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Mondo Politica: intervista a Mari Franceschini, presidente Anpi della Provincia di Perugia

“Dobbiamo ricominciare a mettere sul tavolo i valori della sinistra solidale e progressista"

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È stata assessore al Comune di Citerna, poi ha ricoperto incarichi importanti all’interno del vecchio Partito Comunista Italiano, proseguendo il suo impegno in politica con l’Ulivo. Adesso, Mari Franceschini è presidente provinciale perugino, coordinatore regionale umbro e vicepresidente nazionale dell’Anpi, l’associazione dei partigiani d’Italia. Con lei affrontiamo all’inizio un argomento di stretta attualità, per poi passare a questioni di carattere generale. Lei, donna di sinistra, non indugia comunque nel criticare il comportamento tenuto in questi ultimi anni dal suo schieramento.

Franceschini, un argomento sul quale Lei, nella veste di dirigente Anpi, ha posto l’accento è quello dell’autonomia differenziata, con tutte le conseguenze che potrebbe avere. A quali rischi si va incontro, secondo il suo parere?

“C’è la volontà da parte di alcune forze politiche di andare verso questo tipo di riforma, che prevede l’autonomia differenziata e ciò ci preoccupa. Ecco perché abbiamo voluto informare i cittadini organizzando un incontro a San Giustino. Tre regioni “ricche” – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – hanno chiesto di poter essere autonome in una serie articolata di materie, comprese quelle chiave: sanità, istruzione, ambiente e cultura, persino (il Veneto) anche la produzione e la distribuzione dell’energia. L’autonomia differenziata è all’atto pratico una divisione dell’Italia, uno strappo alla Costituzione, in quanto si vuol dare autonomia a Regioni che possono prendere quello che guadagnano e spenderlo come vogliono, mentre le altre che hanno difficoltà debbono rimanere per conto loro. Una forma di “secessione mascherata”, un modo egoistico di interpretare anche l’unità d’Italia, perché come si può parlare di unità se non c’è la voglia di condividere e di trovare una forma di solidarietà fra le regioni italiane, caratterizzata dall’esistenza di squilibri spesso anche marcati. Sarebbe allora auspicabile che la Regione che sta meglio desse una mano all’altra che sta peggio: invece domina il contrario, chiaro sintomo appunto di questo egoismo che pervade la società”.

Anche in base a quanto ha appena dichiarato, quale ruolo deve tornare a recitare la sinistra?

“Dobbiamo ricominciare a mettere sul tavolo i valori della sinistra solidale e progressista. Una sinistra che sia capace di raccogliere le istanze popolari, perché purtroppo in questi ultimi venti anni abbiamo avuto una sinistra che non ha fatto quello che avrebbe dovuto. I partiti politici si sono slegati dalle realtà del loro elettorato di popolo: invece di creare spazi di partecipazione, si sono in qualche modo rinchiusi all’interno di essi stessi e non sono stati capaci di portare avanti le prerogative tipiche della sinistra su temi quali la tutela del lavoro, la tutela dello stato sociale e la tutela della dignità delle persone, vedi l’eliminazione dell’articolo 18, tanto per fare un esempio significativo. Chiediamo quindi ai partiti politici di tornare a fare il proprio compito, quello cioè che la Costituzione prevede per essi, ovvero rappresentare i loro elettori”.

Il concetto di sinistra sta morendo – come sostengono in diversi – oppure è ancora vivo?

“Non è morto, perché comunque le persone ancora si identificano. Quando gli domandi: “da che parte stai?”, ci sono la destra e la sinistra, per cui le persone ancora hanno questi simboli che tengono vivi. Se poi chiedi di che corrente sei, un progressista ti dirà che è di sinistra. La sinistra quindi c’è, come c’è ancora l’antifascismo; certo, la gente non vuole l’antifascismo di maniera e non vuole l’antifascismo che copre le magagne che uno combina, ma l’antifascismo vero lo vogliono, lo condividono e lo praticano. Così è la politica: le persone chiedono di partecipare”.

È pertanto con questi motivi che si spiega il crescente astensionismo nelle consultazioni elettorali?

“L’astensionismo al voto è un problema grosso. È un segnale di menefreghismo: i cittadini si disinteressano di tutto perché, quando vedono che il loro voto non produce cambiamento, si sentono presi in giro e quindi non recarsi più alle urne diventa un fatto di protesta. Le forze politiche debbono allora cogliere questa sensazione di malessere e diventare terreno di lavoro, di dialogo e di comprensione delle istanze popolari”.

Come valuta le prime manovre adottate dal nuovo governo?

“Aspettiamo ancora un po’ per avere in mano elementi più oggettivi. Dico per ora che questo governo è legittimo e che ha raccolto i voti che gli hanno permesso di svolgere il ruolo attualmente ricoperto. Se però mi permette, debbo dire che questo successo è stato generato non soltanto dalla quantità dei voti, perché poi la destra non ha aumentato in maniera consistente, ma anche da una legge assurda e ingiusta, che definisco quasi incostituzionale. Una legge che permette che con il 17% dei voti si possa governare; una legge che viene da lontano, quindi la sinistra (o una parte di essa) dovrebbe interrogarsi sul fatto che qualche danno lo ha fatto e che adesso occorre porre rimedio”.

Redazione
© Riproduzione riservata
28/11/2022 10:31:25


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