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Dalla Toscana all'Umbria: la silenziosa avanzata del castoro lungo il Tevere

Parliamone con un esperto: Emiliano Mori, uno dei ricercatori del CNR-IRET
È detto anche l’ingegnere “dentuto”: il castoro è un grande mammifero roditore semi-acquatico, famoso per la sua capacità di costruire dighe, canali e tane scavando alberi con i suoi potenti incisivi, creando così un habitat per sé e per le altre specie, vivendo in famiglie stabili vicino a fiumi e zone umide. Di fatto è questa la descrizione etimologica del castoro: un argomento che come Eco del Tevere abbiamo già affrontato nel passato, qualche anno fa, seppure nelle ultime settimane è tornato nuovamente di stretta attualità. Partiamo con il dire che dopo secoli il castoro europeo è tornato in Italia e più precisamente in Toscana lungo il fiume Tevere al confine tra i territori di Anghiari e Sansepolcro. Mancava all’appello dal 1541 quando l’ultimo esemplare, questo è quello che viene riportato, fu visto in pianura Padana. La prima segnalazione ufficiale avvenne nel 2021 seppure “il caso” – se così può essere definito – è scoppiano un paio di anni dopo quando alcuni passanti, pescatori in particolare, denunciarono la presenza. Da quel momento in poi il monitoraggio è stato sempre più costante e incisivo, concentrato in quello spazio di Tevere ai piedi dell’invaso di Montedoglio. Lo scorso mese di dicembre, però, una nuova segnalazione è rimbalzata immediatamente nei vari social: nuove presenze di castori più a sud, in Umbria, a pochi chilometri di distanza dal primo insediamento “denunciato”; al confine tra i territori di San Giustino e Citerna, in pratica al ponte di Pistrino sul fiume Tevere. Alberi rosicchiati a pochi centimetri da terra che presentano la classica forma “a lapis”. Il ritorno del castoro, quindi, è stato accolto con un certo interesse dagli esperti del settore: uno di questi è Emiliano Mori, uno dei ricercatori del CNR-IRET (Consiglio Nazionale delle Ricerche) che sta monitorando e studiando la situazione che si è venuta a creare lungo l’asse del Tevere.
Castori in Valtiberina: com’è la situazione attuale?
“La presenza del castoro eurasiatico (Castor fiber) in Valtiberina è oggi considerata stabile ma ancora in fase di espansione. Non si tratta di una popolazione estremamente numerosa, bensì 4-5 nuclei familiari che utilizzano il fiume Tevere e i suoi affluenti come corridoi ecologici”.
In che maniera vengono monitorati?
“Il monitoraggio avviene soprattutto con metodi indiretti, perché il castoro è notturno e molto elusivo: ricerca di segni di rosicchiamento sugli alberi, fototrappolaggio in punti strategici, analisi delle dighe, raccolta di segnalazioni verificate da cittadini, pescatori e tecnici”.
La prima segnalazione tra Anghiari e Sansepolcro: come hanno fatto ad arrivare fin qui?
“La prima segnalazione ufficiale risale al 2021, ma con segni di presenza che rimandano al 2019, quindi vecchi di un paio di anni. L’ipotesi più accreditata è una dispersione mediata dall’uomo. Dopo i rilasci non autorizzati, il castoro si è mosso naturalmente lungo i corsi d’acqua, sfruttando appunto il Tevere come asse principale. È un eccellente nuotatore, capace di percorrere decine di chilometri e di superare anche tratti antropizzati”.
Quale impatto sull’ambiente della Valtiberina stanno avendo?
“L’impatto è prevalentemente positivo: aumento della biodiversità, miglioramento della qualità delle acque, creazione di micro-habitat per anfibi, insetti, uccelli e piccoli mammiferi, rallentamento delle piene e maggiore ritenzione idrica. Gli eventuali conflitti (rosicchiamenti di alberi ornamentali o argini, per esempio) sono localizzati e ampiamente gestibili”.
Come si riconosce la presenza del castoro?
“I segnali più tipici sono: tronchi tagliati “a forma di lapis”, rosicchiamenti con evidenti segni degli incisivi, rami accumulati in acqua, tane con ingressi sommersi, dighette o sbarramenti vegetali”
La segnalazione di San Giustino (Umbria): come si spiega?
“È una naturale prosecuzione della colonizzazione lungo il Tevere. Il fiume non conosce confini amministrativi, e il castoro sfrutta la continuità ecologica. È probabile che si tratti degli stessi individui o di giovani in dispersione”.
Quali segreti nascondono le dighe dei castori?
“Le dighe regolano il livello dell’acqua, proteggono le tane dai predatori, creano zone umide stabili anche in estate e accumulano sedimenti e nutrienti. Quindi, sono opere di ingegneria naturale, adattive e dinamiche”.
Quanto tempo serve per abbattere una pianta di 50 centimetri di diametro?
“Un castoro adulto può impiegare una o due notti, lavorando a più riprese. Non sempre abbatte l’albero in un’unica sessione. Solitamente però abbattono piante di massimo 15-20 centimetri di diametro”.
Lavorano in squadra o singolarmente?
“Il lavoro è coordinato ma non ‘di gruppo’ in senso stretto. Cioè, più individui della famiglia possono lavorare sullo stesso albero, ma ognuno rosicchia singolarmente. Quindi, la cooperazione è indiretta ma efficace”.
Qual è l’habitat ideale del castoro?
“Mediamente fiumi o torrenti a corrente bassa o moderata, sponde con vegetazione ripariale, presenza di salici, pioppi e ontani, acque permanenti tutto l’anno e bassa pressione di disturbo diretto. Per esempio, la Valtiberina risponde sorprendentemente bene a questi requisiti”.
Panoramica nazionale del castoro in Italia
“Dopo secoli di estinzione, il castoro è riapparso naturalmente in Friuli Venezia Giulia, in Alto Adige e tra Piemonte e Lombardia, sul Ticino. Probabili rilasci non autorizzati hanno portato a presenze della specie in Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise e Campania”.
Può convivere con fauna e uomo lungo il Tevere?
“Assolutamente sì. In tutta Europa il castoro convive con agricoltura, centri abitati e infrastrutture. Porta vantaggi a molte specie protette come coleotteri saproxilici, piccoli passeriformi, piccoli mammiferi e pipistrelli. Con gestione e informazione, la convivenza è sostenibile”.
Perché appassionarsi ai castori?
“Perché sono una specie chiave capace di trasformare il paesaggio migliorandolo, senza tecnologia, senza rumore, senza intervenire in maniera massiccia sui fiumi. Studiare il castoro significa capire come la natura sa autoripararsi, se le viene data una possibilità”.
Quale futuro per i castori in Valtiberina?
“Premesso che non mi occupo di gestione e che ritengo sia necessario rivolgersi sempre ad enti preposti, il futuro dipenderà da tutela dei corridoi fluviali, corretta gestione dei conflitti e accettazione sociale. Se questi elementi saranno garantiti, la Valtiberina potrebbe diventare uno dei nuclei più importanti dell’Italia centrale, attraendo ecoturismo”.
LE SUE CARATTERISTICHE
Sono tante le caratteristiche di questo simpatico animaletto che per il momento non costituisce pericolo per l’uomo. Particolare è anche la sua coda che si presenza molto allungata e appiattita dorso-ventrale che non viene utilizzata come mezzo di propulsione, quindi di spinta, ma piuttosto come timone per direzionare i movimenti durante il nuoto. Un altro degli elementi fondamentali sono sicuramente i denti, per lui essenziali nel procurarsi il cibo. Ne ha 20 in totale e gli incisivi sono a crescita continua, volti all’indietro. Non da meno sono i padiglioni auricolari che, esattamente come le narici, sono muniti di valvole: questo gli serve per quando si immerge in acqua, in modo da poter resistere per vari minuti – anche cinque - sotto il livello senza avere problemi. Un animale sicuramente intelligente perché studia in un primo momento l’ambiente e rosicchia l’estremità dell’albero in maniera tale che la pianta cada direttamente in acqua. Il castoro riesce a vivere anche una ventina di anni e la femmina ha una gestazione di 4 mesi: ogni parto dà poi vita ad un numero di piccoli castori che può variare dai 2 ai 6 cuccioli che dopo un mese di allattamento iniziano lo svezzamento e a due anni si possono già definire adulti.
AMERICANO ED EUROPEO
Nel mondo attualmente esistono due specie di castoro che sono quello americano (Castor Canadensis) e quello Europeo (Castor Fiber): sebbene simili nell’aspetto e nel comportamento, essi presentano differenze genetiche e geografiche significative. Il Castoro Americano è la specie più diffusa e numerosa, tra l’altro simbolo nazionale del Canada. Originario di quasi tutto il Nord America (Canada, Stati Uniti e Messico settentrionale): è stato introdotto artificialmente anche nella Terra del Fuoco (Sud America) e in alcune zone del Nord Europa come la Finlandia. Le sue caratteristiche sono quelle di tendere a essere leggermente più grande e prolifico rispetto al cugino europeo, con una coda più larga e scura. Quello europeo, detto anche eurasiatico, dopo aver rischiato l’estinzione totale a causa della caccia, la specie è in forte ripresa grazie a una serie di progetti di protezione e reintroduzione. Si trova in ampie zone dell’Europa come Scandinavia, Germina, Francia e Polonia oltre che in parte dell’Asia; oramai da qualche anno, come detto, il castoro europeo è tornato stabilmente in Italia settentrionale e centrale come Toscana, Umbria e Abruzzo. Le due specie di castoro presentano una incompatibilità genetica: non possono incrociarsi perché hanno un numero diverso di cromosomi; 48 quello europeo e 40 per l’americano. Si stima che nel mondo vivano circa 15 milioni di castori americani, contro circa 1,5 milioni di castori europei
CASTORO, NUTRIA O TOPO MUSCHIATO?
Spesso il castoro viene confuso con la nutria, un roditore sudamericano molto diffuso in Italia, che però è più piccolo e ha una coda cilindrica sottile anziché piatta. In questa confusione, però, subentra anche il topo muschiato chiamato anche ondatra. Tutti e tre sono dei roditori, ma si possono distinguere dalla grandezza diversa e da altre caratteristiche. Il castoro (Castor Fiber) è il più grande tra questi tre animali: senza contare la coda, può raggiungere anche un metro di lunghezza. I topi muschiati (Ondatra Zibethicus) sono lunghi circa 35 centimetri: la coda non è piatta, bensì ovale. Il muso è piuttosto stretto e appuntito. Le nutrie (Mycastor Coypus) sono più piccole del castoro, ma più grandi dei topi muschiati. Sono lunghe tra i 50 e i 60 centimetri. A differenza del topo muschiato la testa della nutria ricorda quella di un grande porcellino d’India.

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