produzione globale e ne migliorano la qualità. Tenendo conto dei poderi più o meno forniti, e di tutte le piante, sia giovani che vecchie, in produzione e non ancora tali, nell’Alta Valle del Tevere esistono in media per ogni ettaro, 66 oppi con una produzione di oltre Kg 9 di uva ciascuno. Il che significa che la produzione media per ettaro in coltura promiscua è oggi di quintali 6, mentre prima della gelata era quasi il doppio. La maggior parte, circa i ¾ del prodotto globale, è formato da uva bianca. Molte sono le varietà di viti allevate. Così abbiamo, il Trebbiano, che occupa il 30% della superficie vitata, la Vernaccia il 18, il Biancone il 15, il Sangiovese il 10, l’Uva dolce il 10, il Greco il 7, la Canaiola il 5; e, insieme a queste, molte altre, in percentuale assai più limitata, come il Bottaio, il Parlano, la Malvasia, il Greco nero, il Mammolone, l’Uva delle vecchie, il Pinot, il Cabernet, il Riesling. Queste ultime, di recente introduzione e coltivate soprattutto nei pochi vigneti specializzati”.

Tuttavia di fronte a tanta produzione non corrispondeva un’elevata qualità del vino, come in genere in tutto l’Aretino. Le cause erano molteplici. Innanzitutto il clima: mancava “il giusto equilibrio tra calore, luce ed umidità”; mancava “quasi un quarto del calore necessario a conseguire la perfetta e tanto desiderata maturazione” perché l’inverno arrivava troppo presto e se ne andava troppo tardi. Di conseguenza la diversa giacitura ed esposizione dei campi creava delle rilevanti differenze a parità delle altre condizioni. Inoltre sempre il clima, tendenzialmente freddo, tendeva a far praticare una viticoltura alta a sostegno vivo e quindi non c’erano prospettive di sviluppo per una coltura specializzata della vite che avrebbe prodotto un’uva di migliore qualità. Oltre ai fattori fisici negativi per la qualità del prodotto della vite, vi erano anche i fattori antropici e primo fra tutti quello dell’abitudine dei contadini; la mentalità di molti di loro era fondata sull’erroneo presupposto che l’unica cosa da tenere presente nella viticoltura dovesse essere “il raggiungimento della più alta quantità”. Ciò conduceva ad una “potatura eccessivamente abbondante”, invece di lasciare meno tralci a frutto affinché producessero grappoli con “un succo più concentrato, più ricco di sostanze zuccherine”. Infine un’altra abitudine deleteria per la qualità del vino era quella di vendemmiare troppo presto. Quindi i progressi agrari che si succedettero dalla fine del XIX secolo fino ai primi decenni del Novecento non avevano coinvolto che in minima parte la viticoltura della Valtiberina (cfr. F. Montemaggi, L. Piergiovanni).

Nel secondo dopoguerra, la superficie destinata alle colture legnose era cresciuta ovunque, analogamente a quanto stava accadendo nel resto d’Italia. In questi decenni la superficie vitata subì relativamente alla sua estensione delle oscillazioni, benché tendenziamente nei territori comunali di Sansepolcro, Anghiari, Pieve S. Stefano, Caprese e Monterchi, intesi globalmente, essa salì. In particolare negli anni Settanta, soprattutto per merito dei notevoli incentivi pubblici, furono piantati nuovi vigneti  specializzati. Così dal 1970 al 1982 l’intera superficie coltivata a vite passò da 2 a 74 ettari nel territorio comunale di Caprese, da 9 a 38 ettari in quello di Pieve S. Stefano, da 85 a 242 ettari ad Anghiari, da 85 a 164 ettari a Sansepolcro e da 61 a 91 ettari a Monterchi. Sono questi gli anni in cui le colture promiscue lasciarono il posto a quelle specializzate e tutta l’economia agricola s’incentrò sulle piantagioni industriali, favorita dagli indirizzi di politica economica tesi a far abbandonare le coltivazioni più a basso reddito. Il secondo dopoguerra è anche il periodo dell’esodo rurale e di profondi cambiamenti sociali che condussero, fra l’altro, alla fine della mezzadria. Queste profonde trasformazioni sociali coinvolsero anche la produzione del vino, che perse progressivamente il ruolo di una mansione familiare regolata dalle stagioni e divenne soltanto una delle produzioni dell’azienda agricola. Così “per le vie del borgo”, il “ribollir de’ tini” e “l’aspro odor de i vini” (Cfr. G. Carducci) resta solo un ricordo che ancora può rallegrare l’anima di chi ama quest’ancestrale nettare degli dei e per questo apprezza il mese di ottobre: “Non so se tutti hanno capito Ottobre/ la tua grande bellezza,/nei tini grassi come pace piene/ prepari mosto e ebrezza” (Cfr. F. Guccini).

Redazione
© Riproduzione riservata
23/02/2019 19:31:59

Claudio Cherubini

Imprenditore e storico locale dell’economia del XIX e XX secolo. Collabora con vari periodici locali dal 1978. Ha pubblicato oltre trenta saggi storici su «Pagine Altotiberine», quadrimestrale dell'Associazione storica dell'Alta Valle del Tevere; altri articoli e saggi sono stati pubblicati in opere collettive e su altre riviste scientifiche. Ha tenuto diverse conferenze su temi di storia locale. Ha finora pubblicato due libri: nel 2003 "Terra d’imprenditori" e nel 2016 "Una storia in disparte. Il lavoro delle donne e la prima industrializzazione a Sansepolcro e in Valtiberina toscana (1861-1940)". Nel 2017 ha curato la mostra e il catalogo "190 anni di Buitoni. 1827-2017" e ha organizzato un ciclo di conferenze sulla storia del pastificio di Sansepolcro con i più autorevoli studiosi universitari della Buitoni.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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