Opinionisti Leonardo Magnani

Voto nullo

Dare una valutazione finale è forse l’aspetto più complicato e delicato che spetta al docente

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E’ questo il tempo di scrutini, tempo di considerazioni finali riguardo il lavoro svolto da studenti durante tutto un anno. Scrutini che riguardano gli alunni di tutte le scuole, dalla primaria alla secondaria di II grado, come adesso si chiamano le superiori.

Dare una valutazione finale è forse l’aspetto più complicato e delicato che spetta al docente. Non è certo il più significativo perché quello rimane e deve rimanere l’insegnamento e l’educazione. Si tratta di dare una valutazione di quanto fatto dallo studente durante un anno di lavoro. La valutazione finale non può o non dovrebbe ridursi, però, a una valutazione per media aritmetica che dimentica, inevitabilmente, tutti i processi del singolo studente. Si finirebbe per dare al voto numerico, la dignità di una sintesi del lavoro del ragazzo che il numero stesso non può contenere.

E’ questo il grande problema della scuola, che rende gli studenti sempre più attaccati al voto e alla prestazione, ansiosi, sin dalla scuola primaria, di raggiungere la quota desiderata. Tutto questo, non certo per colpa loro, ma perché allenati sin da piccoli a percepire un lavoro come fatto bene, solo se ha riscosso una valutazione che va dal 6 in su. Invece, la valutazione dovrebbe essere sommativa, cioè riguardare una serie di elementi che fanno parte del percorso effettuato dal ragazzo. Se la riduciamo alla media aritmetica di prove in itinere, finiremo per invitare gli alunni a un cinismo che li porterà a comprendere sempre meno il perché del loro studio. Si studia per il voto, si studia per prendere la sufficienza: è questa la frase che troppo spesso si sente aleggiare nelle aule scolastiche. Pochi studenti ti chiederanno alla fine dell’anno se quanto conoscono, potrà loro servire a interpretare la realtà che vivono, ma la domanda che di questi tempi è più frequente è: “mi trovo con un sei e mezzo di media, me lo daranno sette?” O ancora: “ho una disciplina con cinque, riuscirò a passare a giugno?”. Siamo sicuri che questa sia la finalità della scuola e non la sua fine? 

Don Lorenzo Milani scriveva nel suo famoso libro “Lettera a una professoressa”: “Anche il fine dei vostri ragazzi è un mistero. Forse non esiste, forse è volgare. Giorno per giorno studiano per il registro, per la pagella, per il diploma. E intanto si distraggono dalle cose belle che studiano… Dietro a quei fogli di carta c’è solo l’interesse individuale… Per studiare volentieri nelle vostre scuole bisognerebbe essere già arrivisti a dodici anni. A dodici anni gli arrivisti son pochi. Tant’è vero che la maggioranza dei vostri ragazzi odia la scuola. Il vostro invito volgare non merita altra risposta”.

Qui non si tratta di evitare la valutazione: al contrario, è opportuna una valutazione sommativa che preveda però,  un giudizio analitico e non sintetico, che analizzi i punti di criticità e di forza di ogni ragazzo, che lo sappia descrivere individuando una cura efficace. Questo è ciò che serve: non certo un numero. Invece i numeri hanno iniziato a darli anche alle elementari e alle medie, non solo alle superiori, creando ragazzi così attenti alla media aritmetica, che sono aumentate le cosiddette assenze “strategiche” per evitare possibili valutazioni finali negative.  Questo ha alzato la competitività tra i ragazzi che a scuola non serve. A scuola c’è bisogno di cooperazione perché è questa che muove la vita, non certo la gara a chi è migliore degli altri. A Barbiana, diceva Adele Corradi che, di Don Milani, fu collaboratrice, essere bravi non era un merito, ma un compito. Il compito di stare vicino e avere cura dell’altro che non ce la faceva.

Chi chiede, oggi, una scuola meno volgare? Chi protesta? Un tempo Maria Montessori, Alberto Manzi, Gianni Rodari o lo stesso Mario Lodi avevano cercato di cambiare le cose, di rendere la scuola più vicina all’esigenza di uno studente: quella di essere formato. Se avessimo seguito l’insegnamento di questi grandi maestri, oggi non ci troveremmo a parlare di emergenza educativa. Invece essi sono stati osteggiati. Alberto Manzi, davanti alla richiesta di mettere i voti in pagella in una scuola elementare, scriveva: “fa quel che può, quel che non può non fa”. Per questo fu sospeso e “processato”. Oggi, chi ha, ancora, il coraggio di creare un dibattito vero e utile su questi temi? Stiamo diventando funzionari di un qualcosa che non funziona.

Mario Lodi auspicava: “La scuola la vorrei senza pagelle, con tante chiacchierate cordiali con i genitori, perché alla fine, invece di una bella pagella, si abbia un bel ragazzo, cioè un ragazzo libero, sincero, migliore comunque”. Chi raccoglie questa sfida? C’è ancora qualcuno, per dirla con Edgar Morin, che preferisce una testa ben fatta al posto di una testa ben piena?

Leonardo Magnani
© Riproduzione riservata
09/06/2018 12:53:00

Leonardo Magnani

Leonardo Magnani è nato e vive a Sansepolcro. E’ laureato in filosofia e in scienze religiose. Insegnante di professione, da anni collabora con l’Associazione Cultura della Pace e si interessa di mediazione dei conflitti e di nonviolenza.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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