Opinionisti Leonardo Magnani

Quale societa’ costruiamo?

Le aperture domenicali stanno trasferendo quote di mercato alla grande distribuzione

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E’ da un po’ di tempo che si discute di aperture domenicali di negozi, centri commerciali e punti vendita. Il dibattito è acceso e tutto nasce dalle conseguenze che il decreto Monti, denominato “Salva Italia”, ha creato. L’apertura domenicale di punti vendita non essenziali, né per le merci vendute, né per la zona dove questi esercizi operano, ha creato disagio negli operatori, pochi vantaggi ai consumatori, sfruttamento dei lavoratori. Ma andiamo in ordine partendo dai dati: in questi anni, 52000 piccoli negozi hanno chiuso a favore della grande distribuzione. Quanti lavorano la domenica, hanno visto proporsi colloqui di gruppo destinati per lo più a studenti universitari, con un contratto a chiamata (che non può definirsi assunzione a part-time, cosa ben diversa) esclusivamente all’interno di un calendario di aperture festive. Il compenso previsto è, di solito, pari a 6 euro all’ora, omnicomprensivo (13^, 14^, ferie, permessi ecc…) e con divieto ai dipendenti full time di lavorare nei giorni festivi. Insomma, anche se precario, non si vede nessun aumento occupazionale.  

Le aperture domenicali, inoltre, stanno trasferendo ulteriori quote di mercato dalla piccola alla grande distribuzione.  Questo trasferimento di quote di mercato porterà nella sola regione Veneto (non essendo accompagnato da un incremento dei consumi) a una diminuzione di ricavi per i piccoli esercizi di 450milioni di euro causando la chiusura di circa 1.500 esercizi e cancellando tra piccoli imprenditori, loro familiari e commessi, più di 3.000 posti di lavoro. Attenzione, non posti di lavoro a chiamata, ma posti da commessi di elevata qualifica professionale.  La grande distribuzione ha ricevuto da queste modalità legislative, una deregolamentazione totale del settore e un regalo inaspettato, oltreché, indegno.

Se allarghiamo lo sguardo all’Europa, vediamo che in Francia vige il principio del riposo domenicale per dipendenti. Solo i negozi detenuti dai proprietari possono liberalmente rimanere aperti. Le eccezioni prevedono i negozi alimentari, mentre il riposo domenicale è concesso dalle ore tredici. I negozi non alimentari, invece, hanno la possibilità di aprire previa decisione del sindaco. In questo caso la remunerazione però, è doppia. In Germania i negozi restano chiusi la domenica e durante i festivi ad eccezione di panetterie, fiorai, giornalai, negozi per la casa, musei, stazioni ferroviarie, stazioni di servizio, aeroporti e luoghi di pellegrinaggio. In Spagna, invece, ciascuna comunità autonoma stabilisce il numero totale di domeniche di lavoro annuali autorizzate, che di solito non superano le dieci festività annuali.

 

Le liberalizzazioni degli orari e delle aperture nel commercio non hanno prodotto risultati positivi, ma solo il peggioramento delle condizioni di vita e lavoro dei dipendenti del settore; i sindacati, da parte loro, hanno manifestato la propria adesione alla proposta di un divieto senza deroghe alle aperture domenicali e festive ad eccezione di dodici festività nazionali (civili e religiose, e cioè 1° gennaio, 6 gennaio, Pasqua e lunedì dell'Angelo, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno, 15 agosto, 1° novembre, 8 dicembre, 25 e 26 dicembre).

L'ISTAT ha presentato un quadro informativo su alcuni temi connessi alle proposte di legge, con particolare riferimento alla struttura e alla dinamica del commercio al dettaglio, ai lavoratori impiegati nel settore e ai comportamenti di acquisto dei residenti in Italia. In quattordici pagine l'ISTAT snocciola dati sull'andamento del commercio e dell'occupazione nei settori richiamati e conclude affermando che il "dibattito sul lavoro domenicale si inserisce in un contesto che ha visto, negli ultimi anni, il settore del commercio al dettaglio caratterizzato da una dinamica moderata delle vendite, con una divaricazione tra la grande distribuzione che registra un segno positivo e quella piccola che affronta evidenti difficoltà. Complessivamente la grande  distribuzione incrementa di oltre quattro punti percentuali nel periodo 2010-2015 il suo contributo al fatturato totale del commercio fisso al dettaglio in Italia, raggiungendo una quota prossima al 50%".

E ancora "la quota di lavoratori autonomi che lavorano la domenica nel settore del commercio è di poco superiore al 20%, un valore pressoché stabile nel tempo. Per il lavoro dipendente, su un totale di due milioni di lavoratori dipendenti stimati nel settore, oltre 600 mila (poco meno di un terzo del totale) lavorano la domenica; in prevalenza si tratta di donne e giovani". Nel corso degli ultimi anni ha lavorato almeno una domenica al mese circa un terzo della popolazione occupata, in aumento rispetto a qualche anno fa.

Il CENSIS, istituto di ricerca privato, dati alla mano, si sofferma su tre chiavi di lettura che precedono l’elaborazione di un pensiero sulle proposte di legge in esame:

esiste una deriva strutturale lungo la quale si muove la società italiana, siamo di fronte ad una società permanentemente attiva che vive 24 ore il giorno.  C’è un’influenza a volte poco produttiva della tecnologia sul lavoro, manca una risposta alla richiesta di tutele del credo religioso, della contrattualizzazione, del welfare aziendale, delle festività nazionali come base di recupero di valori fondanti della nostra società, della capacità di riorganizzazione del tempo libero.

Il riposo è un bene, ma è un bene relazionale: esiste cioè, solo se condiviso all’interno di un gruppo riconosciuto e affettivo. Se riduciamo il riposo alla condizione di fermo dal lavoro, rendiamo la persona che opera, una pedina che può essere spostata in un quadro orario senza riferimenti sociali decisivi. Senza difendere le comunità sociali di base, dalla famiglia in poi, che vedono loro componenti essere assenti nei momenti decisivi della vita degli altri, figli, coniugi o altro, rischiamo di creare qualcosa di fragile, scomposto, diviso. Tutto ciò ci fa comprendere come la società che stiamo costruendo diventi una società dove il lavoro è obbligo e il riposo superfluo. Abbiamo contrapposto il lavoro al diritto alla vita e allo stare insieme.

Vogliamo veramente una società, dove stare all’interno di una cerchia sociale, diventi talmente sporadico che il si salvi chi può rappresenti il mantra quotidiano che non conosce unità e solidarietà? Chi pagherà poi le conseguenze? Chi sarà chiamato a costruire nuova aggregazione?

Redazione
© Riproduzione riservata
15/03/2019 09:09:22

Leonardo Magnani

Leonardo Magnani è nato e vive a Sansepolcro. E’ laureato in filosofia e in scienze religiose. Insegnante di professione, da anni collabora con l’Associazione Cultura della Pace e si interessa di mediazione dei conflitti e di nonviolenza.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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