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Un tabacco da non mandare in… fumo

la Valtiberina Toscana è terra anche e soprattutto di tabacco

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Ogni tanto si ricade sull’argomento e inevitabilmente si ripropongono le stesse questioni e le stesse prese di posizione. Checché se ne dica, la Valtiberina Toscana è terra anche e soprattutto di tabacco: su questo non ci piove. Come non si può negare che il tabacco sia stato (e sia tuttora) fonte di benessere e occupazione per molte famiglie della zona. Ho specificato Valtiberina Toscana perché è qui che si concentra la produzione della varietà “kentucky”, ovvero di un tabacco di pregiata qualità. Per meglio dire, è la materia prima di un prodotto di nicchia: la foglia del “kentucky” è utilizzata per la fascia del sigaro toscano. Ebbene, quanto esce dalle coltivazioni dei territori di Anghiari, Monterchi e Sansepolcro è pari all’80% dell’intera produzione nazionale di “kentucky”, nel contesto di una Italia che a sua volta è leader nella produzione di tabacco all’interno dell’Unione Europea. Dati inconfutabili, che stanno a dimostrare come nella nostra zona più in generale il tabacco sia insieme economia, storia, tradizione e cultura, inserendo a pieno titolo sul versante “kentucky” anche la vicina realtà di San Giustino, che negli anni d’oro era arrivata a impiegare fino a circa 500 operai nel proprio stabilimento. Un prodotto di eccellenza, quindi, ma anche l’oggetto di tante polemiche fra chi è favorevole e chi è contrario alla sua coltivazione. Non è tanto la contrapposizione classica fra fumatori e non fumatori, quanto la battaglia intrapresa da coloro che puntano l’indice su pesticidi e altre sostanze immesse sui campi, che finirebbero con il nuocere alla salute e alla qualità della vita di un intero comprensorio. Prima di entrare su questo aspetto, però, mi sembra opportuno affrontare l’argomento ripartendo dal 1574, anno in cui tutto è cominciato per un particolare “dono” che il cardinale Nicolò Tornabuoni aveva fatto recapitare al nipote Alfonso, vescovo di Sansepolcro: erano alcuni semi di questa pianta, originaria dell’America come lo si può dedurre dal nome. La finalità dell’uso era inizialmente medica e per farne polvere da fiuto e trinciati da pipa. Se la coltura del tabacco è riuscita a svilupparsi, è perché l’errore nella revisione dei confini fra Repubblica Fiorentina e Stato Pontificio aveva creato il piccolo territorio della Repubblica di Cospaia. Siccome Repubblica Fiorentina e Stato Pontificio avevano messo al bando il tabacco, a Cospaia non vi erano controindicazioni in tal senso da parte delle famiglie contadine che di fatto fungevano da reggenti, anche l’odierna frazione di San Giustino era indipendente fin dal 1440. Il tabacco si è così conquistato un proprio spazio nella realtà cuscinetto sorta per sbaglio e già nel 1700 vi era un disciplinare di produzione. La storia di Cospaia come repubblica si è conclusa nel 1826, ma quella del tabacco era ancora all’inizio: basterà ricordare che nel 1897 a San Giustino era stato inaugurato lo stabilimento e che nel 1910 anche la parte toscana della vallata aveva cominciato a credere nel “kentucky”, attorno al quale si sarebbe generata economia. La foglia del tabacco era diventata insomma una sorta di “oro verde” della situazione. La qualità “Extravecchio” del sigaro toscano, quella che ha per materia prima il tabacco della Valtiberina, ha tuttora il pregio di essere l’unico prodotto non alimentare scelto da Slow Food come presidio e al Salone del Gusto viene abbinato con vini di eccellenza. Un motivo di prestigio? Assolutamente sì. E la legittimazione di un “know how” acquisito. A Sansepolcro, esistevano due manifatture e quello delle tabacchine è stato anche un primo grande esempio di occupazione femminile. Oggi le manifatture non ci sono più, anche se dal 2015 al Trebbio c’è un’azienda che tiene viva la tradizione con sigari i cui nomi richiamano sempre più alla storia e le tabacchine sono state “sostituite” dalle sigaraie. A San Giustino, invece, c’è stata l’idea geniale di creare il Museo storico-scientifico del Tabacco proprio in un’ala della vecchia struttura ora riconvertita: semmai, sarebbe il caso di riqualificarlo anche dal punto di vista della visibilità e di investire su di esso e sulla storia di Cospaia, perché siamo davanti a due contesti particolari: se infatti i musei del tabacco si contano sulle dita di una mano (ve ne sono altri solo a Carpanè di San Nazario, nel Vicentino e a Pontecorvo, nel Frusinate), di Cospaia ce n’è una sola. Bene, ma dall’altra parte si continua a spingere contro il tabacco, perché la Comunità Europea si decida con il tempo a eliminare i sostegni garantiti agli agricoltori e a orientarsi politicamente sempre meno nei confronti del tabacco. Tabacco uguale pesticidi o veleni, tabacco uguale fumo, tabacco uguale cancro: queste le equazioni che non giocano in suo favore, ma ora il tabacco ha la possibilità di rispondere con dieci carte importanti e nessuna di esse chiama in causa sigari o sigarette. Anzi, sono l’esatto contrario del vizio. Con il tabacco, modificando geneticamente la pianta, si può produrre un anticorpo contro la rabbia e le università statunitensi di Louisville e della Georgia si sono concentrate sulle malattie degenerative, per prevenire il Parkinson con i semi del tabacco e per curare l’Alzheimer con la nicotina. Tabacco adoperato anche in chiave alimentare (esistono un gelato e un cioccolato al suo gusto, come salumi e formaggi a esso aromatizzati) e in cosmetica: le sue proprietà antiossidanti permettono la creazione di creme antirughe e il suo profumo accompagna anche bagnoschiuma e dopobarba. Tabacco da riconvertire persino in biocarburante: lo sostiene il laboratorio di Berkeley, secondo il quale è più economico di altre colture come il mais e più efficace per la produzione di olii e zuccheri. Non è finita: dagli steli del tabacco si può ricavare la cellulosa, quindi la carta e un’azienda americana utilizza gli scarti di produzione del tabacco per ottenere fibre tessili e coloranti. Ancora: nelle Filippine si uccidono i molluschi negli allevamenti ittici con la polvere di tabacco e nell’arredo dei giardini la specie “nicotiana affinis” ha dei fiori gialli e bianchi che di notte, quando si aprono, emanano un profumo gradevole. Basta questo? Ancora no. All’orizzonte c’è un altro traguardo: la pianta di tabacco, più di altre, potrebbe risultare efficace nella produzione del vaccino contro il virus Ebola. Serve altro? Spero quindi che, dopo questo elenco, anche gli acerrimi nemici del fumo guardino al tabacco con un occhio più benevolo, perché la ricerca serve per capire anche questo. Dopo la mia esposizione, che può essere considerata alla stessa stregua di una lunga premessa, verso quali conclusioni mi debbo avviare? Non si può da una parte gettare al vento una grande risorsa economica, tanto più che siamo davanti a un prodotto di nicchia che ha un proprio mercato anche di appassionati del fumo lento, ma è pur vero che dall’altra debbono essere rispettati assolutamente ambiente e territorio con un basso utilizzo di fitofarmaci, nonostante negli ultimi dieci anni vi sia stata già per fortuna una drastica diminuzione. Anche alcune amministrazioni comunali stanno predisponendo specifici regolamenti, ma l’ideale sarebbe coltivare il tabacco biologico, sul conto del quale vi è tuttavia una controindicazione di natura economica: gli imprenditori agricoli del settore sottolineano infatti che una simile operazione creerebbe un aumento della materia prima e quindi dei costi di produzione da sopportare, il che andrebbe a incidere sul prodotto finale con tutte le sue complicazioni. Che fare, allora? Direi di provarci, perché salute ed economia devono andare a braccetto e trattandosi di prodotti di nicchia, se il costo all’utente finale si alza, pazienza (lo dice uno a cui piace il fumo lento). Quindi  rifletterci sopra, senza prendere decisioni drastiche o avventate, è sempre il più saggio dei consigli: purtroppo, è un vezzo di noi italiani quello di saltare dal “sì” al “no” non appena il vento comincia a cambiare direzione, anche a costo di batterci qualche volta il naso. Siamo d’accordo sul fatto che nel corso processi produttivi non si debbano generare problemi di salute, per quanto vi siano lavorazioni industriali di diverso genere nelle quali i risvolti sulla salute sono stati tragici in più di una circostanza. Sono allora fondamentali le garanzie dei controlli e il rispetto alla lettera del disciplinare. Poi, guardando in prospettiva futura, sarebbe bello poter riconvertire determinate produzioni, ma non è un’operazione che si concretizza dall’oggi al domani: occorrono progetti che partano da lontano e con un’adeguata organizzazione strutturale, che soltanto effettuando investimenti possano rivelarsi vincenti, altrimenti si rischia di fare la fine del progetto “La Valle degli Orti” dell’ex Molino Sociale, pensato per la Valtiberina e anche interessante nelle intenzioni, che però è naufragato quasi subito proprio perché su alcuni aspetti si è rivelato ancora prematuro e se può non aver pagato dal punto di vista qualitativo, è poi risultato scarsamente competitivo sul mercato. È il caso allora di rispondere con un tentativo a rischio fallimento? Pensiamo proprio di no. Chiosa finale: fermo restando che sostengo sia la posizione di un tabacco da continuare a coltivare nel massimo rispetto delle disposizioni che garantiscano la salute, sia il mantenimento di una tradizione che è tipica del posto, perché non provare a creare finalmente un progetto serio per una “Valle Bio”, prendendo in considerazione l’ipotesi di una riconversione agricola che faccia calare i volumi di tabacco, iniziando a produrre colture alternative, ma senza incidere sull’occupazione. Perché questo non lo possiamo permettere.         

Domenico Gambacci
© Riproduzione riservata
17/02/2022 09:11:57

Punti di Vista

Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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